Libia, tra desideri e rischi per l’Italia

Written by Fabio Atzeni e Sally Stoppa Wednesday, 16 March 2016 18:09 Print
Libia, tra desideri e rischi per l’Italia Foto: Foreign and Commonwealth Office

Malgrado gli sforzi per riconciliare le tante anime delle fazioni in gioco in Libia la strada per la formazione di un governo unitario e sovrano è ancora in salita. In questo quadro, nonostante le rassicurazione e le cautele, l’eventualità di un coinvolgimento militare italiano non si può escludere totalmente.


Oggi 13 marzo 2016, è stata finalmente confermata la fiducia, già votata alla fine di febbraio, da oltre 100 membri della Camera dei rappresentanti di Tobruk, la House of Representatives (HoR), a favore dell’esecutivo del premier libico designato Fayez Al Serraj, passaggio fondamentale del progetto di governo di unità nazionale, caldeggiato dalle cancellerie europee e sostenuto dalle Nazioni Unite. Benché manchi ancora un’approvazione definitiva della controparte, costituita dalle fazioni islamiste di Tripoli, rappresentate dal parlamento o General National Council (GNC), è legittimo chiedersi se questo non sia un vero e proprio segnale di riconciliazione fra le due anime politiche maggioritarie del paese.

Siamo dunque ormai giunti alla costituzione del tanto agognato governo unitario e sovrano di Libia?


La Libia frammentata del dopo Gheddafi

Il processo negoziale per l’identificazione degli attori chiave con un reale consenso nello scenario libico è un magma in continuo movimento.

Nonostante gli sforzi del rappresentante ONU, Martin Kobler, di avvicinare le tante anime delle fazioni in gioco, la formazione di un governo rappresentativo delle varie istanze risulta una strada in salita e a ostacoli.

Il parlamento riconosciuto di Tobruk viene osteggiato dai movimenti di matrice islamista presenti a Bengasi, nell’area di Tripoli (Fratelli Musulmani), a Khoms (Libya Dawn Coalition) e dalle milizie di Misurata.

In seguito all’approvazione del Libyan Political Agreement,[1] il contrasto tra il generale Al-Haftar e il governo di Tobruk si è inasprito e ha creato una radicalizzazione dello scontro tra movimenti islamisti e l’operazione Dignity,[2] spalleggiata da Egitto e UAE (Emirati Arabi Uniti).

Alla complessa partizione religiosa-territoriale si intersecano le velleità e gli interessi delle potenze internazionali in campo.

La longa manus inglese vigila la Cirenaica, la presenza francese è capillare nel Fezzan e si estende in alcune zone della Cirenaica grazie a Total.

Il controllo francese del Fezzan suggella il ruolo della Francia come guardiano del Sahel, mentre l’Italia si posiziona in Tripolitania, che fornisce il rimanente 30% dei giacimenti libici.[3]

Tra i vari attori regionali in gioco, l’Egitto di Al-Sisi, acerrimo nemico dei Fratelli Musulmani, supporta il generale Al-Haftar in funzione anti islamista: la presenza di una Cirenaica stabile sarebbe un bacino interessante per assorbire molta manodopera egiziana in un momento di stallo e stagnazione economica interna per l’Egitto.

 

Luci e ombre di un intervento armato in Libia

Nelle ultime settimane, le voci di un possibile intervento militare in Libia, con lo scopo principale di arginare l’avanzata dell’ISIS e dei suoi affiliati, si sono fatte molto insistenti. In realtà, la presenza dell’ISIS sarebbe molto più frammentata e isolata di quanto si pensi e numericamente sarebbe costituita da circa 6.500 combattenti distribuiti tra Sabratha, Ajdabiya, Sirte, Derna e Bengasi.[4]

Questa panoramica ci dimostra quanto la minaccia terroristica sia in realtà il problema minore rispetto al controllo dei campi petroliferi, che tra il 2013 e il 2014 hanno ridotto la produzione di oltre un terzo, da 1,7 milioni di barili al giorno, prima della guerra del 2011, a circa 500 mila di oggi. Un controllo del territorio proteggerebbe le risorse in loco, evitando la distruzione delle infrastrutture a opera di predoni e terroristi.

La presenza, rivelata di recente dal quotidiano Le Monde, di forze speciali e agenti di sicurezza francesi in incognito in Libia, così come quella dei loro omologhi inglesi, americani e italiani, per svolgere attività di contrasto al terrorismo è ormai un dato certo. Tali attività costituiscono spesso le fasi preparatorie all’impiego di contingenti convenzionali. La sensazione, però, è la stessa del 2011: il rischio che si crei nuovamente una “coalizione di alleati” ma non di “amici”, che mirano a difendere le proprie sfere geopolitiche di influenza nel paese.

