Crisi finanziaria internazionale e politica italiana

Written by Carlo Pinzani Tuesday, 03 December 2013 18:12 Print
Crisi finanziaria internazionale e politica italiana Foto: Images of Money

Se è ormai chiaro che la gestione politica della persistente crisi finanziaria è divenuta compito primario delle banche centrali e delle grandi istituzioni finanziarie internazionali e, soprattutto, dipende dai complessi rapporti di queste con l’ipertrofico e instabile sistema della finanza globale, quale può essere il concreto rapporto tra questa situazione globale e la politica dell’Italia?


Il 30 ottobre scorso il Dipartimento del Tesoro americano pubblicava il periodico “Rapporto al Congresso sulle politiche economiche internazionali e del tasso di cambio”, una panoramica della situazione in atto nel sistema dei pagamenti internazionali. In esso si affermava che «la Germania ha mantenuto un consistente avanzo della bilancia delle partite correnti durante tutto il periodo della crisi finanziaria nell’area euro e, nel 2012, l’eccedente tedesco in termini nominali era maggiore di quello della Cina. Il ritmo lento della crescita della domanda interna e la dipendenza dalle esportazioni hanno impedito un riequilibrio mentre altri paesi dell’area euro sono stati sottoposti a forti pressioni per ridurre le domanda e limitare le importazioni al fine di promuovere il riequilibrio. Il risultato netto è stato un impulso deflazionistico per tutta l’area euro e per l’economia mondiale» (p. 3). Si tratta di un giudizio pesante che – tra l’altro – viene successivamente ripreso e articolato con raccomandazioni puntuali circa la necessità dell’intervento degli organi preposti al controllo degli squilibri (p. 25), vale a dire della Commissione europea.

L’eco di questa iniziativa del Tesoro americano è stata ampia e intensa, specialmente, come è evidente, nei paesi della periferia dell’euro, quelli soggetti alle presunte esigenze di riequilibrio. E, subito, tra i commentatori, anche accademici, sono scattati i riferimenti alla posizione di John Maynard Keynes nelle trattative anglo-americane che condussero alla costruzione del sistema di Bretton Woods. Il riferimento, peraltro, è improprio e si basa su un equivoco di fondo. Keynes era giustamente convinto che, in un sistema di cambi fissi, il compito del riequilibrio non poteva esser lasciato soltanto sulle spalle dei paesi deficitari senza nessun contributo di quelli eccedentari: altrimenti, la deflazione sarebbe stata inevitabile. Il ragionamento era ed è tuttora corretto, pur se occorre tener conto che la posizione keynesiana aveva una forte connotazione ideologica: nella sua trattativa col rappresentante del Tesoro degli Stati Uniti, il criptocomunista Harry Dexter White, all’economista britannico interessava soltanto il riequilibrio tra la sterlina, ormai già tramontata come valuta di riserva dominante, e il dollaro trionfante che l’americano voleva ad ogni costo privilegiare, anche nella speranza di coinvolgere nel nuovo sistema l’Unione Sovietica.

Proprio per questo motivo Keynes intendeva sostituire al dollaro il bancor, in modo da creare un sistema di paesi dotati di una moneta convenzionale e comune e ottenere così che automaticamente i paesi eccedentari rifinanziassero quelli deficitari. Che è – più o meno – quanto di fatto avviene nella zona euro. La liquidità eccedentaria tedesca è depositata attraverso il sistema bancario presso la BCE, la quale a sua volta – tramite il sistema di pagamenti conosciuto con il nome di Target 2 – la indirizza sotto forma di prestiti ai paesi deficitari. È verosimile che il sistema non sia sufficiente a realizzare completamente il riequilibrio: ma questo sembra dovuto più alle insufficienze dei sistemi bancari dei paesi deficitari che alla tendenza al risparmio della Germania. Le spinte deflazionistiche vanno certo decisamente contrastate: ma è anche certo che non ha molto senso deprecare le capacità competitive della Germania, tanto più che negli accordi per la formazione del nuovo governo tedesco di Grosse Koalition è prevista l’introduzione di un salario minimo garantito e di altri provvedimenti di spesa nel welfare (ciò che è bastato a scandalizzare l’“Economist”).

Il compito del riequilibrio spetta necessariamente alla BCE, la quale ha già espresso chiaramente la propria volontà di mantenere a lungo una politica monetaria accomodante. Il fatto è che, ormai, di fronte al prolungarsi della crisi e alle incertezze che ovunque accompagnano i timidi segni di ripresa, le banche centrali delle principali aree monetarie hanno assunto una posizione fortemente espansiva: basti pensare all’Abenomics in Giappone, o al reiterato rinvio della sospensione degli acquisti di titoli da parte della FED (il famoso tapering). E la BCE non fa eccezione a questa regola, seppur con i limiti e le incertezze derivanti solo in parte dalla tradizionale diffidenza tedesca nei confronti di ogni politica che spinga al facile superamento dei vincoli di bilancio. Ma, in definitiva, in questo ambito sembra giustificata la posizione di Paul Krugman, che tende a depotenziare i rischi posti dall’indebitamento delle grandi aree monetarie e, quindi, i limiti derivanti alle politiche di bilancio dei rispettivi paesi (ovviamente ove esistono e, quindi, non nell’eurozona).

