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L’altalenante partnership tra Turchia e Unione Europea

Written by Valeria Talbot Thursday, 23 March 2017 12:09 Print

Il fallito colpo di Stato del luglio 2016 ha segnato un nuovo, l’ennesimo, punto di svolta nelle relazioni tra Turchia e Unione europea. Dal 1963, anno della firma dell’Accordo di associazione con l’allora Comunità europea, il processo di avvicinamento di Ankara al club europeo ha attraversato fasi alterne tra battute d’arresto e slanci in avanti, l’ultimo dei quali risalente ad appena un anno fa, quando Bruxelles aveva guardato con rinnovato interesse alla Turchia come partner importante nella gestione della crisi migratoria. La restrizione dei diritti e delle libertà individuali seguita al fallito putsch ha ora portato a una nuova sospensione dei negoziati di adesione e a un ulteriore allontanamento che, con conseguenze di lungo periodo difficili da prefigurare ma potenzialmente nefaste, sta spingendo Ankara verso una nuova intesa con Mosca.

 

Solo un anno fa, sulla scia della crisi migratoria che ha messo a dura prova la coesione interna della costruzione europea, sembrava che il processo di adesione della Turchia all’Unione europea stesse pren­dendo nuovo slancio. Dopo anni di stallo, infatti, Bruxelles aveva guardato con rinnovato interesse ad Ankara promettendo l’apertura di ulteriori capitoli negoziali in cambio del sostegno turco nella ge­stione dei flussi di rifugiati (soprattutto siriani) verso l’Europa. Per assicurarsi la collaborazione del governo turco nel regolamentare, o meglio nel bloccare, il fenomeno migratorio, l’UE, con l’accordo di marzo 2016, si era impegnata a concedere anche un pacchetto di aiuti pari a 3 miliardi di euro e ad avviare la liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi nell’area Schengen. Segnale di questo rinnovato spirito di collaborazione era stata l’apertura del capitolo su politica economica e monetaria a dicembre 2015, unito a un diverso atteggia­ mento dei governi europei nei confronti del candidato turco. Questa inversione di tendenza era evidente, almeno nella retorica ufficiale, soprattutto nella Germania della Cancelliera Angela Merkel, fino a quel momento poco incline ad andare al di là di una partnership strategica con Ankara.

Tuttavia, le dinamiche messe in moto dal fallito colpo di Stato di luglio 2016 in Turchia hanno avuto pesanti ripercussioni nel rap­porto con l’UE, mettendo in evidenza la fragilità dei binari su cui il processo di rilancio era stato posto e facendo riemergere tensioni e diffidenze reciproche. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha lamentato la mancanza di un forte sostegno da parte europea al governo democraticamente eletto, mentre a Bruxelles e negli Stati membri si è diffusa una profonda preoccupazione per le misure re­pressive prese dopo il 15 luglio e nei mesi successivi, sulla base dello stato di emergenza adottato all’indomani del tentato putsch e tuttora in vigore, accompagnato dalla sospensione della Convenzione euro­pea per i diritti dell’uomo. Oltre alle decine di migliaia di epurazioni negli apparati dello Stato volte a eliminare la presenza di quello che lo stesso Erdogan ha definito lo “Stato profondo”, l’arresto di nume­rosi giornalisti, accademici, intellettuali ma anche di esponenti del partito curdo HDP – tra cui il leader Selahattin Demirtas – ha susci­tato innumerevoli interrogativi in merito alla reazione dell’esecutivo turco, che è sembrata andare ben al di là dell’obiettivo di punire i golpisti. In diversi casi, infatti, epurazioni e arresti hanno mirato a colpire il dissenso e le voci critiche della linea di governo all’interno del paese senza che ci fossero comprovate evidenze di affiliazioni al movimento di Fethullah Gulen, il predicatore in esilio negli Stati Uniti dal 1999 considerato il deus ex machina del fallito colpo di Sta­to, o a gruppi terroristici come il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), con cui è in atto un violento scontro.

Nel suo Rapporto annuale,1 la Commissione europea non ha man­cato di esprimere critiche e timori per il deterioramento dello Stato di diritto, la restrizione dei diritti e delle libertà individuali, in parti­colare della libertà di espressione, e non da ultimo per la possibilità, prospettata anche dal presidente Erdogan, di reintrodurre la pena di morte che proprio il Partito per la giustizia e lo sviluppo (AKP, se­condo l’acronimo turco) aveva abolito nel 2004 durante il suo primo mandato di governo. Va da sé che la reintroduzione della pena capi­tale porterebbe in automatico all’interruzione del processo negoziale. Alla luce della reiterata repressione interna in Turchia, il Parlamento europeo ha approvato alla fine di novembre una risoluzione per la sospensione temporanea dei negoziati di adesione. Sebbene non sia vincolante, la votazione dà un chiaro orienta­mento su quali siano oggi le posizioni in Europa riguardo al candidato turco.

