Il ruolo delle donne nelle rivoluzioni nordafricane

Written by Megan Kearns Tuesday, 26 April 2011 14:46 Print
Il ruolo delle donne nelle rivoluzioni nordafricane Illustrazione: Lorenzo Petrantoni

Le rivoluzioni in Nord Africa hanno visto il massiccio coinvolgimento delle donne, che sono scese in piazza al fianco degli uomini per reclamare libertà e rispetto dei diritti. Un passo importante, ma non risolutivo. La vera sfida, adesso, è quella di coinvolgere le donne nell’elaborazione di nuove politiche all’insegna della dignità e della parità: in altre parole, di una democrazia reale.


Negli ultimi mesi in tutta l’Africa settentrionale sono esplose rivolte della popolazione. Le manifestazioni in Tunisia hanno innescato una reazione a catena. La scintilla è stata il suicidio di Mohamed Bouazizi, uno studente universitario disoccupato che si è dato fuoco davanti a un palazzo del governo dopo la confisca delle merci che vendeva abusivamente da parte della Polizia: la popolazione si è riversata per le strade, esasperata dalla mancanza di lavoro e dalla corruzione politica. Le donne hanno avuto un ruolo centrale in queste recenti rivoluzioni.

Un ruolo di maggiore responsabilità da parte delle donne è la chiave per affrontare diverse questioni sociali, dalla lotta all’AIDS a quella alla povertà. Molti paesi mediorientali e nordafricani, però, hanno scelto di non puntare sulla tutela della salute, l’educazione e l’ampliamento di responsabilità delle donne, dal momento che riforme e cambiamenti di questo genere vengono spesso messi in relazione con tanti, negativi “ismi”: occidentalismo, materialismo, consumismo, colonialismo, femminismo. La dottoressa Isobel Coleman, direttrice del Women and Foreign Policy Program presso il Council on Foreign Relations e autrice del libro “Paradise Beneath Her Feet: How Women are Transforming the Middle East”, ha dichiarato in un incontro tenutosi il 5 aprile alla Harvard Kennedy School: «Se non si investe abbastanza su metà della popolazione, si è destinati a pagarne lo scotto». Investire nella formazione delle ragazze è un’azione di portata enorme. I giornalisti Nicholas D. Kristof e Sheryl WuDunn (autori del libro “Half the Sky: Turning Oppression into Opportunity for Women Worldwide”), accanto a numerose ONG e a ricercatori e attivisti, parlano di un “girl effect”: incentivando la formazione delle donne si favorisce il loro inserimento nel mondo del lavoro, ritardando l’età del matrimonio e limitando il numero dei figli e nel contempo fornendo maggiori capitali e più manodopera all’economia. Le donne rappresentano i due terzi della popolazione analfabeta del mondo arabo, ma le cose stanno cambiando, perché ora il Medio Oriente può vantare un numero crescente di ragazze istruite. In molte parti del mondo il numero delle donne sta superando quello degli uomini nell’istruzione superiore, e lo stesso vale per il Medio Oriente. Sempre più donne accedono all’istruzione e premono per un cambiamento.

In Tunisia le donne, che godono di molti degli stessi diritti degli uomini, hanno svolto un ruolo paritario nella rivoluzione, manifestando e battendosi accanto agli uomini per cambiare le cose. L’avvocatessa Bilel Larbi ha dichiarato alla stazione radiofonica NPR: «Basta guardare come le donne si siano sollevate fianco a fianco con gli uomini in Tunisia. Poco importa che siano scese in piazza con il capo velato o in minigonna. Quel che conta è che erano lì». 

