Un ruolo per le donne oltre gli stereotipi

Written by Alessandra Moretti Thursday, 20 March 2014 15:48 Print
Un ruolo per le donne oltre gli stereotipi Foto: Helmuts Guigo


Il punto è che la parità dovrebbe essere un interesse generale, diffuso nella società quale traguardo economico prima che politico o culturale. Lasciare a casa metà della forza lavoro significa perdere punti di PIL. Ormai dovremmo saperlo tutti, o vogliamo continuare a far finta di nulla?

La battaglia per la parità non dovrebbe essere condotta solo da un genere perché è facile allora cadere nella retorica della contrapposizione tra sessi. Occorre ricercare sempre, oltre ogni incomprensione, l’autostima e il sostegno reciproco, la fiducia nell’altro, il rispetto delle differenze, la conoscenza profonda dei meriti degli esseri umani.

Bello un mondo dove il merito conta realmente più del genere, dove non servono quote né riserve indiane perché nessuno si deve proteggere, perché nessuno resta indietro solo perché la natura ne ha determinato il destino riservandolo prioritariamente alla cura. La biologia non la possiamo, né la vogliamo cambiare, gli stereotipi sì. Quello della cura famigliare ad esempio, che non può più essere considerato appannaggio esclusivo del mondo femminile.

Ma siccome è il contesto quello che conta, allora è giusto andare avanti con i recinti finché l’ingessatura non ci renderà più forti, finché i rapporti non saranno riequilibrati, finché le discriminazioni di genere non ci saranno più.

Abbiamo strada da fare, tanta.

Però i segnali ci sono. Nel corso dell’offensiva per inserire la sacrosanta norma sulla parità di genere nella riforma elettorale durante il recente esame alla Camera dei deputati siamo stati capaci di dare un importante messaggio di forza e coesione: le parlamentari di ogni schieramento politico si sono battute per veder garantita la regola senza la quale nelle liste per accedere alla rappresentanza politica sarebbero pochissime le donne. Prova ne siano le ultime elezioni regionali sarde dove in mancanza di una legge elettorale che garantisse le pari opportunità sono state elette in consiglio regionale solo 4 donne su 60 eletti, o peggio in Basilicata dove nemmeno un seggio è andato a una donna.

Occorre ritrovare uno spirito per così dire “resistente” che ci porti a costruire un modello di leadership femminile contemporaneo, che faccia tesoro delle battaglie femministe e delle leggi in difesa delle donne, ma che sappia andare oltre la tutela e ricerchi, e pretenda, la totale parità di genere.

Così come sta avvenendo in Francia dove l’Assemblea Nazionale ha appena approvato una riforma epocale che mira a redistribuire le opportunità tra generi. L’ha realizzata una ragazza di poco più di 30 anni che è ministro per i Diritti delle donne: Najat Vallaud-Belkacem. Perché la parità di genere nel nostro paese andrebbe riformata esattamente come la burocrazia e la legge elettorale: dalla cura della famiglia agli stipendi, dalla rappresentanza politica alla presenza delle donne nei vertici delle maggiori aziende pubbliche.

Ricordo che nascere maschio o femmina condiziona ancora e molto le opportunità economiche e di carriera nel nostro paese che si trova, secondo il Global Gender Gap Report del World Economic Forum, al 124° posto (su 136!) per quanto riguarda la pari retribuzione.

Anche la rappresentanza politica femminile deve fare passi in avanti. Questo Parlamento è a forte trazione “rosa” ma la voce delle donne a volte si fa fatica ad ascoltarla, così com’è sommersa dagli stereotipi che arrivano sui media prima delle parole.

Questo è il primo governo paritario della storia italiana: il 50% è composto da ministri donne. Una vera rivoluzione. Eppure sulle prime pagine dei quotidiani il giorno dopo il giuramento i commenti erano tutti per le mise delle ministre, presumendo che non ci sia molto altro da dire sul profilo di una donna che occupa un posto di rilievo istituzionale. Domandiamoci come mai questo trattamento venga riservato solo alle donne: è legittimo e giusto chiedere all’esecutivo di essere all’altezza della situazione. Ma questo deve avvenire a prescindere dal sesso dei suoi componenti.

Ora le condizioni per un cambiamento coraggioso ci sono e proprio con la stessa forza con cui è stata condotta la battaglia sulla rottamazione va portato a casa il risultato sulla parità di genere.

Renzi ha fatto il primo governo paritario della storia di questo paese, con ministre donne che ricoprono incarichi importanti e tipicamente maschili: penso alla Difesa o allo Sviluppo economico. Lo stesso non si può dire per la partita dei sottosegretari che ha visto nominate solo 9 donne contro 35 uomini e nessuna nel ruolo di viceministro.

Sono in scadenza le nomine delle società controllate dal ministero dell’Economia e delle Finanze: Eni, Finmeccanica, Poste, Enel, Ferrovie e Anas, giusto per citare le più importanti. Un pacchetto di 350 posti dirigenziali nel cuore operativo del paese con cui per la prima volta un governo di centrosinistra si trova a fare i conti. Renzi ha già detto che nelle aziende pubbliche ci deve essere spazio per manager donne. Noi ci auguriamo che sia così, che la classe dirigente di questo paese riesca finalmente a diventare nuova, trasparente e credibile. Che il principio di accountability, che il premier ha con tanta forza richiamato per sé, possa trasferirsi per osmosi a questi centri nevralgici di potere. È un’occasione unica per rendere questo paese più giusto e, forse, anche meno burocratico.

 

 


Foto: Helmuts Guigo

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