Controllo delle frontiere esterne e salvataggi in mare: come favorire la cooperazione europea

Written by Anton Giulio Lana Wednesday, 01 October 2014 14:48 Print
Controllo delle frontiere esterne e salvataggi in mare: come favorire la cooperazione europea Foto: Noborder Network

Alla fine di agosto il commissario europeo agli affari interni Malmström ha annunciato il maggiore coinvolgimento dell’UE nella lotta alla tratta degli esseri umani e all’immigrazione irregolare. Si tratta da parte dell’Europa di un passo ancora insufficiente di fronte alla sfida umanitaria che ci troviamo ad affrontare nel Mar Mediterraneo e alla gestione dei rifugiati.


Al momento attuale, l’unica missione di search and rescue attiva nel Mar Mediterraneo è l’italiana Mare Nostrum. L’agenzia europea Frontex, infatti, non si occupa di ricerca e salvataggio dei migranti in alto mare, bensì del coordinamento del pattugliamento delle frontiere esterne aeree, marittime e terrestri degli Stati membri dell’Unione europea e dell’attuazione degli accordi con paesi terzi – confinanti con l’Unione europea – per la riammissione dei migranti respinti lungo le frontiere.

Tuttavia, il Mediterraneo rappresenta la frontiera non solo dell’Italia ma di tutta l’Europa e gli sforzi del nostro paese non bastano ad arginare l’emergenza umanitaria che si riversa sulle nostre coste. Per questo motivo, negli ultimi anni le autorità italiane si sono ripetutamente appellate alla Commissione europea affinché fosse studiato un piano di equa ripartizione di questo ingente sforzo umanitario fra tutti gli Stati membri.

In quest’ottica, dunque, un’operazione di search and rescue a livello europeo, che veda la partecipazione di tutti i paesi dell’Unione, potrebbe sicuramente rappresentare una soluzione per garantire la tutela dei diritti fondamentali dei tanti migranti che solcano i nostri mari. Al contrario, nonostante l’entusiasmo iniziale, un’operazione quale Triton/Frontex Plus, sebbene frutto di un maggiore impegno e coinvolgimento dell’Europa nella lotta alla tratta di esseri umani e all’immigrazione irregolare, non sembra poter rappresentare un punto di svolta.

Infatti, nonostante il progetto sia ancora in fase embrionale e non ne siano ancora stati diffusi i punti salienti, risultano evidenti fin da subito alcune carenze strutturali che rischiano di minarne la portata. Ad esempio, stando alle dichiarazioni rilasciate qualche giorno fa dall’ex commissario agli Affari interni, Cecilia Malström – dichiarazioni che hanno segnato un netto dietrofront dell’Europa rispetto alle posizioni di apertura espresse a fine agosto – le risorse e i mezzi di Frontex Plus saranno determinate dal contributo volontario degli Stati membri. Parimenti a Frontex, dunque, Frontex plus non avrebbe mezzi e risorse propri e sufficienti a sostituire l’operazione Mare Nostrum e, almeno al momento, non sembrerebbe prevedere un trasferimento di competenze dagli Stati membri all’agenzia europea per quanto riguarda l’organizzazione di missioni di recupero e salvataggio. Vi è di più, nulla è stato detto in merito a dove saranno ricondotti e identificati i profughi, nonché dove potranno presentare domanda di protezione internazionale.

Inoltre, a prescindere dai problemi e dalle perplessità illustrate, rimane il fatto che nessuna missione di salvataggio nel Mediterraneo può bastare di per sé ad arginare l’emergenza umanitaria delle migrazioni irregolari se non è accompagnata da un piano europeo di ammissione umanitaria. Ad esempio, come proposto dal presidente della commissione dei Diritti umani del Senato, Luigi Manconi, le procedure di individuazione dei beneficiari di protezione umanitaria potrebbero avvenire tramite le rappresentanze diplomatiche degli Stati membri dell’Unione nei paesi di partenza. Oltre a ciò, sul modello dei partenariati per la mobilità già conclusi con paesi del Nord Africa quali Marocco e Tunisia, l’UE potrebbe creare dei presidi internazionali nei paesi rivieraschi della sponda sud del Mediterraneo e nei luoghi di partenza dei migranti in modo da creare un vero e proprio corridoio umanitario per il trasferimento di questi ultimi– con mezzi legali e sicuri – nello Stato europeo di destinazione definito tenendo conto del regolamento Dublino III in merito all’eventuale presenza di familiari.