La smentita di un possibile intervento italiano da parte del premier Renzi[5] non è certo priva di ambiguità, dal momento che alla Difesa e agli Esteri si sono diffuse invece voci più possibiliste, riguardo a un’eventuale missione, soprattutto in seguito alla concessione da parte del governo della base di Sigonella per l’impiego di droni armati americani.

La settimana scorsa è stato inoltre conferito alle nostre forze speciali, già operanti in territorio libico, lo status ad hoc di cui godono i nostri agenti dei Servizi informazioni e sicurezza esterna (AISE). In tal modo, si è dato un segnale indiretto del nostro attuale coinvolgimento in Libia, proprio mentre giungeva dalla stampa l’affermazione dell’ambasciatore John Phillips che, nel caso di un intervento complesso con forze terrestri, l’Italia avrebbe un “ruolo guida”, arrivando a ipotizzare addirittura la consistenza di un nostro possibile contingente in 5 mila uomini (all’incirca una Brigata).

Queste voci giungono quasi contemporaneamente all’ammonimento da parte di Obama nei confronti degli alleati francesi e britannici per come avrebbero condotto le operazioni in Libia nel 2011: nessuna strategia politica prestabilita per il dopo e il minimo sforzo per ottenere il massimo guadagno. Secondo Washington essi avrebbero approfittato dei raid aerei americani pur di essere presenti con il minimo quantitativo di truppe necessario a rendere sicuri i propri interessi politici, senza preoccuparsi poi di abbandonare il paese al caos e rendendo ora necessario un nuovo intervento di stabilizzazione.

La conditio sine qua non alla legittimazione per un intervento italiano, sotto l’egida ONU, sarebbe comunque vincolata alla richiesta ufficiale da parte di un governo libico riconosciuto. Qualora si agisse in modo unilaterale, si andrebbe incontro a un “pandemonio” costituito dalla galassia sfaccettata di milizie islamiche che punteggiano il paese, intersecandosi alle dinamiche tribali, un tempo arginate da Gheddafi e ora riemerse. Si devono, inoltre, fare i conti con le influenze straniere nel paese da parte di potenze new comers o di paesi dalla statura necessaria per interagire nel contesto geopolitico attuale come l’Egitto, gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita, la Turchia e il Qatar.[6]

Una missione militare richiederebbe la visione chiara e la strategia per raggiungere un end-state politico-strategico, l’individuazione accurata delle forze ostili e degli interlocutori alleati. In tal modo, si potrebbero impiegare le unità militari per un periodo limitato e strettamente necessario.

Un mandato da parte delle Nazioni Unite costituirebbe il patrimonio di legittimità necessario affinché uno stato democratico possa operare militarmente in un paese terzo. Intervenire senza un mandato internazionale e senza una chiara strategia politica, con un approccio unicamente militare, farebbe fallire definitivamente il tentativo di costituire un governo di unità nazionale, amplificando la situazione di conflitto sul campo. Inoltre, vi sarebbe anche il potenziale rischio di assimilare le milizie islamiste vicine a Tripoli a quelle estremiste del Benghazi Shura Council (BSC), di Ansar Al-Sharia, o peggio dell’ISIS, rendendo impossibile il tentativo di riavviare il dialogo.

Di conseguenza, si aprirebbe nuovamente il dibattito sull’opportunità, i costi e i rischi di un’altra operazione di Nation-Building, dopo i fallimenti in Iraq e in Afghanistan.

Per tale motivo, Washington avrebbe preferito dall’inizio un atteggiamento più defilato rispetto ai partner europei, una sorta di “Leading from behind”, giustificato anche dall’attentato subito al Consolato USA di Bengasi, l’11 settembre 2012, che ha provocato la morte dell’ambasciatore Chris Stevens. Tale vicenda potrebbe anche gettare delle ombre sulla campagna presidenziale di Hillary Clinton, all’epoca segretario di Stato, qualora diventasse il candidato democratico designato. Gli USA, con una popolazione stanca da oltre 15 anni di guerre e con un governo che molti ritengono poco assertivo in politica estera, difficilmente si faranno avanti per promuovere e guidare un intervento, fornendo così un ulteriore banco di prova alla politica estera dell’Unione europea, finora alquanto evanescente.