Dopo la Tunisia, la rivolta civile è esplosa anche in Egitto. La più grande protesta contro il governo degli ultimi trent’anni: la popolazione ha manifestato contro il regime oppressivo del presidente Mubarak, chiedendone le dimissioni. Donne e uomini hanno sfilato per le strade per manifestare contro un’inflazione alle stelle e una disoccupazione dilagante, pretendendo un cambiamento. Sul blog “Double X” Jenna Krajeski scrive delle tante donne egiziane impegnate nelle proteste: «Un numero mai visto di donne ha partecipato alle manifestazioni contro il governo dello scorso martedì. Ghada Shahbandar, un’attivista dell’Organizzazione egiziana per i diritti umani, ha calcolato che la folla radunatasi in centro fosse costituita per il 20% da donne. Secondo altri, questa percentuale era addirittura del 50%. Nelle precedenti manifestazioni, la presenza femminile raggiungeva raramente il 10%». 

Nonostante il popolo dei manifestanti fosse composto da una percentuale di donne tra il 20 e il 50%, purtroppo molti dei notiziari americani ignoravano quasi del tutto la partecipazione femminile. Su Facebook, Leil-Zahra Mortada ha pubblicato un album di fotografie intitolato “Women of Egypt  per testimoniare la presenza femminile nelle proteste. Come mai sono tante le donne che scendono in piazza? Krajeski attribuisce l’elevata partecipazione delle donne alla frustrazione e alla speranza di cambiare le cose: «I gruppi creatisi su Facebook non sono affiliati alle principali formazioni dell’opposizione. Queste proteste, inoltre, sembravano più sicure. Gli organizzatori hanno esortato i partecipanti a dar vita a manifestazioni pacifiche, e questa è diventata la parola d’ordine in vari quartieri della città. Inoltre i giovani egiziani istruiti, ragazzi e ragazze, sono cresciuti con un governo che non è cambiato affatto da quando sono nati e che nega anche a chi ha studiato qualsiasi opportunità. E poi, c’era stato l’esempio della Tunisia. All’improvviso è sembrato non solo che valesse la pena correre il rischio di partecipare alle proteste, ma che queste ultime fossero in grado di innescare un reale cambiamento.

Isobel Coleman ha messo in guardia sul fatto che le società occidentali tendono a vedere nel Medio Oriente e nel Nord Africa un’unica, monolitica area geografica. Invece si tratta di una regione ricca di sfumature e differenze, e ogni paese deve affrontare una propria situazione specifica. Le rivoluzioni non sorgono dal nulla da un giorno all’altro: le tensioni si sono accumulate per anni. In Egitto si sono verificate proteste contro il governo già negli anni Settanta e negli anni Novanta il regime di Mubarak aveva soffocato delle manifestazioni studentesche.

Al momento la Libia sta vivendo una brutale guerra civile e le violazioni contro i diritti umani condotte dal regime del colonnello Gheddafi. Anche se non abbiamo visto molto attraverso i media, date le limitazioni all’informazione imposte nel paese, anche lì le donne si sono battute con fierezza. Appena il gruppo Jan25voices4 ha diffuso informazioni sulle proteste in Egitto attraverso Twitter, la pagina Twitter di Abdurrahman, Feb17voices5 (la data del 17 febbraio 2011 ricorda il Giorno dell’ira in cui sono cominciate le proteste contro Gheddafi) ha dato conto tra le prime di quanto stava accadendo nelle piazze. Le donne hanno manifestato nella città di Misurata. In varie migliaia sono scese in piazza a Bengasi, chiedendo l’istituzione della no-fly zone per impedire i bombardamenti sui ribelli. Sempre a Bengasi, uomini e donne hanno manifestato contro lo stupro di Imam al-Obeidi da parte degli uomini di Gheddafi.

Nelle manifestazioni e nelle guerre spesso si ignora la presenza delle donne, come se fossero assenti o invisibili. Eppure le donne scendono in piazza, e certe volte si battono al fianco degli uomini. In molti conflitti (ma anche dopo la loro conclusione) spesso la violenza sulle donne è usata come arma di guerra. Raramente, però, ne abbiamo notizia sui telegiornali della sera. Nella rivoluzione iraniana del 2009 erano scese in piazza molte donne, compresa la giovane Neda, colpita a morte mentre si recava a una manifestazione, diventando un simbolo dell’opposizione contro il governo.

