Le belle festività di Wall Street

Written by Carlo Pinzani Thursday, 22 January 2015 15:55 Print
Le belle festività di Wall Street Foto: Alex Proimos

Alcuni dati economici positivi alimentano negli Stati Uniti l’impressione che la crisi finanziaria sia ormai alle spalle. È questo sufficiente a giustificare la rimozione dei paletti normativi che erano stati posti per evitare il ripetersi di tracolli rovinosi come quello dell’ottobre 2008?


A rigore, dal primo gennaio 2015, la crisi finanziaria è entrata nel suo settimo anno. Per quanto inoppugnabile appaia in Europa quest’affermazione, essa è apertamente contestata sull’altra sponda dell’Atlantico. Proprio alla vigilia di Natale, negli Stati Uniti sono stati diffusi dati confortanti e complessivamente corretti sulla ripresa dell’occupazione, sul consistente aumento del prodotto interno lordo nel terzo trimestre del 2014 e sul livello record degli indici dei mercati azionari. Da queste informazioni si è dedotto – e la deduzione è stata enfatizzata sulla stampa europea – che la crisi americana è finita e che il processo di crescita dell’economia è in procinto di riprendere più o meno ai ritmi del ventennio 1987-2007.

Anche se il compito di esercitare il senso critico, cercando di capire la sostanza delle cose al di là della loro presentazione mediatica, diventa alla lunga fastidioso e frustrante (specialmente in un paese dove, al momento, le cassandre non sono di moda), sembra giusto richiamare l’attenzione sul fatto che ciascuno di questi dati deve essere valutato con obiettività. Così, l’indiscutibile riduzione del numero dei disoccupati non esime dal porre il problema delle caratteristiche dei nuovi posti di lavoro e dalla valutazione della componente dell’abbandono della ricerca di occupazione. Né l’incremento del prodotto interno lordo può essere enfatizzato oltre misura non solo per l’ovvia constatazione che una rondine non fa primavera (e quindi un dato trimestrale è insufficiente a garantire una tendenza consolidata), ma anche che nel calcolo sono compresi i servizi finanziari. Quanto agli indici dei corsi azionari, il loro valore predittivo è assai scarso dal momento che essi sono rimasti costantemente elevati (salvo che nella fase più acuta della crisi finanziaria) a partire dal “lunedì nero” dell’ottobre 1987, quando la reazione della Federal Reserve al maggior collasso borsistico in un solo giorno della storia di Wall Street avviò una politica di costante sostegno alle quotazioni, attraverso l’abbondanza di liquidità e i bassi tassi d’interesse. Sempre in tema di corsi azionari è giusto anche ricordare la crescente tendenza delle società quotate ad acquistare azioni proprie in modo da ridurne il numero e aumentare il valore di quelle che restano sul mercato, nonché il sempre più diffuso ricorso all’indebitamento per condurre in porto operazioni di fusione e di acquisizione di società. Si tratta, in entrambi i casi, di attività che non comportano investimenti reali o incremento del capitale delle società.

Si può dunque concludere che questi dati, pur reali e in sé positivi, non paiono sufficienti a sostenere che gli Stati Uniti siano avviati verso l’uscita dalla crisi finanziaria e la ripresa della crescita economica. Semmai, nello stesso mese di dicembre 2014, due altri ben diversi e corposi fatti – sia detto senza ironia – sembrano suffragare la visione ottimistica.

Nell’ultima sessione del 113° Congresso, la Camera dei rappresentanti e il Senato hanno approvato una legge omnibus, frutto di un accordo tra l’Amministrazione Obama e lo speaker repubblicano John Boehner che, consentendo l’esercizio del bilancio fino al settembre 2015, impedisce la paralisi dell’apparato federale. L’esecutivo, in cambio, ha fatto diverse concessioni. Tra queste, decisiva ai fini del nostro discorso è l’abrogazione di una norma del Dodd-Frank Wall Street Reform and Consumer Protection Act del 2010, il testo fondamentale in materia di attività finanziaria emanato nell’intento di evitare il ripetersi di crisi rovinose come quella esplosa nell’ottobre del 2008. È evidente che il punto chiave di qualsiasi incisiva riforma dell’attività finanziaria è quello di evitare che l’eccessiva assunzione di rischi da parte di operatori privati a fini speculativi finisca per ricadere sui bilanci pubblici e, conseguentemente, sulle spalle dei contribuenti.

