Per una gestione condivisa dei flussi migratori

Written by Marcella Lucidi Monday, 04 May 2015 17:43 Print
Per una gestione condivisa dei flussi migratori Foto: marco mariani

L’ennesima tragedia nel Canale di Sicilia ha messo in evidenza ancora una volta i limiti e gli egoismi dei paesi membri nella suddivisione degli oneri relativi alla gestione dei flussi di richiedenti asilo e migranti. Occorre una visione olistica del fenomeno che superi il concetto di emergenza. Le speranze sono ora riposte nell’Agenda sull’immigrazione che la Commissione europea presenterà il 13 maggio.


Questa volta non potrà finire nella contabilità dei morti in mare il naufragio che ha sepolto nel Canale di Sicilia, la notte del 19 aprile scorso, i disperati che viaggiavano ammassati in un peschereccio partito dalle coste libiche. Non lo consente la coscienza che la storia dell’immigrazione negata si è ormai troppe volte risolta in tragedia trasformando il Mediterraneo in quella che, correttamente, Barbara Spinelli ha definito una “fossa comune”. Lo impedisce l’evidenza che al di là del mare, oltre le coste del Nord Africa, già esiste una moltitudine di persone in fuga, dalle guerre, dalle persecuzioni religiose, dai campi profughi sovraffollati all'inverosimile, dai focolai del terrorismo e, come sempre, come siamo “abituati” a sapere, dalla fame e dalla sete africane capaci di sterminare i giovani figli di un continente prolifico ma purtroppo ancora senza futuro.

Dopo quest’ultimo episodio, se continuasse a non volere vedere il dramma epocale in atto alle sue porte, che ha ormai ridicolizzato l’idea di una malinconica difesa delle frontiere dal nemico esterno, l’Europa siglerebbe con altre, inevitabili, vittime che non c’è sostanza nel definirsi “Unione”, che quei principi di umanità e di diritto appresi dalla storia e iscritti a fondamento di una possibile identità comune non vivono nella sua costruzione, mortificati e calpestati dagli egoismi di un continente ancora diviso, invecchiato, incapace di avere un ruolo politico autonomo dentro ai cambiamenti globali.

A leggere le reazioni dei giorni scorsi e l’esito di appuntamenti giustamente sollecitati in via d’urgenza, è evidente, purtroppo, che ancora non ci siamo. Se c’è, infatti, da affrontare ostacoli reali, di non facile né immediata soluzione, alcune resistenze che ancora provengono da singoli governi rischiano di vanificare la definizione di una politica europea per il Mediterraneo che sia all’altezza della sfida. È certo a quelle resistenze che si deve il debole compromesso con cui il Consiglio europeo del 23 aprile scorso ha contraddetto, nei suoi impegni, la volontà di adoperarsi «con ogni mezzo a sua disposizione per evitare ulteriori perdite di vite umane in mare e per affrontare le cause profonde dell’emergenza umana a cui stiamo assistendo, in cooperazione con i paesi di origine e di transito».

Non sfugge, infatti, che la comune iniziativa di rafforzare la presenza europea nel Mar Mediterraneo si sia tradotta finora nella sola decisione di investire maggiori risorse e mezzi nell’operazione Triton, pur criticata non solo per l’insufficienza dei finanziamenti ma per l’assenza di un mandato esplicito di soccorso in mare e per il contenimento degli interventi entro le 30 miglia dalle coste italiane, ovvero in uno spazio utile alla salvaguardia della frontiera più che delle vite umane.

In sostanza, il vertice europeo non è riuscito a coinvolgere i suoi governi in una missione che assumesse in ambito comunitario lo sforzo che è stato compiuto dall’Italia con Mare Nostrum e parlasse, con chiarezza, ai cittadini dell’Unione dell’emorragia umana ormai in atto, del dovere di apprestare una risposta umanitaria da spingere ben oltre i confini esterni.

Fin troppo lontana resta ancora l’Europa dalla capacità di assumere una visione collettiva sui fenomeni migratori che la interessano; fin troppo miope per capire che nei suoi territori sta già accadendo quanto afferma di voler evitare in nome di regole che non la proteggono dai cambiamenti in atto. Senza dubbio c’è una reale incapacità dei singoli paesi a convergere in una “Unione per il Mediterraneo” che non alimenti al loro interno derive nazionaliste e xenofobe e sottragga, quindi, il consenso a quei partiti o governi che di più hanno creduto nei valori europei.

Si ha l’impressione, tuttavia, che questa cautela nel collocare il discorso sull’immigrazione nel suo corretto scenario geopolitico possa esporre maggiormente l’Europa a subire i flussi di persone che, nonostante tutto – anche nonostante i morti in mare –, continuano a giungere attraverso le coste africane, specie attraverso la Libia. Poiché questo finora è accaduto e questo è quanto, in assenza di governo, continuerebbe ad accadere, a dispetto di ogni professione umanitaria, del tentativo di fermare i trafficanti e gli ingressi irregolari.