Anche se in gran parte del Medio Oriente si impone la censura, la nascita di mezzi di comunicazione più liberi, in particolare di Al Jazeera, ha alimentato i movimenti sociali. “Kalam Nawaem”, una versione araba del talk show americano “The View”, è un programma condotto da quattro donne che discutono di cucina, di come allevare i figli, di stile di vita, ma anche di temi controversi, come la sessualità o la violenza sessuale e domestica. Molti blog, soprattutto in Egitto, sono gestiti da donne; i social network offrono loro un canale per far sentire la propria voce del quale altrimenti non disporrebbero: grazie ai social network le donne possono rimanere a casa e allo stesso tempo sostenere il cambiamento. Non sono certo i social network che hanno innescato la rivoluzione, ma hanno contribuito a diffondere informazioni e messaggi di dissenso come di sostegno.

La vita delle donne non è separata da queste rivoluzioni: entrambi i sessi sostengono la giustizia sociale. Gli organizzatori della “Egypt’s Million Women March” hanno dichiarato che «i corpi delle donne, tanto spesso utilizzati come campi di battaglia ideologica, hanno retto a ogni violenza da parte della Polizia, dai gas lacrimogeni alle pallottole. Sul vero campo di battaglia, non c’era differenza tra donne e uomini».

Ma non è questo il primo caso in cui le donne sono scese in piazza. Il mondo arabo vanta una lunga storia di movimenti delle donne e femministi, a partire dalle poetesse degli anni Sessanta dell’Ottocento, come spiegano Margot Badran e Miriam Cooke nel loro libro “Opening the Gates: A Century of Arab Feminist Writing”. Le proteste e il rovesciamento del governo tunisino hanno galvanizzato gli studenti rivoluzionari degli altri paesi. Le donne hanno svolto un ruolo molto attivo: la Tunisia e l’Egitto hanno vantato la presenza di attiviste, blogger e manifestanti donne. Si tratta dei due paesi con governi di orientamento più laico del Medio Oriente, fin dai tempi di Nasser in Egitto e di Bourguiba in Tunisia.

Dopo l’indipendenza della Tunisia dalla Francia, nel 1956, il presidente Bourguiba aveva emanato varie leggi (sul divorzio, la custodia dei figli, contro la poligamia) a favore dei diritti delle donne. Dal 1962 le donne hanno accesso al controllo delle nascite e nel 1965 la Tunisia ha legalizzato l’aborto, vantando una delle politiche più avanzate in materia di controllo delle nascite del Medio Oriente e del Nord Africa.

Nell’antico Egitto le donne godevano di pari dignità e diritti degli uomini, e le donne egiziane hanno una storia di contestazioni lunga almeno un secolo, a partire dalla partecipazione alla rivoluzione egiziana del 1919. La nascita dell’Unione femminista egiziana diede il via al primo movimento femminista di dimensioni nazionali. Di recente l’Egitto aveva fatto dei passi avanti (almeno apparenti) verso la parità, con l’istituzione di quote rosa in politica. Nel 2009 era stata approvata una legge che riservava 64 seggi in Parlamento alle donne, con un aumento della loro presenza pari al 1500%: un passo importante, anche se non la panacea per i diritti delle donne. Un caso più recente di proteste si è verificato nel febbraio dello scorso anno: donne e attivisti egiziani erano scesi in piazza quando i magistrati avevano dichiarato che le donne non potevano diventare giudici nel Consiglio di Stato, «un tribunale influente che fornisca consulenza al governo egiziano». Le donne, insomma, hanno a lungo rivendicato i propri diritti.

Democracy Now ha intervistato Nawal El Saadawi, una figura di primo piano del femminismo egiziano e attivista per i diritti umani, che ha parlato della presenza delle donne alle manifestazioni al fianco degli uomini dichiarando: «Le donne e le ragazze sono per le strade accanto ai ragazzi. Vogliamo giustizia, libertà, uguaglianza e una vera democrazia; vogliamo una nuova Costituzione che non preveda discriminazioni tra uomini e donne, tra musulmani e cristiani, per cambiare il sistema e avere una democrazia autentica».

