Pechino e il rischio del contagio democratico di Hong Kong

Written by Ugo Papi Wednesday, 08 October 2014 14:33 Print
Pechino e il rischio del contagio democratico di Hong Kong Foto: Doctor Ho

Le proteste pacifiche di migliaia di cittadini di Hong Kong contro il tentativo del governo di Pechino di porre ulteriori vincoli alle già limitate libertà dell’isola – che gode però di privilegi impensabili nel resto della Repubblica Popolare – sono il segno dell’emergere di nuovi insopprimibili bisogni che non si limitano al mero consumismo. La prospettiva di un contagio da Hong Kong al resto della Cina è però un rischio che Pechino non può correre.


La scorsa settimana decine di migliaia di cittadini di Hong Kong sono scesi in piazza pacificamente, noncuranti dei lanci di lacrimogeni da parte delle forze dell’ordine e delle minacce del governo locale e delle autorità di Pechino. Nell’isola non si vedeva un movimento di queste dimensioni da molti anni. Le ragioni della protesta sono legate alla decisione del governo hongkonghese di limitare la scelta dei candidati alla guida dell’isola nel 2017, dando mandato a un comitato ristretto, scelto dal governo centrale, di decidere chi avrà i requisiti per partecipare alle elezioni. In sostanza si allontanerebbe, fino forse a sparire, la possibilità per l’ex enclave britannica, di avere libere elezioni e un governo democraticamente eletto, come previsto al momento del passaggio dell’isola alla Cina.

La Basic Law del 1997 garantisce un passaggio graduale verso istituzioni pienamente democratiche. L’isola è governata in base al principio one country, two systems, che prevede un forte grado di autonomia per preservare la natura di centro economico e finanziario globale che Hong Kong si è conquistata a partire dagli anni Sessanta dello scorso secolo. Ai cittadini dell’isola sono garantite, almeno fino al 2047, libertà e diritti impensabili nella Repubblica Popolare. Fino a oggi gli abitanti di Hong Kong potevano eleggere i loro rappresentanti, ma Pechino si assicurava attraverso elezioni indirette la nomina del chief executive, il capo del governo locale, e una maggioranza pro-Cina nel Parlamento locale.

La scelta dei criteri di voto per il 2017 ha esacerbato gli animi e scatenato la protesta. Già nel 2002 una legge sulla sicurezza venne contestata aspramente dalla piazza e le autorità dell’isola dovettero fare marcia indietro, così come è avvenuto di recente per la legge sulla “educazione patriottica” nelle scuole, vista dalla popolazione come un’ingerenza politica di Pechino.

Ma questa volta la partita è ben più grossa. Riguarda la democrazia e i futuri equilibri politici non solo della baia ma della stessa Cina popolare. Per il presidente Xi Jinping è un test decisivo per riaffermare un’autorità raggiunta recentemente ai vertici del partito e dello Stato. Fallire ora significherebbe aprire per la Cina scenari drammatici che disturbano il sonno delle autorità del Dragone. La Cina non può cedere sul punto chiave di libere elezioni. Vorrebbe dire perdere definitivamente la possibilità di influire sulle sorti di Hong Kong, che rimane agli occhi dei cinesi un forziere e un centro finanziario mondiale per ora non replicabile sul continente. Inoltre la paura di un contagio del virus democratico al resto del paese è sempre possibile e risulterebbe amplificato da una vittoria delle istanze democratiche.

È pur vero che le manifestazioni di Hong Kong sono state possibili grazie alle libertà di cui Hong Kong gode e sembra difficile vederne una replica in altre parti del “Regno di mezzo”. Ma il futuro potrebbe riservare sorprese non gradite al governo cinese. Infatti, nonostante una rigida censura, è impossibile limitare le notizie della protesta sul web e la denuncia di ingerenze straniere da parte cinese sembra un ritornello stanco che non è in grado di negare la genuinità del movimento di protesta. D’altro canto risulta quasi impossibile ripetere la repressione dell’89 che portò alla fine della protesta dei giovani di Tienanmen.

Oggi la Cina è una grande potenza e il prezzo, anche solo di immagine che ne deriverebbe, sarebbe difficile da sopportare anche per il paese più stabile e controllato del globo. Inoltre un nuovo massacro irrigidirebbe la posizione di Taiwan che la Cina sogna di riunificare sfruttando la già citata formula one country, two systems utilizzata per Hong Kong.

Stessi problemi si potrebbero creare con le minoranze musulmane e tibetane che rivendicano da anni maggiore autonomia. Resta da vedere quanto consenso c’è dietro chi protesta. Finora in piazza sono scesi gli intellettuali di Occupy Central e le organizzazioni studentesche, supportati dai partiti pro-democrazia che da tempo portano avanti le istanze più avanzate nel Parlamento locale, nonostante il ruolo di minoranza a cui sono inchiodati visti i criteri elettorali in vigore.

