Chi sceglierà il presidente della Commissione?

Written by Luciano Bardi Wednesday, 28 May 2014 11:39 Print
Chi sceglierà il presidente della Commissione? Foto: European Parliament

L’obiettivo della politicizzazione della candidatura alla presidenza della Commissione europea è forse stato mancato per la legislatura che sta per cominciare, a causa di risultati elettorali che non permettono di individuare un vincitore netto. Tuttavia non è ancora persa l’occasione per una sua parlamentarizzazione: spetterà agli europartiti cercare di giocare un ruolo determinante, facendosi interpreti della scelta fatta dagli elettori europei.


Le elezioni del Parlamento europeo possono essere analizzate attraverso molteplici chiavi di lettura. Se da un lato il voto euroscettico rappresenta la novità più evidente sul piano dei risultati, esso non può essere facilmente separato dal tradizionale voto di protesta o di avvertimento soventemente espresso dagli elettori contro i partiti di governo e tipico delle elezioni di secondo ordine, quali sono le elezioni europee.

C’è poi il tema degli schieramenti all’interno del Parlamento che va dalla considerazione della possibile formazione di nuovi gruppi politici, tutti probabilmente dell’area euroscettica, alla valutazione del rafforzamento o, più spesso, indebolimento dei gruppi tradizionali. Ineluttabilmente collegata è l’altra importante novità di queste europee: la nomina da parte di cinque europartiti dei loro candidati alla presidenza della Commissione. Per il suo significato politico e istituzionale è questo l’aspetto che merita maggiore attenzione.

Esso indubbiamente pone il quesito di come i risultati debbano essere analizzati: non basta più contare semplicemente il numero di seggi dei singoli gruppi, ma si deve considerare anche se questi siano “coalizionabili”. Inoltre, occorre individuare criteri valutativi corretti per decidere chi abbia vinto o abbia perso le elezioni. Infatti, se il Trattato di Lisbona dispone che per nominare il presidente della Commissione si debba tener conto dei risultati delle elezioni europee, questo non significa che la designazione debba essere a favore di un esponente dell’europartito di maggioranza relativa, il Partito Popolare Europeo, specie in questa occasione che lo vede al di sotto del 30% dei voti e dei seggi (213 su 751).

In presenza di sistemi elettorali proporzionali, come quello del PE, chi vince o chi perde si decide in base agli scarti con le elezioni precedenti e non in base ai valori assoluti. Contrariamente a quanto sostenuto da Jean-Claude Juncker allora, il PPE non esce affatto vincitore dalle europee 2014, ma evidentemente e clamorosamente sconfitto. Anche considerando la riduzione dei seggi totali nel PE (da 766 a 751), che da sola avrebbe causato una diminuzione di 4-5 parlamentari, la perdita subita dal PPE è di almeno 56 seggi rispetto al 2009 (213 contro 274), in conseguenza di un calo dei consensi superiore al 7%. Per contro, il gruppo dei Socialisti e Democratici perde al massimo due seggi, sempre considerando la perdita fisiologica di 4 (190 invece dei 196 nella legislatura precedente) con un livello di consensi praticamente invariato (-0,3%). Questo risultato deve essere considerato espressione di una tenuta rimarchevole, alla luce dei risultati positivi ottenuti dagli euroscettici e considerato il ruolo di governo, spesso penalizzante alle europee, che i partiti nazionali che appartengono al gruppo hanno in numerosi stati membri.

Considerazioni simili possono essere fatte riguardo alle coalizioni potenzialmente realizzabili a sostegno dei due principali candidati. Il centrodestra ha perso in tutte le sue potenziali componenti. Oltre al PPE sono in calo sia i liberali sia i conservatori. Il centrosinistra invece sale lievemente, grazie all’incremento della Sinistra unitaria europea (GUE/NGL), ma rimane comunque dietro il centrodestra. Anche in questo caso allora la maggioranza relativa direbbe Juncker, mentre la tendenza direbbe Schulz. Ma quel che più conta è che, anche considerando possibili incrementi che potrebbero venire dall’ingresso nei gruppi parlamentari tradizionali di alcuni dei nuovi attori, ambedue rimangono al di sotto della maggioranza assoluta necessaria per poter esprimere un credibile candidato di “parte”.

Se l’obiettivo della politicizzazione della candidatura alla presidenza è almeno per queste elezioni fallito, resta ancora quello della sua parlamentarizzazione. Anche questo appare però di difficile realizzazione. Già si intravede il delinearsi dei giochi intrecciati che porteranno, congiuntamente a quella del presidente della Commissione, alla nomina del presidente del Consiglio europeo, di quello dell’Eurogruppo e dell’Alto rappresentante per la politica estera e di difesa. Si può solo auspicare che gli europartiti mantengano collettivamente i nervi saldi e riescano a essere decisivi nella nomina del presidente della Commissione. L’unica strada percorribile è quella della grande coalizione, per ora estesa il più possibile. La scelta fatta dai capigruppo dei cinque principali europartiti di conferire a Juncker una sorta di mandato esplorativo ha lo scopo di mandare ai governi nazionali il messaggio che debbano essere i partiti stessi gli interpreti dell’esito delle elezioni e non gli Stati, chiunque alla fine sia il candidato prescelto. Dopotutto saranno loro chiamati a perfezionarne l’elezione attraverso il voto nel Parlamento europeo.

 

 


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