La dittatura dell’assenza di alternative

Written by Muhammad Abushaqra Thursday, 05 February 2015 17:37 Print
La dittatura dell’assenza di alternative Foto: Ahmad Hammoud

– Riceviamo e volentieri pubblichiamo –

La rivoluzione in Egitto è definitivamente fallita? Gli uomini di Mubarak sono stati scagionati, le prigioni si riempiono degli attivisti che affollarono piazza Tahrir e al governo c’è un regime che trae la sua legittimazione internazionale anche dalla lotta al terrorismo.


Quattro anni fa, le straordinarie rivolte del popolo egiziano contro il presidente Mubarak stupirono il mondo intero e divennero fonte di ispirazione per le manifestazioni di piazza del Ventunesimo secolo, grazie all’uso efficace dei social media come mezzo di comunicazione e di organizzazione.

Il cielo divenne l’unico limite per le speranze di egiziani e non. Era comune l’opinione che quasi certamente l’Egitto non sarebbe stato più quello pre 11 febbraio e che fosse impossibile disfare ciò che era stata conquistato. In quei giorni era impossibile immaginare che dopo quattro anni l’Egitto sarebbe stato afflitto da un massiccio arretramento politico, economico e sociale, e che un altro round di brutale dominio militare sarebbe stato istituito dopo un massacro che Human Rights Watch ha descritto come «uno degli eccidi perpetrati in un solo giorno contro dimostranti che sia stato effettuato al mondo nella storia recente».

In memoria della rivoluzione, si potrebbe guardare indietro e narrare gli eventi in ordine cronologico, identificando il ruolo giocato da ogni singolo attore, fino ad arrivare a oggi. Tuttavia, credo sia più utile analizzare le caratteristiche e gli elementi fondamentali della situazione che si è venuta a creare più di recente per poter definire il grado di stabilità o di fragilità della scena politica attuale in Egitto.

Dal punto di vista dell’analisi della narrativa, il regime militare al potere ha fondato il suo messaggio politico su una serie di concetti che mettono sostanzialmente in discussione l’adeguatezza e la preparazione degli egiziani alla democrazia. Inoltre, il regime ha sfidato i civili riguardo alla loro capacità di governare un paese e hanno corroborato le proprie affermazioni mettendo in connessione gli eventi della rivoluzione – cioè le proteste, gli scioperi – con la massiccia stagnazione politica e il collasso dei servizi pubblici. Questa correlazione ha palesemente trascurato l’incompetenza della giunta militare che ha governato il paese nel periodo di transizione e il fallimento del regime nel costruire delle basi solide per l’economia e nel delineare una struttura economica diversificata e resistente, in grado di assicurare crescita sostenibile e inclusione sociale.

Infine, il regime ha attribuito tutti i fallimenti alle azioni della Fratellanza Musulmana (FM), ignorando il fatto che c’è stata una collaborazione strategica fra giunta militare e Fratelli Musulmani durante il periodo di transizione. Questi ultimi, sin dalla deposizione del presidente Morsi, hanno utilizzato, e continuano a utilizzare, la violenza, al fine di destabilizzare il paese e spingere il regime militare a fare concessioni. Le azioni della FM e la retorica del regime nei media anno così contribuito a creare un pericoloso stato di polarizzazione sociale, fornendo anche una scusa alle ingiustificabili politiche oppressive del regime. Queste hanno causato l’uccisione e l’arresto arbitrario di molti giovani, attivisti politici e dei social media.

Dal punto di vista dell’analisi del potere politico, si evince invece come il regime militare sia stato in grado di consolidare il potere grazie a diversi elementi, di questi però alcuni sono stati del tutto fortuiti.

Il primo di questi elementi è costituito dal generoso sostegno, finanziario e politico, di alcuni paesi del Golfo (Arabia Saudita, Kuwait e Emirati Arabi). Tale supporto è stato motivato dal timore di instabilità politica e della crescente influenza regionale della Fratellanza, e dal desiderio di porre fine a qualunque tentativo di instaurare dei regimi democratici nell’area. In sostanza, l’obiettivo era il ritorno al business as usual.