In conclusione, quindi, qualsiasi operazione di ricerca e salvataggio di migranti nel Mediterraneo è destinata a “cadere nel vuoto” laddove non vi sia forte volontà politica di tutti gli Stati membri dell’Unione europea e, di conseguenza, della Commissione europea stessa, di collaborare per il controllo delle frontiere nonché per la “gestione” dei rifugiati. Infatti, al momento attuale, siamo ben lontani da una vera e propria responsabilità condivisa di tutti gli Stati membri UE nell’accoglimento dei rifugiati: basti pensare che solo sei paesi – nello specifico Germania, Francia, Svezia, Gran Bretagna, Italia e Belgio – si impegnano fattivamente nell’accoglimento di più del 75% dei rifugiati.

Accanto a una politica che promuova un maggiore impegno e coinvolgimento di tutta l’Europa nella gestione dei flussi migratori, non può mancare una dura politica di repressione nei confronti di pratiche aberranti quali i respingimenti in alto mare. Si tratta di una tematica a me particolarmente cara poiché, nell’ambito della mia attività di avvocato, ho avuto l’onore di difendere dinanzi alla Corte europea dei diritti dell’uomo, il signor Hirsi e altri ventitré cittadini somali ed eritrei che, insieme a molti altri, erano stati intercettati in acque internazionali dalle autorità italiane nella notte fra il 6 e il 7 giugno 2009 e, dopo essere stati caricati a bordo delle navi italiane, furono riconsegnati contro la loro volontà alle autorità libiche, senza essere previamente informati circa la loro reale destinazione e senza essere stati identificati.

Come è ormai noto, con una sentenza del 23 febbraio 2012, la Corte europea dei diritti dell’uomo si è pronunciata sul caso condannando l’Italia per una duplice violazione del divieto di tortura e trattamenti inumani e degradanti sancito dall’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo: in ragione del rischio per i ricorrenti, da un lato, di subire maltrattamenti in Libia e, dall’altro, di essere rimpatriati nei rispettivi paesi di origine.

A più di due anni da questa pronuncia, segnali positivi dall’UE sono finalmente arrivati lo scorso 16 aprile quando il Parlamento europeo ha adottato un nuovo regolamento per l’agenzia Frontex che stabilisce che, nell’ambito delle operazioni di salvataggio dei singoli Stati membri da quest’ultima coordinate, siano previste le procedure per garantire che le persone bisognose di protezione internazionale, le vittime della tratta di esseri umani, i minori non accompagnati e altre persone bisognose siano identificate e «ricevano un’assistenza adeguata», nel pieno rispetto del principio di “non respingimento” sancito da vari strumenti internazionali per la protezione dei diritti umani nonché dall’autorevole precedente – appena citato – della Corte di Strasburgo.

Basta, dunque, ai respingimenti in mare! Stando al testo approvato dal Parlamento, le operazioni di respingimento in alto mare saranno vietate. Le guardie di frontiera potranno solamente avvertire le imbarcazioni che trasportano migranti irregolari e ordinargli di non entrare nelle acque territoriali di uno Stato membro. Parimenti, il comandante e l’equipaggio di imbarcazioni private coinvolte in operazioni di salvataggio non saranno passibili di sanzioni penali per il solo fatto di aver soccorso persone in pericolo in mare ed averle portate in un luogo sicuro.

Il punto di partenza di qualsiasi operazione di controllo delle frontiere, tanto a livello nazionale quanto a livello europeo, è dunque quello di promuovere e porre in essere politiche e pratiche di gestione dei flussi migratori fuori dalla dinamica falsata ed impropria della contrapposizione tra diritti umani e sicurezza.

 


Foto: Noborder Network

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