Un’alternativa all’approccio esclusivamente militare potrebbe essere rappresentata dal coinvolgimento di quelle figure trasversali sia a Tobruk che a Tripoli, costituite dai funzionari della National Oil Corporation e della Central Bank of Libya. Queste due istituzioni, impegnate attualmente nel tentativo di far ripartire l’economia libica e nel rintracciare tutti i beni depositati da Gheddafi in vari paradisi fiscali, potrebbero fornire l’incentivo all’apertura di canali interlocutori e predisporre le basi economiche per facilitare il processo di riunificazione di Tripolitania, Cirenaica e Fezzan in un’unica entità statuale federata.


Il Canale di Sicilia come il Rubicone: il dado è tratto?

Nonostante le rassicurazioni e la cautela del presidente del consiglio Renzi riguardo il dossier libico, il nostro possibile ruolo militare resta avvolto nell’ambiguità, tra dubbi amletici e realpolitik. Durante il meeting italo-francese, tenutosi nei giorni scorsi a Venezia, vi è stata una dichiarazione congiunta del presidente Hollande e del premier Renzi sulla necessità di intervenire quanto prima contro l’espansione dell’ISIS e dei gruppi terroristi salafiti in Libia e nel Maghreb.

In tale scenario, l’Italia rischia di dover affrontare i costi economici e umani maggiori per potersi fregiare del ruolo di “guida” di un’eventuale missione internazionale. Roma potrebbe trovarsi a dover fornire le infrastrutture e il supporto logistico, oltre che la gran parte delle forze convenzionali, consentendo alle nazioni alleate un impegno meno gravoso, riguardante l’impiego delle sole forze speciali e delle unità aeree: in definitiva ciò che è già successo a Washington nel 2011, con la differenza che noi non abbiamo né le risorse economiche, né l’apparato militare americano.

La posta in gioco è alta e vi è il rischio di un nuovo 2011 o di un altro Iraq, a due passi dalla Sicilia e dall’Europa.

Un intervento armato esterno senza la richiesta di un governo libico legittimo – ad oggi inesistente – potrebbe spingere i vari gruppi islamisti a fondersi sotto la bandiera del califfato.

Al contempo, il continuo impiego di droni e le sortite aeree, con i loro possibili danni collaterali, rischiano di polarizzare ulteriormente le milizie sul terreno, di favorire il reclutamento di nuovi terroristi e di estendere così concretamente la minaccia terroristica anche in patria, mentre il flusso di profughi in fuga dalla guerra aumenterebbe a dismisura nel tentativo disperato di attraversare il tratto di mare che ci separerebbe dall’inferno.



[1] Il generale Al-Haftar dovrebbe essere destituito dal ruolo di Comandante delle Forze Supreme. Tale funzione è da attribuirsi a Fayez Al Serraj, il Primo ministro nominato dal Parlamento di Tobruk, in accordo all’art.8 comma 2 del Libyan Political Agreement (17 Dicembre 2015). Di fatto tale passaggio di consegne non è ancora effettivo e Al-Haftar continua ad avere un ruolo predominante nel controllo delle Forze armate.

[2] L’Operazione Dignity fu lanciata dal generale Al-Haftar nel maggio 2014 con l’obiettivo di liberare la Libia orientale, a cominciare da Bengasi, dalle milizie islamiche. In risposta all’operazione Dignity si contrappose l’operazione Libya Dawn, guidata dal blocco di Misurata e dai movimenti islamisti per contrastare Al-Haftar.

[3] La pressione della Francia per ritornare in Libia e in particolare nell’area meridionale, si è manifestata già nel 2014, con l’operazione Barkhane, con cui ha spostato 3 mila uomini, impiegati precedentemente in Mali, tra il Niger e il Tibesti, nel Chad settentrionale, in funzione anti-terrorismo. Allo stesso modo, gli alleati americani e inglesi sono già presenti da anni nel Sahel con le proprie forze speciali, con cui conducono annualmente l’esercitazione internazionale anti-terrorismo Flintlock, sotto il Comando americano in Africa (US AFRICOM), alla quale partecipa spesso anche l’Italia.

[4] The Countries where ISIS is growing in Africa, Roundup, Time, 7 marzo 2016.

[5] Diretta televisiva di “Domenica Live” dello scorso 6 marzo.

[6] I primi tre sostengono le forze laiche di Tobruk, la Camera dei rappresentanti (HoR), mentre gli ultimi due sono favorevoli alle forze islamiste di Tripoli, l’Assemblea generale nazionale (GNC).

 

 

 

 


Foto: Foreign and Commonwealth Office

 

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