Il sostegno dei paesi del Golfo è stato chiaramente efficace nell’esercitare pressioni sull’Europa e gli Stati Uniti affinché essi non assumessero posizioni forti contro gli eccidi di oppositori e il deterioramento del rispetto dei diritti umani in Egitto. Allo stesso tempo, né gli USA né l’UE sono disposti a mettere a repentaglio le loro relazioni con i militari al Cairo o con gli alleati nel Golfo, e questo fatto costituisce un’evidente discrepanza tra le posizioni sbandierate da Europa e Stati Uniti sulla protezione dei diritti umani e le effettive posizioni sul campo.

Il secondo elemento di consolidamento del potere è fondato sulla coincidenza di eventi in Iraq, con l’ascesa dell’ISIS e gli attacchi terroristici nel Sinai. Si è trattato di un’opportunità d’oro per il regime che ha potuto così trovare una giustificazione alla propria esistenza e ribadire la propria legittimità. Inoltre, il massacro di Charlie Hebdo a Parigi, gli attacchi terroristici a Sydney e in Canada hanno contribuito a rafforzare le normali relazioni fra l’Egitto e l’Unione europea, che sono, in gran parte, tradizionalmente fondate sulla cooperazione nel campo della sicurezza, mentre democrazia e rispetto dei diritti umani sono completamente trascurati.

Se si osservano le dinamiche politiche, emerge come gli elementi che hanno condotto al consolidamento del potere sono gli stessi che ne determinano anche la fragilità.

È chiaro che i pilastri sui quali si fonda il potere del regime non sono determinati dalla presenza politica o dalla capacità di delivery. In effetti, l’abilità del governo di stabilizzare nel tempo il proprio controllo senza il sostegno dei paesi del Golfo e senza il riconoscimento internazionale è inimmaginabile. Tuttavia, questi due fattori sono fortemente volatili e complessi e, dunque, trasferiscono la loro volatilità e complessità sulla stabilità dell’Egitto, almeno nel medio termine. Quindi, a meno che il regime non riesca a raggiungere una forma di riconciliazione politica, a imprimere un forte slancio economico all’economia, a migliorare i servizi pubblici, inclusa la gestione della sicurezza, e ad abbandonare le pratiche oppressive, l’Egitto sarà suscettibile di fragilità.

Questa conclusione dovrebbe indurre a chiedersi se la rivoluzione in Egitto sia fallita e se esista una speranza di instaurare un regime democratico nel paese.

Le risposte a queste domande dipendono dalla definizione che diamo al termine rivoluzione. Si tratta degli eventi che portarono e che seguirono la caduta di Mubarak? O il processo di lotta per il rispetto dei diritti umani e la democrazia? Nel primo caso, la rivoluzione è stata sconfitta. Mubarak e i suoi uomini sono stati dichiarati non colpevoli dal sistema giudiziario e alcuni di loro sono liberi, mentre gli attivisti della rivoluzione riempiono le prigioni del paese.

Nel caso in cui accettiamo la seconda definizione, la rivoluzione è ancora viva e ha anche significative probabilità di avere successo. La demografia è un fattore importante da tenere in considerazione, quando si analizza il futuro dell’Egitto. Due terzi della popolazione hanno meno di quarant’anni, la struttura demografica del paese è dunque straordinariamente giovane e affamata di cambiamento. Inoltre, le sfide socioeconomiche che l’Egitto sta affrontando sono immense e non possono essere superate senza inclusione sociale e un sistema di governo sano. Inoltre, gli eventi della rivoluzione e quelli che sono seguiti sono stati molto istruttivi per le generazioni più giovani, per le quali un governo civile e l’opposizione al fascismo religioso o militare sono dei valori.

Insomma, ciò di cui l’Egitto ha bisogno è rafforzare la capacità dei giovani di organizzarsi in unità politiche che possono potenzialmente introdurre un paradigma funzionale alternativo che potrebbe porre fine al nesso tra potere militare e potere politico. A nostro avviso la dittatura che stiamo vivendo corrisponde a quella che l’economista brasiliano Roberto Mangabeira Unger ha descritto come “la dittatura dell’assenza di alternative”.

 

 


Foto: Ahmad Hammoud

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