Ridurre le tasse? Sì, uscendo dalle “narrazioni” e guardando ai fatti

Written by Roberto Seghetti Friday, 24 July 2015 16:04 Print
Ridurre le tasse? Sì, uscendo dalle “narrazioni” e guardando ai fatti foto di: pkstock

Quello della riduzione delle tasse è un argomento tradizionale della retorica del centrodestra, ma su cui, alla prova dei fatti, si è impegnato invece molto il centrosinistra. Oggi è possibile e giusto avviare un intervento pluriennale sulle imposte, a patto che sia accompagnato e finanziato da una razionalizzazione della spesa e, soprattutto, dal recupero dell’evasione fiscale.

 

 

Si possono ridurre le imposte in Italia? Sì, è certamente possibile e positivo. È già accaduto. Ne ha parlato molto il centrodestra, ma lo ha fatto soprattutto il centrosinistra. Ed è proprio questa la ragione per la quale, per dare un giudizio obiettivo sulla proposta di riforma fiscale lanciata da Matteo Renzi, è necessario uscire dalle “narrazioni” e guardare ai fatti. A cominciare dalla storia che ha prodotto l’attuale contesto economico, e cioè altissimo debito pubblico, spesa sociale tra le più basse d’Europa, ma con sprechi, corruzione e disservizi e una evasione fiscale paragonabile solo a quella della Grecia.

In sintesi, per due volte l’Italia ha rischiato di cadere nel burrone, nel 1992 e nel 2011. Cosa aveva provocato quei disastri? Una politica basata sulla spesa facile per conquistare consenso politico e un lassismo razionalmente inseguito sul versante fiscale, prima con il pentapartito (anni Ottanta), poi con i governi di centrodestra (anni Duemila). Il centrosinistra ha sostenuto per ben tre volte, nel 1996-2001, con il Prodi II e con Monti, il peso e la fatica del risanamento (beninteso, non senza avere anche colpe: la riforma del Titolo V è stata una delle cause scatenanti dell’esplosione della spesa). Il centrodestra, tornato in auge a causa dei sacrifici compiuti dal paese, ha puntualmente vanificato ogni sforzo degli italiani e ogni norma contro l’evasione, ricominciando come prima e limitandosi a tagliare, malamente, la spesa sociale.

In questo contesto è nata la narrazione della sinistra delle tasse. Nello sforzo di riportare l’Italia verso la modernità il centrosinistra ha tagliato in maniera consistente le tasse, ma ha anche dovuto cercare risorse recuperando evasione fiscale. Risultato: gli onesti hanno pagato di meno, ma la pressione fiscale è rimasta allo stesso livello, perché ha cominciato a pagare di più chi prima non pagava. Qualche cifra verificata e verificabile può essere utile: l’ultima finanziaria del quinquennio guidato dal centrosinistra e varata nel dicembre 2000 dal governo presieduto allora da Giuliano Amato introdusse tagli dell’IRPEF per complessivi 57.221 miliardi di lire, pari a circa 30 miliardi di euro (leggere, per credere, l’articolo 2 della legge 388/2000 e relativo allegato). Il ministro Vincenzo Visco dichiarò, allora: «La legge finanziaria per il 2001 approvata ieri sera dal Parlamento è l’ultima di questa legislatura. In essa si raccolgono, come è naturale, i frutti del lavoro svolto dai governi che si sono succeduti in questi cinque anni». Il centrosinistra lasciò in quel momento al centrodestra la guida di un paese in salute: PIL in crescita del 3,7%, debito sceso al 108,58% del PIL rispetto al 121,84 di 5 anni prima, disavanzo limitato allo 0,91% del Pil. Quanto al dopo, Berlusconi si è battuto per i condoni. Il governo Prodi II (2007-08), tanto per restare vicino a noi, ha tagliato 5 miliardi di cuneo fiscale, più l’IRAP, più l’IRES; ha introdotto una franchigia robusta per togliere l’ICI alle abitazioni dei meno abbienti e scontarla per gli altri, introducendo anche un meccanismo di bonus per i cosiddetti incapienti. Berlusconi, tornato al potere, abolì tutte le norme antievasione, fece un altro condono e completò l’abolizione dell’ICI per i più ricchi.