Ha ragione chi, in questi giorni, sta richiamando l’Unione europea a misurarsi, finalmente, con una visione olistica dell’immigrazione, a smetterla, perciò, di osservarsi attraverso un binocolo rovesciato che la rappresenta come un fortino assediato. C’è da scegliere se rimanere esclusi dai grandi processi in atto, in attesa che altri sollecitino relazioni, cambiamenti o conflitti, investano sulle risorse o sulla crescita dell’economia africana o, diversamente, la sfruttino, o se entrare in quei processi con una politica estera comune, che collochi l’Europa in un sistema di alleanze utili a gestire le più gravi situazioni di crisi, tra le quali quelle che interessano il Mediterraneo e, specialmente, la Libia.

Forse, nel secondo caso, riuscirebbe più facile svelare quanto sia ridicolo chi, di fronte a vicende complesse e di lungo periodo, continua a professare soluzioni più comode o radicali, dettate più dalla disperazione e dall'ignoranza che dalla ragione, e a chiamare emergenza un fenomeno che dura ormai da venti anni. Quel che serve, tuttavia, perché questo accada, è una diversa disponibilità dei ventotto paesi dell’Unione ad avere un “pensiero lungo” su una questione epocale, che, nell’immanenza, metta in atto una razionale politica di accoglienza dei profughi e attragga nell’ambito delle politiche comunitarie la gestione dei flussi migratori e dell’integrazione.

Ma anche a questo riguardo, non pare che il Consiglio europeo abbia segnato un nuovo traguardo. E infatti, l’idea che l’ingresso dei profughi negli Stati membri così come l’avvio di un progetto pilota di resettlement siano praticabili solo su base volontaria allontana la possibilità di affrontare l’emergenza umanitaria mediante il burden sharing, ovvero la redistribuzione dei rifugiati in tutto il territorio dell’Unione condividendone gli oneri.

La questione non è di poco conto. Ancora oggi, infatti, il Regolamento di Dublino impone al primo Stato di arrivo di prendere in carico la domanda di asilo e non c’è dubbio che, negli ultimi anni, questa opzione, ormai risalente al 2003, abbia gravato i paesi di sbarco dell’onere, vieppiù crescente, di trattare il destino di migliaia di richiedenti, che sarebbero obbligati, nel contempo, a non lasciare il territorio. Pur giungendo, così, nel 2014, a un picco di domande – oltre 64.000 –, l’Italia non è stato il referente effettivo di tanti altri potenziali richiedenti asilo che, per altre vie, hanno preferito raggiungere altri paesi europei.

È accaduto, infatti, che, nello stesso anno, secondo Eurostat, la Germania abbia contato 202.700 domande, la Svezia 81.200, la Francia 62.800 e l’Ungheria 42.800 e che questi cinque paesi, da soli, abbiano accolto più del 72% del totale dei richiedenti asilo nell’Unione europea. Anche considerando i paesi di più remota immigrazione, è evidente che, nonostante le norme vigenti, si stia producendo uno squilibrio nella distribuzione dei profughi sul territorio europeo, in base al quale su alcuni Stati membri più di altri pesa l’organizzazione dell’accoglienza, lo stanziamento delle risorse necessarie, la gestione della convivenza e dell’integrazione o comunque della permanenza dei richiedenti asilo.

La situazione non cambierebbe di molto se la richiesta di protezione o di asilo fosse anticipata a bordo delle imbarcazioni di salvataggio o finanche in campi di raccolta temporanea realizzati nei paesi di transito: una siffatta gestione vincolerebbe ancor di più l’Unione alla necessità di preventivare i criteri per un intervento di burden sharing al suo interno.

Resta allora da chiedersi se davvero, finora, il confronto tra i paesi europei si sia orientato a una maggiore solidarietà verso gli stranieri che arrivano dal mare, sforzo che richiederebbe prima di tutto una solidarietà interna all’Unione, oppure continuino a pesare di più quelle stesse esigenze difensive che hanno frenato l’ideazione di percorsi legali per il governo dei flussi migratori.

Il Parlamento europeo ha considerato realistica la seconda possibilità e per questo, il 29 aprile scorso ha votato una risoluzione che impegna la Commissione europea a fissare quote per la distribuzione dei richiedenti asilo in ciascuno Stato membro e a implementare la missione Triton con un chiaro mandato di search and rescue. Spetta ora all’esecutivo europeo assumere questi impegni all’interno della nuova Agenda sull’immigrazione che dovrà essere presentata il prossimo 13 maggio. A questo ulteriore passaggio resta allora affidata l’opportunità di rendere più credibile l’impegno europeo contro il traffico di vite umane. Intanto, c’è da dirlo, i barconi continuano a partire e, purtroppo, uomini, donne e bambini continuano a morire.

 

 


Foto: marco mariani

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