In realtà, già dalla metà del 2013, cioè dalle pro­teste di Gezi Park, l’UE ha guardato con grande attenzione alle trasformazioni del contesto po­litico turco, allo scivolamento sul terreno delle conquiste democratiche e alla progressiva virata autoritaria accompagnata da restrizioni della li­bertà di espressione, forte repressione del dissen­so, scricchiolamento dello Stato di diritto e del sistema di checks and balances. A tutto ciò si è aggiunto anche un pro­gressivo deterioramento del quadro di sicurezza interno come con­seguenza del caos regionale e del coinvolgimento turco nel conflitto siriano, che ha trasformato il paese in teatro di sanguinosi attentati terroristici di matrice sia islamista sia curda.

Guardando in retrospettiva, la relazione tra Turchia e Unione europea non è mai stata semplice e non sono mancate in passato forti prese di posizione da entrambe le parti. Dalla firma nel 1963 dell’Accordo di associazione con l’allora Comunità europea, il processo di avvici­namento di Ankara al club europeo ha infatti attraversato fasi alterne tra battute d’arresto e passi in avanti. Dopo l’entrata in vigore dell’U­nione doganale nel 1995 e soprattutto dopo l’ottenimento, nel 1999, dello status di candidato all’Unione europea, si era verificata una for­te accelerata nel processo di riforme interne in Turchia proprio nella prospettiva di avviare i negoziati di adesione, di fatto iniziati nell’ot­tobre del 2005. In quella fase, l’interesse in Turchia per il progetto eu­ropeo era molto alto anche a livello di opinione pubblica, tanto che il 74% dei cittadini turchi si dichiarava favorevole all’ingresso nell’UE. Sul versante europeo, invece, il dibattito sull’adesione turca era molto acceso e diviso tra un fronte a favore, che comprendeva soprattutto Gran Bretagna, Italia, Spagna e Svezia, e un fronte contrario guidato dal duo franco-tedesco, mentre a livello di opinione pubblica prevale­va in Europa una generale diffidenza, non da ultimo per il timore di una ondata migratoria dalla penisola anatolica. Al di là degli argomenti pro e contro l’adesione turca che negli anni hanno animato il dibattito a Bruxelles e nelle capitali europee, il processo negoziale fin dall’inizio è stato definito “aperto”, a indica­re il fatto che il risultato finale non necessariamente sarebbe stato l’ingresso nell’UE. Inoltre, gli innumerevoli paletti posti da Bruxel­les e l’aperta ostilità di Francia e Germania, insieme ad altri Stati membri, non hanno giovato ai negoziati, suscitando nelle autorità turche e nella stessa opinione pubblica una profonda disaffezione nei confronti dell’UE, accusata di seguire una politica del “doppio binario” nei confronti di Ankara. Ma neanche la Turchia è esente da responsabilità. Se la prospet­tiva dei negoziati di adesione nel 2005 e l’anco­raggio europeo erano stati il traino per le riforme politiche ed economiche e per fare avanzare il processo democratico interno, negli anni suc­cessivi il governo dell’AKP, guidato da Erdogan, ha concentrato altrove i propri sforzi – sia per marginalizzare le opposizioni, sia per rafforzarsi sul piano interno – facendo così venire meno la spinta riformatrice del primo periodo.

Non da ultimo, sull’intero processo negoziale ha pesato l’irrisolta questione cipriota. Il fallimento del Piano Annan per la riunificazione dell’iso­la non aveva impedito alla Repubblica di Cipro (la parte greco-cipriota dell’isola, internazionalmente riconosciuta) di entrare nell’UE con il grande allargamento del 2004. Ciò non solo aveva portato all’interno dell’Unione un conflitto insoluto, ma aveva anche posto un ulteriore ostacolo ai negoziati di adesione del­la Turchia, garante dell’autoproclamata Repubblica turca di Cipro Nord (riconosciuta solo da Ankara). Infatti, il rifiuto turco di appli­care il protocollo addizionale all’Accordo di Ankara per l’estensione dell’Unione doganale con l’UE alla Repubblica di Cipro nonché di aprire i propri porti e aeroporti a navi e velivoli battenti bandiera greco-cipriota aveva portato al blocco di 8 capitoli negoziali da parte del Consiglio europeo alla fine del 2006. In seguito, nel 2007 e nel 2009, la Francia e la stessa Cipro avevano bloccato unilateralmente l’apertura di altri 11 capitoli negoziali. Se negli anni successivi il veto francese su alcuni ambiti è stato tolto, rimane ancora quello cipriota su capitoli importanti quali: libera circolazione dei lavoratori; ener­gia; sistema giudiziario e diritti fondamentali; giustizia, libertà; istru­zione e cultura; politica estera, di sicurezza e difesa. A oggi, solo 16 dei 35 capitoli negoziali sono stati aperti e solo uno, quello relativo a ricerca e sviluppo, è stato provvisoriamente chiuso.