Il modo più diretto per ottenere questo risultato passa per la separazione dell’attività speculativa dalla normale gestione del credito. È dunque comprensibile che nella riforma successiva alla fase acuta della crisi attuale si sia voluto reintrodurre una qualche separazione tra le istituzioni finanziarie che accettano depositi dei risparmiatori e istituzioni che si dedicano alla ricerca di profitti impiegando risorse proprie o ricevute in prestito. Poiché l’attuale sviluppo della finanza non consente il ritorno alla netta separazione tra banche di deposito e banche d’investimento prevista dal Glass Steagall Act del 1933 (abrogato poi nel 2000 nel quadro della prolungata tendenza a favorire comunque le liberalizzazioni), è stato necessario ricorrere a forme più indirette (e perciò meno efficaci) di separazione. Si tratta della famosa Volcker Rule, dal nome dell’ex presidente della Federal Reserve Paul Volcker, consulente del Congresso nell’elaborazione della normativa del 2010. Questa, pur con tutta la gradualità necessaria, era destinata ad applicarsi a tutte le banche, dal momento che nel pieno della fase calda della crisi anche alle grandi banche d’investimento fu concesso di ricevere depositi per ottenere la garanzia federale sui depositi stessi.

In termini molto semplificati, la normativa si articola in una serie di regole che vanno dal divieto per le banche di svolgere direttamente attività speculative all’obbligo di eliminare dai loro portafogli una serie di prodotti finanziari considerati particolarmente pericolosi perché utilizzati in operazioni a rischio elevato. In particolare, alla scadenza del termine di tolleranza previsto dalla legge, l’esercizio dell’attività bancaria avrebbe dovuto divenire incompatibile con la detenzione di contratti derivati detti credit default swaps (CDS). Questi prodotti sono usualmente presentati come strumenti per assicurarsi contro il mancato rimborso di un credito, o, come si dice, contro il rischio di controparte. Tuttavia, altrettanto usualmente, si omette di dire che questi contratti possono avere per oggetto la solvibilità di controparti con le quali non si ha alcun rapporto di credito, trasformandosi così in una vera e propria scommessa sulla sopravvivenza o sul fallimento di qualsiasi soggetto che eserciti un’attività economica.

È perfettamente comprensibile che strumenti di questo tipo siano utilizzati da operatori finanziari impegnati nella speculazione, dal momento che da essi possono derivare profitti rilevanti: ma è evidente che, in questo modo, si configurano interessi precisi al fallimento o alla sopravvivenza di soggetti economici estranei al rapporto di credito principale. Diventa però difficile capire come attività di questo tipo siano conciliabili con l’ordinato svolgimento dell’attività creditizia, mentre è perfettamente comprensibile che le banche più grandi (quelle che fino al 2008 erano le banche d’investimento) siano interessate a mantenere aperta una fonte di profitti rilevante, al punto che già nei quattro anni intercorsi dall’approvazione del Dodd-Frank Act la lobby bancaria aveva promosso tentativi di abrogazione della norma.

Il successo della lobby bancaria non è certo passato inosservato e nel Partito democratico si è innescata una vivace polemica. Questa ha coinvolto anche la Casa Bianca, che ha aderito allo scambio proposto dai repubblicani per assicurare la continuità di funzionamento dell’esecutivo. L’ala progressista del partito, guidata da Nancy Pelosi e, soprattutto, da Elisabeth Warren, ha assunto una posizione molto polemica, del tutto conforme al ruolo svolto dalla stessa Warren nel promuovere l’approvazione e l’attuazione della riforma finanziaria. Né sembra azzardato pensare che questa vicenda possa aumentare le possibilità di una candidatura della senatrice del Massachusets alle elezioni presidenziali del 2016.

Ma quello del Congresso non è stato il solo regalo ricevuto da Wall Street in occasione delle festività. Un altro lo ha fatto la Federal Reserve, allungando di due anni, fino al 2017, il periodo transitorio previsto dal Dodd-Frank Act alla fine del quale le banche e altri soggetti che godono dell’assicurazione federale sui depositi o di equivalenti garanzie, nonché le filiali americane di banche straniere devono cessare di negoziare titoli in proprio (proprietary trading) o di detenere titoli di proprietà o di avere determinati rapporti con fondi azionari o hedge funds. Anche se queste situazioni sono realmente complesse e richiedono oggettivamente tempo per essere sbrogliate senza affanno, l’estensione del periodo transitorio per l’applicazione integrale della Volcker Rule è una decisione molto vantaggiosa per gli istituti bancari di maggiori dimensioni che hanno fatto importanti investimenti in molte migliaia di fondi di questo tipo. La dimensione degli interessi in gioco è confermata dal tentativo in corso in questi giorni nella nuova legislatura di trasformare il rinvio in abrogazione legislativa e di eliminare le restrizioni all’uso delle cartolarizzazioni per i debiti nei confronti delle banche assistiti da garanzie. Per il momento, il tentativo sembra essere stato fermato dall’opposizione dei democratici, condotta anche in questo caso dalla Warren.

