L’iperdemocrazia dei gazebo

Written by Michele Prospero Friday, 16 January 2015 15:25 Print
L’iperdemocrazia dei gazebo Foto: Partito Democratico

Affidate come sono a una gestione “fai da te”, le primarie sono un espediente inefficace per rinvigorire i partiti e migliorare le procedure di selezione dei candidati. Rischiano anzi, al contrario, di svuotare ulteriormente, in nome di una malintesa idea di partecipazione, la funzione e il senso della politica organizzata.

 

 

Le vicende liguri, dopo che analoghi episodi sono stati riscontrati in tutta la penisola, spingono a una riflessione ponderata sull’esperienza delle primarie. Prive di una cornice legislativa, e affidate a una gestione “fai da te”, le file ai gazebo non si rivelano affatto quale compimento di una indispensabile ricarica etico-politica dei partiti dopo le loro degenerazioni e chiusure oligarchiche. Le primarie sono un espediente inefficace per rinvigorire partiti deboli perché esse, in realtà, finiscono per colpire ancora di più la funzione e il senso della politica organizzata.

Quando, come è accaduto in Liguria, a rinfoltire l’entità dei partecipanti all’evento si presentano stranieri in comitiva, o a influenzare le operazioni, il coinvolgimento e le scelte emergono dei riconoscibili esponenti del campo politico opposto, affiorano delle questioni cruciali, e mai sciolte.

Far votare anche gli stranieri appartiene ad una nobile tradizione. Fu la Comune di Parigi a prevederlo. E poi venne il paragrafo 20, sezione II, della costituzione sovietica a garantire il voto a tutti gli stranieri che soggiornavano in Russia per lavoro. Persino un giurista liberale come Hans Kelsen notò, a riguardo dell’innovazione sovietica, che si trattava «di un atto d’importanza storico-universale e di un forte passo verso la realizzazione politica del concetto – assolutamente democratico – di umanità». Ma è per lo meno dubbio che ci sia una qualche reminiscenza comunarda o un qualche remoto sentore di internazionalismo proletario nei compilatori dello scriteriato statuto del PD. E per questo, innestare una peculiare invenzione soviettista, tesa all’autogoverno proletario, sul corpo di una istituzione americana, orientata più prosaicamente alla contendibilità della leadership, genera una qualche strozzatura procedurale.

Ancor più spinose sono le implicazioni del principio delle primarie aperte per cui ogni passante è ammesso al voto, anche se professa degli orientamenti politici opposti e mai voterà per il PD nelle consultazioni vere. Questa illogica apertura sconfinata ai passanti e al loro potere di influenza sfida nozioni di senso comune ma è il tacito fondamento dell’ideologia del partito della nazione. Cioè del non-partito, che non ha identità, che non ha senso della parzialità e si scioglie nel corpo elettorale indifferenziato. Ciò rende privo di ogni senso l’agire organizzato in partiti, circoli, associazioni. E quello che si perde in termini di militanza, di partecipazione permanente nei territori si acquista in termini di influenza del denaro e dei media nella determinazione delle carriere politiche e delle figure amministrative.

Il mito della iperdemocrazia dei gazebo, che celebra il risveglio della bella società civile, si conclude mestamente con il trionfo delle arcane potenze del denaro. Se proprio non si riesce a fare a meno delle file ai gazebo, in nome di una malintesa idea di partecipazione, almeno ci sia una qualche prova di razionalizzazione delle procedure adottate. La prima esigenza da affermare, e che è al centro delle roventi dispute di questi giorni a Genova, è quella della certezza dei registri elettorali. Cioè della estensione reale del popolo provvisto di diritti. Nessuna elezione, primaria o secondaria che sia, può regolarmente svolgersi senza la predeterminazione, certa, univoca, del corpo elettorale autorizzato a pronunciarsi.

La certezza dell’universo reale, destinato a dare il consenso alle candidature in lizza, va garantita prima della apertura dei seggi. E non dopo, in corso d’opera, perché è la condizione basica per stabilire la validità di una competizione. Nessuna contesa per il voto è da ritenersi regolare se non ha già in partenza stabilito i confini dell’universo degli aventi diritto alla partecipazione. Se il corpo elettorale resta incerto, e quindi può allargarsi o restringersi in maniera indeterminata, la contesa è in partenza priva di ogni validità, quale che sia il livello di inquinamento registrato o l’ampiezza dei fenomeni di compravendita denunciati ai garanti.


Foto: Partito Democratico

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