Dopo il timore, la grande paura della Cina

Written by Romeo Orlandi Tuesday, 15 September 2015 15:55 Print
Dopo il timore, la grande paura della Cina Foto: David Chao

L’estate cinese è stata offuscata dal crollo delle Borse e dall’ombra del rallentamento dell’economia del gigante asiatico. La grande paura è presto rientrata, ma il paese non è uscito dalle sue difficoltà e contraddizioni politiche.


Esiste un fil rouge (ovviamente) che collega gli eventi cinesi della scorsa estate. Come in un labirinto si dipana imprevedibilmente, si muove lungo tragitti tortuosi, ma conduce inevitabilmente a Zhongnanhai. Lì, nel complesso adiacente a Tiananmen che ospita l’Ufficio politico del PCC, va trovata la spiegazione più plausibile di fatti all’apparenza sconnessi, così imprevedibili da lasciare interdetti gli analisti e le cancellerie straniere.

È ora solo un ricordo il crollo della Borse di Shanghai e Shenzhen, della svalutazione del renminbi, delle paure in tutto il mondo per il rallentamento – se non addirittura il deragliamento – dell’economia cinese. Le ripercussioni della frenata sono indiscutibili, così come innegabili si stagliano i nodi irrisolti del moloch sociale cinese. La grande paura è uscita dal radar; il panico mediatico è stato rinviato, con una disinvoltura pari all’allarme che aveva generato. In realtà, il tonfo borsistico ha seguito una crescita precedente ancora più sostenuta, la svalutazione della moneta ha registrato le stesse dinamiche, l’intervento del governo per fermare le vendite sui mercati ha soltanto scalfito l’immensa dotazione di riserve.

Permangono invece intatte le difficoltà e attengono alla sfera più squisitamente politica. Quest’ultima ha concesso da decenni una delega all’attività economica, convinta che fosse più adeguata alla creazione di valore e all’uscita della Cina dal sottosviluppo. L’esperimento è stato trionfale, ma il timone è rimasto saldamente in mani politiche. Il PCC ha deciso di consegnare alla storia il maoismo egualitario, di blandire le multinazionali, di affidare al nazionalismo la coesione dell’intero paese. Sono scelte non affidabili né all’imprenditoria, né alla società civile.

Lo stesso compito storico è stato assunto dalla dirigenza per cambiare il modello di sviluppo, un esperimento da laboratorio che se aveva avuto successi, ora mostra crepe e ruggine. Nel rispetto della continuità, questo era il compito assegnato alla segreteria di Xi Jin Ping, eletto al vertice del partito, dello Stato e delle forze armate al Congresso del 2012. Una tale concentrazione di potere sembrava spianargli la strada per – sono sue parole – «dare un ruolo decisivo al mercato» e rivedere «l’ossessione della crescita». L’ambizione del “Chinese dream” è condurre il paese verso una prosperità diffusa e partecipata; l’obiettivo del “new normal” è mettere fine all’eccezionalità della Cina. Si tratta di confinare la titanica macchina da merci, di spingere sui consumi privati, di concepire un welfare meno severo, di migliorare l’assetto produttivo del paese.

Xi ha compreso velocemente che questo compito non è né agevole, né immediato. Esistono molte resistenze, di stampo sia economico che ideologico. Il modello ereditato da Deng Xiaoping – basato sulla compressione dei consumi e sui bassi salari – ha ancora sostenitori interessati. Ampi settori del partito, della burocrazia, delle imprese di Stato, dei governi territoriali sarebbero emarginati se prevalesse una riforma radicale del paese, se l’iniziativa privata – senz’altro più efficiente dei vecchi apparati – fosse valorizzata e rappresentata politicamente. Per i conservatori è molto più sicuro continuare a infrangere record industriali, alimentare la bolla immobiliare, speculare sull’opacità finanziaria, acquisire titoli del Tesoro americano.

Le turbolenze economiche estive sono state precedute dalla campagna anticorruzione e seguite dalla parata militare per celebrare la fine della seconda guerra mondiale. Entrambe sono servite a rafforzare l’immagine di Xi, ad accreditarlo come uomo forte e risoluto. In politica interna l’iniziativa è stata senza precedenti per ampiezza e importanza delle vittime, per la prima volta appartenenti al cerchio più ristretto del partito. Decine di migliaia di dirigenti sono stati epurati, condannati, talvolta indotti al suicidio. Contemporaneamente la morsa sul dissenso e sui media si è inasprita. I margini della critica si restringono, perché ogni riforma in Cina ha bisogno di una stabilità propedeutica.

La prova di forza del 3 settembre, quando sono sfilate le armi più sofisticate, ha espresso un messaggio inequivocabile, fuori e dentro la Cina: esiste un uomo forte e solo al comando. Il dubbio sul futuro prossimo si immerge proprio su questa presunzione, più che sulle variazioni decimali del PIL. Gli ultimi accadimenti segnalano che le varie anime all’interno del PCC hanno interessi ancora contrastanti. Le riforme incutono timore; probabilmente la Cina non è attrezzata per esporsi ai movimenti di capitale, la sua moneta deve essere ancora tutelata prima della convertibilità, l’economia di mercato è un’aspirazione incerta ma non una realtà intrisa di regole. In questo quadro di immaturità, Xi ha dovuto saccheggiare l’arsenale della tradizione: la svalutazione per dare fiato all’export e l’immissione di denaro per evitare il crollo della Borsa. Sono segnali di debolezza. Erano mosse obbligate, ma dall’esito incerto, un passaggio inevitabile per evitare che le sue riforme possano diventare una destabilizzante fuga in avanti.

 


Foto: David Chao

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