Liz Leslie ha scritto su “Muslim Voices”: «Lo stereotipo secondo il quale le donne nel mondo arabo sono oppresse e non sono in grado di interagire nella società si è incrinato quando sui media occidentali sono spuntate le immagini di donne che manifestavano accanto agli uomini».

E la femminista Naomi Wolf ha scritto per Al Jazeera: «Il ruolo delle donne nel grande rivolgimento del Medio Oriente è stato deplorevolmente poco analizzato. In Egitto le donne non si sono limitate a “unirsi” alle proteste: sono state una forza trainante alla base dell’evoluzione culturale che ha reso queste proteste inevitabili. Ciò che vale per l’Egitto è altrettanto vero, in misura più o meno simile, in tutto il mondo arabo. Quando cambiano le donne, cambia tutto – e le donne nel mondo arabo sono cambiate in modo radicale».

Pur sussistendo nella regione molti motivi per rallegrarsi, in particolare per i successi delle proteste politiche in Tunisia e in Egitto, c’è ancora molta strada da percorrere per un cambiamento della società. In Egitto le donne che manifestavano e che sono state arrestate nel corso delle manifestazioni hanno dovuto subire molestie, percosse, perquisizioni personali e “test di verginità”. La Libia ha posto tutta una serie di ostacoli con lo scoppio della guerra civile. Inoltre, la costituzione dei nuovi governi in Tunisia e in Egitto mette le donne di fronte a nuove sfide. Ha detto Nawal El Saadawi: «La democrazia non esiste senza le donne».

In Egitto questa è un’occasione rara per fare in modo che il nuovo governo metta in atto politiche su matrimonio, divorzio, norme sull’eredità e molestie sessuali che tutelino e facciano progredire i diritti delle donne. Tuttavia, senza donne nella commissione incaricata di modificare la Costituzione e senza nemmeno una donna nel gabinetto dei ministri, c’è l’impressione che i diritti e il punto di vista delle donne possano essere trascurati. «Le donne egiziane si sono battute accanto agli uomini per cacciare Mubarak. Ma adesso, nella fase politica di transizione, sembra che ci sia un ritorno del predominio maschile» scrive Nadya Khalife su “Women’s enews”. Coleman ha ammonito: «Le donne dovranno negoziare per i propri diritti», affermando inoltre che i gruppi di donne dovranno sapersi organizzare, avere voce e utilizzare le risorse e i media internazionali; si apriranno dibattiti, e le donne dovranno essere vigili, oltre che parte attiva in queste discussioni, soprattutto per tutelare i propri diritti.

Le recenti rivoluzioni segnano una trasformazione della società. Le manifestazioni si sono allargate a tutto il Medio Oriente e all’Africa settentrionale e occidentale, con donne in prima linea in Algeria, Bahrein, Yemen e Costa d’Avorio. Donne e uomini hanno fatto sentire la propria rabbia e indignazione ai regimi oppressivi e autoritari; volevano e pretendevano un cambiamento; sono scesi in piazza fianco a fianco, al di là delle differenze di genere, uniti dal comune obiettivo del cambiamento sociale. Non possiamo ignorare il coinvolgimento delle donne, che troppo spesso omettiamo dagli avvenimenti della storia, considerando il loro contributo in un certo senso meno incisivo di quello degli uomini. Le donne non si limitano ad affiancare gli uomini, lasciando che mariti, fratelli, padri e figli lottino per loro. Esse contrastano la corruzione, si battono per la loro libertà e per quella del proprio paese. La speranza è che l’entusiasmo e l’impegno di attivisti e attiviste si traducano non solo in nuove leggi e in un più ampio coinvolgimento politico, ma in una maggiore giustizia per le donne.