Questi fatti sono dei risultati importanti per il settore finanziario in generale che, dopo aver contrastato l’approvazione della riforma, ha cominciato subito a prendere iniziative per ritardarne l’attuazione e anche per ottenerne la graduale abrogazione. Per questo motivo sembra legittimo considerarli chiaro sintomo di un’uscita dalla crisi, pur se soltanto nella direzione scelta dalla finanza e non in quella richiesta dall’interesse generale. Così banchieri e finanzieri mostrano chiaramente di voler continuare a operare nello stesso modo che, nei primi anni del secolo, ha costruito le condizioni che hanno portato alla crisi. Com’è noto, in essa è stato coinvolto più o meno l’intero pianeta, con un fardello di sofferenze e di pericoli non molto dissimili da quelli che si registrarono negli anni Venti e Trenta del Novecento.

Ma il nocciolo della questione rimane quello dell’uscita dalla crisi attraverso la ripresa regolare e sufficientemente sostenuta della crescita economica.

Su questo punto v’è da tempo un consenso abbastanza diffuso: il vero segnale di un decisivo cambio di tendenza sarà dato dall’abbandono della politica monetaria accomodante da parte della Federal Reserve e, in particolare, dall’aumento dei tassi d’interesse rimasti da moltissimo tempo a livelli inferiori alle medie storiche e prossimi allo zero negli ultimi anni. È questo l’argomento dominante da almeno un anno nelle discussioni periodiche del Federal Oversight Monetary Committee (FOMC) e il suo rilievo è ulteriormente aumentato da quando la banca centrale americana ha posto fine, nello scorso ottobre, all’immissione di liquidità nel sistema attraverso l’acquisto di titoli privati e pubblici.

È anche la consapevolezza dell’importanza di questa svolta che induce a enfatizzare i segnali positivi che provengono dall’economia americana, proprio per evitare che la risalita dei tassi possa avere ripercussioni negative sulla ripresa e introdurre nuovamente tendenze recessive. D’altra parte, la stessa consapevolezza è stata confermata nella conferenza stampa della presidente della FED Yanet Jellen dopo la riunione di dicembre del FOMC. Mentre le dichiarazioni introduttive erano ispirate alla massima cautela e all’evidente finalità di allontanare nel tempo (fino alla fine del 2017) il ritorno dei tassi al loro livello normale di lungo periodo, usando un linguaggio che è un vero e proprio ibis redibis, la Yellen, invitata dai giornalisti a fornire maggiori precisazioni, si è limitata ad escludere che l’inversione di tendenza nella politica dei tassi possa avvenire prima della riunione di aprile del FOMC. Il periodo indicato è sicuramente breve, anche tenendo conto dei tempi rapidissimi dell’attività finanziaria, e non modifica le condizioni d’incertezza in cui è avvolta la politica monetaria americana.

A questo punto, sembra che si possa ripetere oggi l’affermazione fatta da Alan S. Blinder nel 2013, a conclusione di un dettagliato esame delle condizioni e del momento della cruciale decisione di politica monetaria che la banca centrale americana dovrà prendere: «Il momento per l’uscita (dalla crisi) della Federal Reserve verrà sicuramente un giorno. Ma non è ancora qui».[1]

V’è anzi chi sostiene che la decisione avrebbe dovuto essere già stata presa e che la banca centrale americana sia già in ritardo, ripetendo così l’errore compiuto sotto le precedenti gestioni di Alan Greenspan e di Ben Bernanke, quando, nel periodo 2004-08, con la loro lentezza nell’adeguare i tassi d’interesse, contribuirono a gonfiare la bolla immobiliare e creditizia il cui scoppio ha innescato la crisi finanziaria. Del resto, i mercati continuano ad essere inondati di liquidità, tanto più che, dopo la sospensione degli acquisti di titoli da parte della FED, la banca centrale nipponica e quella europea hanno afferrato il testimone del quantitative easing in una staffetta il cui risultato è quello di creare le condizioni per nuove bolle speculative.

Ma anche questa, pur pessimistica, è sempre una previsione e, quindi, per definizione, può non realizzarsi. Soltanto che incrociare le dita e auspicare il meglio non è una politica né monetaria né economica, tanto più che per tutti si tratta di navigare in acque inesplorate, salvo che per le grandi banche e i nuovi grandi intermediari del credito che non intendono muoversi da quelle a loro ben note e per loro tranquille, anche se rovinose per il resto della società. Quindi, in definitiva, la sola cosa certa, a questo punto, è che a Wall Street si sono trascorse delle bellissime festività.



[1] A. S. Blinder, After the Music Stopped. The Financial Crisis, the Response, and the Work Ahead, The Penguin Press, New York, 2013, p 386.

 

 


Foto: Alex Proimos

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