Questo per rispetto della realtà, e per ricordare che quella proposta da Renzi non è la “prima” riduzione delle imposte decisa dal centrosinistra. Veniamo all’oggi. Nelle condizioni attuali, i margini per razionalizzare e ridurre la spesa pubblica ci sono e vanno anche utilizzati velocemente, ma non sono così favolisticamente ampi quanto si dice, come ha riconosciuto lo stesso Cottarelli nel suo libro, a meno di non voler devastare sanità, pensioni, assistenza. O meglio, quel che ne è rimasto dopo i tagli ciechi dell’era Berlusconi-Tremonti. Devastazione che non si può volere: non lo può volere una forza politica di centrosinistra. Ma va detto che è sbagliato anche tecnicamente adottare questa ideologia della destra, secondo la quale tagliare tutto per abbassare le tasse spinge l’economia. Tutte le prove empiriche indicano che gli esiti di una tale ricetta sono ben diversi. Solo la narrazione vincente ha fatto sì che si continui a pensare che è giusto. Come è accaduto per il cosiddetto ordoliberismo di stampo tedesco.

Quanto alle singole proposte di Matteo Renzi, si dice: bisogna rilanciare l’economia, anche a partire dall’industria delle costruzioni, che ne è una parte fondamentale. Se questo è l’obiettivo, certamente una riduzione del prelievo fiscale è positiva e va perseguita (ricercando coperture fondate, altrimenti si torna sull’orlo del vulcano come i greci dopo il referendum). Ma allora bisognerebbe cominciare dal rifinanziamento degli sgravi contributivi per i nuovi assunti, da un irrobustimento degli sgravi fiscali per gli utili reinvestiti in azienda sul territorio italiano, da sgravi fiscali per le spese di ricerca e sviluppo, per gli investimenti per l’innovazione dei processi produttivi e di prodotto, per la digitalizzazione delle imprese. E per dare continuità e stabilità alla ripresa dei consumi interni, oltre che per il perseguimento di uno scopo di equità, che pure in tutto il mondo resta uno dei pilastri negli obiettivi di qualsiasi opzione riformista e labour, per quanto moderato e new, è evidente che bisognerebbe cominciare dagli interventi di sostegno ai più deboli, colpiti durissimamente dalla crisi lunga e crudele che abbiamo vissuto. Lavoro, produzione, ceti più deboli, in sintesi, sono le priorità.

Quanto agli immobili, è giusto intervenire, ma sarebbe sbagliato, tecnicamente oltre che per equità, trattare allo stesso modo la casa in periferia o anche in semicentro con l’attico e superattico in via Montenapoleone. Prima che Monti varasse il Salva Italia, il PD propose con un documento consegnato da Bersani di fissare una franchigia molto alta per l’IMU, in modo da esentare gran parte delle abitazioni, e di scontare le altre, prevedendo una leggera progressione dell’imposta a partire da una soglia molto alta di patrimonio immobiliare. Come per i suggerimenti che avrebbero impedito il disastro degli esodati, anche in questo caso Monti non ascoltò le proposte di Bersani. Oggi si potrebbe adottare un’impostazione persino più articolata (il NENS presenterà una sua proposta nei primi giorni di settembre), puntando però anche a eliminare o comunque abbassare fortemente e modificare in cifra fissa le imposte di registro, ipotecarie e catastali, che sono un fardello pesantissimo sulle compravendite. Domanda, che sfugge alla narrazione, ma che ha un senso: spinge di più il mondo delle costruzioni l’abolizione di IMU+TASI anche sulle case dei ricchi o uno sconto per la maggior parte dei contribuenti sugli immobili e l’abbattimento deciso delle imposte che gravano sulle compravendite?