Una parte della popolazione è rimasta alla finestra, magari con un atteggiamento di simpatia verso le ragioni della protesta, ma preoccupata delle conseguenze negative per l’economia dell’isola. Sicuramente l’establishment economico e finanziario rimane contrario a qualunque fuga in avanti che metta a repentaglio la stabilità della baia e le sue floride finanze. Si tratta di una minoranza, ma una minoranza influente e capace di contare anche senza l’aiuto di Pechino. Non bisogna dimenticare che l’attitudine pro-business e il distacco rispetto alla rivendicazione di libertà politiche contraddistinguono Hong Kong da prima dell’unificazione del 1997. E gli inglesi furono ben contenti di sfruttare in passato tale sentimento e non si adoperarono per introdurre quelle istituzioni democratiche ora richieste a gran voce dai giovani di Hong Kong.

Oggi i tempi sono cambiati e gli ultimi anni hanno visto crescere una maggiore coscienza democratica tra la popolazione assieme a un fastidio crescente nei confronti dell’“invasione” di turisti provenienti dal continente. Si tratta di un riflesso comprensibile, anche se alle volte è sfociato in manifestazioni che rasentano il razzismo, conto dovuto alla paura che gli abitanti di Hong Kong provano nei confronti di un futuro nel quale l’isola potrebbe essere semplicemente fagocitata dalla Cina, perdendo ogni specificità e privilegio rispetto alla madrepatria. Emblematica rimane la legge richiesta a gran voce e da poco approvata che non consente più alle madri provenienti dal resto della Cina di recarsi sull’isola per partorire e passare così ai loro neonati i privilegi di chi è nato sulla baia.

Oggi Hong Kong non è più un centro manifatturiero a basso costo come negli anni Sessanta e Settanta dello scorso secolo, quando l’isola emerse, assieme a Singapore, Taiwan e Corea del Sud, come una delle Tigri asiatiche, ma rappresenta un centro finanziario di primaria importanza per banche e multinazionali del mondo intero. Il suo enorme porto è uno dei più trafficati del globo e le compagnie che hanno sede sull’isola impiegano milioni di lavoratori nelle loro fabbriche nel Guandong cinese.

Il liberismo senza democrazia, temperato da una buona dose di protezionismo e poche libertà civili, è stato il modello asiatico allo sviluppo del secolo scorso. Ma oggi la globalizzazione rende difficile separare nettamente le due dimensioni, quella politica e quella puramente economica. Il capitalismo finanziario del nuovo secolo sposta investimenti ingenti in ogni parte del mondo e le notizie, come gli affari, viaggiano rapidamente sul web. Il pericolo di un contagio è più probabile che in passato e la coscienza globale delle nuove generazioni fa emergere nuovi insopprimibili bisogni e non si ferma alla dimensione consumistica. Il benessere non rende la popolazione più acquiescente, ma la spinge a irrompere nella dimensione politica.

La Cina in questo senso offre un esempio paradigmatico di una trasformazione gigantesca per ora gestita con attenzione dal partito unico al potere e che cerca di mantenere il monopolio del potere stando al passo con i tempi nuovi. Ma il futuro riserva incertezza e può influire sulle sorti dell’intero pianeta. Per questo la comunità internazionale, pur manifestando preoccupazione per la crisi politica e invitando la Cina alla moderazione, non si spinge oltre, per non irritare Pechino ed evitare conseguenze che possano ripercuotersi negativamente sullo scenario internazionale in un mondo ancora alle prese con una difficile ripresa economica, che comprende anche la Cina. Naturalmente un compromesso, per quanto difficile, sembra ancora possibile. Per questo la richiesta dei manifestanti di qualche giorno fa di dimissioni immediate del chief executive CY Leung è sembrata improvvida a molti osservatori e a una parte stessa dei manifestanti. Senza una testa politica sull’isola la palla passerebbe direttamente a Pechino con ancora meno capacità di manovra da entrambe le parti.

Qualunque sia il risultato di una possibile mediazione tra i due campi, la nuova legge elettorale dovrà essere approvata dall’organo legislativo dell’isola e la presenza di un nutrito drappello di democratici potrebbe dare filo da torcere alle autorità dell’isola e di Pechino. Un risultato la protesta lo ha già avuto. I riflettori del mondo, almeno fino al 2017, saranno puntati sulla baia e per la Cina sarà una matassa difficile da districare senza conseguenze importanti, qualunque sarà la strada intrapresa.

 

 


Foto: Doctor Ho

 

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