Anche in ragione di tali difficoltà, in politica estera la Turchia non ha guardato esclusivamente all’Europa, ma ha puntato molto sulla diversificazione delle relazioni internazionali e sulla penetrazione di nuovi mercati dal Medio Oriente all’Africa e all’Eurasia. Parallela­mente, le ambizioni di leadership regionale hanno rafforzato la con­vinzione che Ankara, grazie anche a un decennio di straordinaria cre­scita economica, potesse giocare su più tavoli contemporaneamente, guardando all’Unione europea come a una delle possibilità, e non certamente l’unica. Lo stesso Erdogan ha, a più riprese, manifestato al presidente russo Vladimir Putin l’interesse a entrare nella Shanghai Cooperation Organization (SCO).2 Di recente, il discorso è tornato in auge in seguito ai crescenti dissapori con gli alleati occidentali, da un lato, e al riavvicinamento con Mosca, dall’altro, dopo una fase di forti tensioni a causa dell’abbattimento del jet russo da parte turca nel novembre del 2015. Tuttavia, al di là della prospettiva europea oggi alquanto remota, l’ostacolo qui sembrereb­be un altro. Una eventuale membership della SCO, infatti, difficilmente si concilierebbe con l’appartenenza della Turchia alla NATO.

Nell’attuale congiuntura interna e internaziona­le, la Turchia sembra dunque guardare con mag­giore attenzione al rafforzamento delle relazioni con i paesi euroasiatici, a partire dalla Russia. Oltre a essere legate da forti interessi energetici ed economici, negli ultimi mesi Ankara e Mosca si sono trovate sempre più a convergere per la soluzione della crisi siriana. Lo scivolamento verso le posizioni russe ha sollevato diversi interrogativi sull’evoluzione futura di questa co­operazione e sulle sue ricadute sui rapporti con l’UE. Se l’adesione non sembra oggi un obiettivo perseguibile, alla luce della situazione interna della Turchia e della montante retorica antioccidentale nel paese, ma anche delle profonde difficoltà che lo stesso processo di integrazione europea sta attraversando, non è nell’interesse dell’Eu­ropa che Ankara rivolga il suo sguardo altrove. La Turchia non solo rappresenta un partner chiave nella lotta al terrorismo e nella gestio­ne dei flussi migratori, ma è strettamente legata all’Europa anche da un punto di vista economico. L’Unione europea continua a essere il principale partner commerciale della Turchia e primo destinatario delle esportazioni turche, assorbendo il 48% del totale dell’export turco,3 nonostante il calo nell’interscambio commerciale negli ultimi dieci anni proprio in virtù della diversificazione dei mercati di sboc­co delle merci turche. I paesi europei, inoltre, sono di gran lunga i primi investitori nella penisola anatolica, coprendo nel 2016 il 68% degli investimenti diretti esteri per un ammontare di 21 miliardi di dollari.4

Fermo restando che è oggi irrealistico parlare di adesione, emerge tuttavia la necessità di ridefinire sulla base degli interessi reciproci le relazioni tra Turchia e Unione europea che si trovano ora a un cruciale punto di svolta. In generale, ciò che manca nel dibattito sull’adesione di Ankara all’UE, tanto in Turchia quanto in Europa, è una visione strategica di lungo termine, che vada oltre la difficile contingenza e i discorsi populistici e nazionalisti accompagnati da una sempre più marcata tendenza a un ripiegamento verso l’inter­no. In un’ottica di lungo periodo, una politica della porta aperta da parte dell’Europa sarebbe preferibile, in attesa che l’evoluzione della situazione interna in Turchia e i possibili cambiamenti nel processo di integrazione europeo possano portare a nuove future convergenze.


[1] European Commission, Turkey 2016 Report, Bruxelles, 9.11.2016 SWD(2016) 366 final.

[2] La Shanghai Cooperation Organization (SCO) è un’organizzazione intergovernativa politica e di sicurezza, cui si è aggiunta una dimensione economica, creata nel 2001 tra Russia, Cina, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan. Nel 2013 la Tur­chia è diventata “partner di dialogo” della SCO.

[3] Dati relativi al 2016 diffusi dall’Istituto di statistica turco, disponibili su www.turk­stat.gov.tr

[4] Dati diffusi dalla Banca centrale turca, disponibili su www.tcmb.gov.tr/wps/wcm/ connect/tcmb+en/tcmb+en