L’autunno del patriarca di Singapore. Una riflessione per la sinistra

Written by Romeo Orlandi Wednesday, 25 March 2015 17:30 Print
L’autunno del patriarca di Singapore. Una riflessione per la sinistra Foto: Luke Ma

Lo scorso 23 marzo si è spento Lee Kuan Yew, il quale, grazie a un mix di rigore e lungimiranza, di libertà concesse con il contagocce e di efficienti interventi pubblici, trasformò la piccola enclave cinese in una ricca, dinamica e moderna città-Stato.


Pur senza essere stato il leader di una grande nazione, Lee Kuan Yew si è assicurato un posto rilevante tra le icone della posterità. Nel commentare la sua scomparsa, Obama l’ha definito «un autentico gigante della storia». È difficile negare il ruolo che il fondatore della moderna Singapore ha avuto nel dopoguerra; è doveroso il riconoscimento internazionale della sua autorevolezza; è ingiustificato prendere le distanze dalla composta ma sentita commozione dei suoi compatrioti. Sono i fatti a causare questo tributo, la sua integrità a consolidarlo.

Lee Kuan Yew – di etnia cinese, lingua malese e studi a Oxford – è diventato cittadino di un’altra nazione, che lui stesso ha inventato. Ha attraversato da protagonista gli anni drammatici della fine della colonia britannica, dell’unione con la Malaysia e la successiva espulsione.

LKY era allora un giovane avvocato che difendeva i patrioti e i lavoratori. Quando divenne primo ministro di Singapore, cinquant’anni fa, pochi prevedevano la sopravvivenza della città-Stato. Un territorio ridottissimo, l’assenza totale di risorse, una scarsa industrializzazione, la cronica mancanza di acqua rendevano Singapore debole e indifesa. I problemi più grandi erano tuttavia la posizione geografica e la situazione internazionale.

Singapore è un’enclave cinese (il 76% della popolazione) circondata da paesi mussulmani – la Malaysia e l’Indonesia – dove la minoranza cinese detiene le leve economiche ma è stata spesso vessata dai governi locali. Per Singapore, i timori di un confronto militare per acquisirne il talento e la prosperità erano (e in parte ancora sono) l’incubo quotidiano. La guerra fredda aggiungeva tensioni ancora più forti, in un’area del mondo dominata dal conflitto vietnamita, dalle guerriglie comuniste, dagli eccidi dell’“anno vissuto pericolosamente” in Indonesia.

Dopo aver vinto le prime elezioni con maggioranza trionfale – come è sempre accaduto al suo People’s Action Party – LKY ha iniziato uno stile di lavoro che non lascia spazio a equivoci: decisioni radicali, durezza contro i nemici, rigida applicazione della legge, conferma solo dai risultati. Il pragmatismo è stata la stella polare, l’efficienza il timone. L’ambizione era semplice e complessa allo stesso tempo: uscire dal sottosviluppo, creare uno Stato forte, costruire il consenso sulla prosperità.

Lo schieramento è stato immediato: dalla parte statunitense e dei suoi alleati asiatici. Si spiega così l’alleanza con i dittatori Suharto, Marcos, Van Thieu e i generali thailandesi – nessuno dei quali è stato comunque imitato da LKY – nel tentativo di bloccare Mosca, Pechino e Hanoi. Singapore ha tuttavia preservato la sua integrità, senza diventare la disinvolta alcova per i soldati statunitensi al ritorno dal fronte vietnamita.

La città ha vissuto sotto la scure della censura, di un sistema giudiziario spietato e senza sindacati antagonisti. Era un lusso che non poteva permettersi, se voleva attrarre capitali stranieri, ripararsi dietro la flotta statunitense, fungere da magnete per i risparmi della ricca diaspora cinese. Una società imperniata sul controllo e la disciplina ha appreso che il multiculturalismo è una risorsa, seppure imposta con metodi bruschi. Non è stato facile costruire un’identità nazionale tra etnie tradizionalmente ostili e abituate a contendersi le scarse ricchezze.

Singapore è cresciuta bene e in fretta. Tutti i suoi cittadini sono proprietari delle case in cui vivono, la scolarizzazione è alta, i conti economici sono in ordine. La corruzione, la disoccupazione, la criminalità sono inesistenti. La pulizia, l’efficienza, la competenza dei funzionari pubblici sono leggendari. L’aeroporto, il porto, la linea aerea sono i migliori al mondo, così come il paese è il luogo ideale per condurre affari, secondo la classifica della Banca mondiale.

Da molti anni Singapore ha superato l’Italia per reddito pro capite, fino a registrare la più alta concentrazione di miliardari al mondo. La ricchezza non è dovuta alla fortunata trivellazione del suolo, ma al lavoro duro, all’industria d’avanguardia, all’ambiente rispettato, a una vita sociale dove la regolarità sembra appartenere all’ordine naturale delle cose.

Non mancano ovviamente i difetti e i limiti, come le crescenti sperequazioni sociali e la mancanza di una piena società democratica. La libertà viene ancora percepita come una conquista lenta, da concedere con il contagocce per non cadere in overdose. Tutto ciò era nella mente di LKY, che ambiva a una società più forte, ma considerava Singapore un cantiere, non un paradiso. La crescita della sua creatura non ha seguito i percorsi del capitalismo selvaggio, quanto quelli di un intervento pubblico selettivo ed efficiente. A Singapore si studiano la politica industriale e quella economica; lo Stato interviene con rigore e lungimiranza.

Eppure questo piccolo arcipelago di 5 milioni di abitanti è stato spesso, per lungo tempo, considerato estraneo al mondo della sinistra. Il costume ha sostituto l’analisi, come se il taglio dei capelli degli hippies negli anni Settanta, la pudicizia nei messaggi pubblicitari, la pena di morte per i narcotrafficanti, il divieto di masticare chewing gum fossero più importanti dell’aumento del PIL, degli interventi keynesiani, delle infrastrutture, della diffusione dell’inglese e dello spettacolare skyline dell’isola.

Con ritardo si è compreso che l’ordine, la tutela dei più deboli, il rispetto della legge, i diritti del cittadino dovrebbero essere nello scrigno della sinistra e della democrazia. Troppo a lungo ha prevalso l’arroganza se non il disprezzo verso una società che ora sovrasta tutti i paesi europei per molti versanti della qualità della vita. Con molto ritardo si è appreso che il suo successo non era una semplice miscela di bassi salari e Stato autoritario. Della moderna Singapore, LKY rimane il condottiero e il simbolo. Il suo spessore non sarà intaccato dalla sua proverbiale durezza, ai cui rimproveri era avvezzo. Rispondeva sempre che non è necessario essere politicamente corretti. È sufficiente essere semplicemente corretti.

 


Foto: Luke Ma

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