Si può procedere anche alla riduzione dell’IRPEF? Anche in questo caso si può e si deve. Ma a due condizioni: la prima è di sapere di che cosa si parla. Interventi successivi e slegati tra loro negli anni hanno prodotto un sistema distorto. Le aliquote marginali formali non rispondono più al prelievo, togliendo trasparenza e chiarezza. Due esempi su tutti, l’effetto degli 80 euro e quello di deduzioni e detrazioni. Bene gli 80 euro, ma non si può non sapere che da 24 a 26.000 euro di reddito lordo annuo l’aliquota marginale, cioè il prelievo fiscale sulla quota aggiuntiva di reddito, a causa dello scalino prodotto dall’abbassamento del prelievo dovuto agli 80 euro, passa improvvisamente al 64%. E così, l’effetto congiunto di diversi interventi fa sì che le aliquote marginali effettive siano pari al 41% in media già a 28.000 euro lordi l’anno di reddito.

La seconda condizione è dunque che sarebbe giusto ridurre la pressione dell’IRPEF, premiando i redditi dei pensionati, rimasti fuori dagli 80 euro, e i redditi medi, oggi sottoposti alla maggior pressione fiscale, e contemplando anche un intervento di sostegno alla povertà (da ricordare che anche gli incapienti, cioè coloro che non hanno nemmeno il reddito disponibile per ottenere uno sgravio fiscale, sono rimasti fuori dagli 80 euro). Il NENS ha studiato una riforma che comporta l’abbassamento del prelievo, una sua razionalizzazione e, nello stesso tempo, un intervento capace di far uscire dalla trappola della povertà almeno un milione di persone. Il valore di questa riforma è di circa 15 miliardi di euro. Può essere questa una strada. Naturalmente se ne possono studiare altre. Purché siano salvaguardati l’ancoraggio alla realtà, il riferimento alla complessità del sistema, l’equità del prelievo: chi ha di più deve contribuire di più; vi deve essere un sistema di sostegno dei poveri; i redditi medi, soprattutto quelli da lavoro, debbono essere alleggeriti.

Vi sono le risorse per fare tutto ciò? Sì, è possibile. Anche in tempi brevi. È giusto avere un programma di intervento pluriennale sulle imposte, accompagnato e finanziato via via dalla razionalizzazione della spesa, ma soprattutto dal recupero dell’evasione fiscale. Ed ecco un altro punto focale: Renzi non ne parla. Non la esclude, come ha suggerito il ministro Padoan in una intervista a “Il Foglio”, ma non ne parla. Eppure, come dimostrano tutte le analisi, lì sono nascosti almeno 120 miliardi di euro l’anno. Si possono recuperare, almeno in parte: le proposte del NENS sull’IVA, ad esempio, indicano la possibilità concreta di arrivare ad alcune decine di miliardi di euro l’anno. Basterebbe usare la linea telefonica (c’è un ufficio, un negozio, una bottega che non ce l’ha oggi?) e organizzare un semplice sistema di trasmissione obbligatoria al fisco dei dati contenuti nelle fatture emesse e ottenere dal destinatario della fattura la conferma della ricezione. Perché non si fa? Paura di apparire la sinistra delle tasse? Ecco qui un altro aspetto della narrazione che va decostruito per guardare la realtà: l’evasione fiscale non solo genera iniquità (si parla tanto di merito, ma poi se non si combatte l’evasione i disonesti vengono preferiti ai bravi e onesti), ma è anche un elemento di distorsione dell’efficienza del sistema economico, perché favorisce la concorrenza scorretta e perché senza evasione non possono essere accantonate riserve in nero, denari che poi vengono utilizzati per mazzette e corruzione. Non è un caso se tutti i paesi ad alta produttività e competitività globale hanno un tasso di evasione minimo (dal mondo anglosassone, USA e Regno Unito in primis, al Nord Europa) con sistemi anche molto rigidi. Non combattere questa battaglia significa dunque scegliere un altro modello: non la modernità, la capacità competitiva, l’efficienza, ma il vecchio sistema, e cioè un ritorno all’Italietta, allo stile che ancora oggi per queste caratteristiche ci fa gemelli della Grecia.

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