Luci e ombre delle raccomandazioni UE all’Italia

Written by Ronny Mazzocchi Thursday, 12 June 2014 11:48 Print
Luci e ombre delle raccomandazioni UE all’Italia Foto: Jim Killock

La Commissione europea, il 2 giugno scorso, ha presentato le sue raccomandazioni di politica economica all’Italia. Tra qualche elogio e qualche voto negativo, emerge l’incoerenza delle posizioni della Commissione che chiede riforme strutturali, ma non concede le risorse necessarie ad attuarle.


Lo scorso 2 giugno la Commissione europea ha adottato una serie di raccomandazioni di politica economica rivolte ai singoli Stati membri per consolidare la timida ripresa dell’economia continentale. Come sempre le raccomandazioni si sono basate sull’analisi dettagliata della situazione di ciascun paese e hanno fornito orientamenti su come rilanciare la crescita, aumentare la competitività, creare posti di lavoro e mantenere in ordine la finanza pubblica. Bisogna ammettere con onestà che la valutazione del Programma di stabilità e del Programma nazionale di riforma presentati dall’Italia non è stata complessivamente soddisfacente.

Al nostro paese viene imputato uno scarso impegno nell’attuazione delle raccomandazioni del 2013 e le autorità comunitarie ravvisano numerosi rischi che gli impegni presi restino largamente inattuati. Non è comunque stato un voto negativo generalizzato. Andando a spulciare il rapporto della Commissione si può notare come il voto sulle politiche ambientali e sull’efficienza energetica sia stato largamente positivo e per certi versi anche lusinghiero. Meno buoni sono stati invece i giudizi sulla riforma della pubblica amministrazione, sul miglioramento del funzionamento del settore bancario e finanziario e nella lotta all’evasione fiscale.

Tuttavia, a penalizzarci particolarmente sono stati la situazione del mondo del lavoro e della coesione sociale. Contrariamente a quanto si pensi, il problema ravvisato dalle autorità comunitarie non è stato né la scarsa flessibilità né l’eccessiva tutela dei lavoratori. In cima alle preoccupazioni della Commissione europea c’è infatti la carenza di lavoro. Il tasso di occupazione, fermo al 59,8%, è ancora lontano dieci punti dagli obiettivi dell’agenda Europa 2020 e – complice la crisi – non mostra segnali incoraggianti per gli anni a venire.

Le categorie più svantaggiate continuano a essere le donne e i giovani: le prime penalizzate dalla persistente carenza di strutture per la custodia dell’infanzia e di altri servizi alla famiglia, i secondi bloccati nella trappola della precarietà o nella transizione dalla scuola/università verso il lavoro, e mai assistiti adeguatamente dai servizi pubblici per l’impiego. Le misure prese dal nuovo governo sui contratti a tempo determinato e sui contratti di apprendistato sono state apprezzate, ma la Commissione è in attesa di capire quali saranno effettivamente i contenuti del disegno di legge delega, in particolar modo per quanto riguarda le nuove forme contrattuali a tutele crescenti – che dovrebbero andare a ridurre la sempre più drammatica segmentazione sul mercato del lavoro e a favorire la stabilizzazione dei lavoratori precari – e il sistema di ammortizzatori sociali.

Non meno severo è il giudizio dell’Europa sulle nostre politiche sociali. L’Italia è, in termini percentuali, il terzo paese europeo per persone che vivono in famiglie povere o senza lavoro che non beneficiano di trasferimenti sociali, inoltre un’elevata percentuale della popolazione in età lavorativa dipende dal reddito pensionistico di un membro della famiglia. Anche in questo caso non manca il riferimento alle misure già prese nel dicembre 2013, ma la Commissione non nasconde il timore che i vincoli di bilancio del nostro paese rendano molto difficile l’estensione di alcune di queste misure – attualmente in vigore nelle dodici maggiori città e nelle regioni meridionali – a tutto il territorio nazionale.

Nota dolente – e largamente ripresa dalla stampa nazionale – è infine il giudizio sui nostri conti pubblici. Il nuovo governo ha deciso di posticipare il raggiungimento dell’obiettivo a medio termine del pareggio strutturale al 2016 anziché al 2014, così come era stato preannunciato nell’aprile 2013 e come era stato raccomandato dal Consiglio del luglio 2013. La ragione di questa scelta è da ricondurre alla grave situazione economica e alle sfavorevoli condizioni di liquidità delle imprese che hanno spinto il governo ad accelerare il rimborso dei debiti commerciali pregressi, con un effetto negativo sia sul debito che sul disavanzo.

La logica usata dalla Commissione nel suo giudizio è però puramente ragionieristica: il nostro paese rischia infatti di non rispettare le regole del Patto di stabilità e crescita. In particolare, l’aggiustamento strutturale previsto per il 2014 è considerato di gran lunga inferiore a quanto necessario per rispettare il parametro di riferimento del debito nel periodo di transizione 2013-2015. Da qui la ventilata necessità di una manovra aggiuntiva nel corso di quest’anno.

L’approccio della Commissione però mostra un certo grado di incoerenza interna. Nel documento si riconosce che le riforme strutturali che il governo ha annunciato o già avviato avranno un rilevante costo di attuazione nel breve periodo e che la mancanza di risorse potrebbe determinare una loro implementazione parziale, con ricadute negative sui tassi di crescita attesi negli anni prossimi. A questo si aggiunge l’osservazione secondo cui l’effetto del taglio dell’IRPEF per i redditi più bassi rischia di essere vanificato dal contenimento della spesa necessario per finanziarlo, lasciando quindi la domanda interna fortemente depressa e affidando il rilancio del nostro paese unicamente all’export in un contesto macroeconomico internazionale tutt’altro che favorevole.

Insomma, la Commissione da un lato chiede al governo di fare le riforme strutturali e di rilanciare la domanda interna, ma dall’altra gli toglie le risorse per farlo. Abbandonate le illusioni sull’austerità espansiva che avevano caratterizzato l’azione politica degli ultimi due anni, il nuovo governo sembra invece indirizzato verso una combinazione di misure espansive e strutturali capaci di rilanciare in maniera duratura la crescita con ricadute benefiche sui conti pubblici nel medio termine.

 

 


Foto: Jim Killock

 

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