Ma – a prescindere dalla considerazione che sono ormai vicini i limiti da non superare nei rapporti tra le grandi aree monetarie (e ne è piccola testimonianza la critica del Tesoro americano alla Germania ricordata all’inizio) – quei rischi e quei limiti si ripropongono con forza per i singoli paesi appartenenti alla zona euro. Qui, la separazione tra politica monetaria – unificata – e politica di bilancio – solo blandamente coordinata in tempi normali e difficilmente coordinabile in tempi di crisi (ahimè, ormai pressoché normali) – complica enormemente le cose, come si evince facilmente dalle vicende europee dell’ultimo lustro.

Poiché è ormai chiaro che la gestione politica della persistente crisi finanziaria è divenuta compito primario delle banche centrali e delle grandi istituzioni finanziarie internazionali e, soprattutto, dipende dai complessi rapporti di queste con l’ipertrofico e instabile sistema della finanza globale, v’è da chiedersi quale possa essere il concreto rapporto tra questa situazione globale e la politica dell’Italia. Un paese, cioè, afflitto da un enorme debito pubblico e, soprattutto, da una condizione di ristagno economico prolungato e da un sistema politico vetusto, reso ancora più debole da una ventennale politica di sprechi generalizzati e di corruzione legati prevalentemente – ma non soltanto – a quel singolare fenomeno che è stata la parabola politica di Silvio Berlusconi. In buona sostanza, un vaso di coccio che, insieme ad altri, si trova tra i vasi di ferro tra i quali si svolge la competizione globale, dalle cui asprezze è protetto soltanto dallo scudo dell’euro. In queste condizioni è quasi intuitivo che la soluzione politica necessaria in Italia è quella di realizzare l’alleanza più vasta possibile di forze che possano promuovere soluzioni adeguate alle dimensioni dei problemi. Ed è appunto questo che si è cercato di fare dopo l’inatteso risultato delle elezioni politiche di febbraio: un governo di grande coalizione che cercasse di trasferire a livello politico il consenso che – sotto l’impulso del presidente della Repubblica – si era formato intorno ad un governo tecnico varato in condizioni di emergenza l’anno precedente.

Soltanto che il tentativo è stato fatto in mancanza di una condizione fondamentale, che lo condannava fin dall’inizio al fallimento: si è fondato cioè su un’interpretazione errata della crisi finanziaria tanto sul piano globale quanto su quello europeo. Dal primo punto di vista si è accettata la visione, accreditata dal mondo della finanza e in generale dal sistema mediatico, che la crisi nata negli Stati Uniti fosse altra e diversa da quella del debito sovrano in Europa. Sotto il secondo profilo ci si è dimenticati completamente delle vicende monetarie europee precedenti la moneta unica e della sostanziale continuità tra il marco tedesco e l’euro, con la conseguenza di perpetuare nella nuova area monetaria comune i dissensi e le recriminazioni dei decenni passati nei confronti della Germania e complessivamente ingiustificati. Si è così giunti alla convinzione che la crisi potesse configurarsi come una sorta di congiuntura avversa particolarmente forte e prolungata e, quindi, superabile in tempi relativamente limitati, funzionali a disegni politici (o anche addirittura personali) di corto respiro, fondati sulla speranza di una non lontana ripresa economica. È questo l’equivoco di fondo sul quale è costruito l’insufficiente governo delle larghe intese: basti vedere l’assurda vicenda dell’abolizione dell’imposta fondiaria sulla prima casa, non tanto nelle sue modalità (letteralmente grottesche), quanto proprio nella sua sostanza di scelta di politica economica del tutto inadeguata.

Il primo passo da compiere è dunque quello di un’operazione verità nei confronti dei cittadini: la crisi è globale e sistemica ed è qui per durare, fino a quando un nuovo equilibrio potrà delinearsi. Si tratta, prevalentemente, di una crisi di deflazione da debito, per cui occorre procedere a forme di reflazione che non facciano ricorso a nuovo debito (se non a livello complessivo di area monetaria), non inneschino rinnovati eccessi di liquidità settoriali e non pongano rischi al sistema dei pagamenti internazionali. Soltanto diffondendo la coscienza di questa realtà (che non è poi così difficile da spiegare) si potrà procedere alla costruzione di una maggioranza di governo più ampia possibile, peraltro non necessariamente fondata sulla collaborazione di forze diverse e fin qui accesamente contrapposte. Ed è possibile che si possa trovare un consenso ampio e convinto su una linea che, muovendo dal riconoscimento realistico del ruolo essenziale della moneta unica e della connessa egemonia tedesca, consenta al paese di riprendere il cammino di una crescita reale fondata su un numero limitato di incisivi interventi riformatori. Il costo di questi dovrà essere sostenuto anzitutto da nuovi sistemi di contabilità pubblica, nazionale e decentrata, che superi l’intollerabile rigidità di quello attuale, sul quale prosperano burocrazie e corporazioni. Per questo motivo gli interventi dovranno muoversi nel senso della drastica semplificazione della congerie normativa diffusa in tutti i settori di attività, principale alimento delle diffuse forme parassitarie di mediazione nei rapporti tra Stato e cittadini e spingersi con decisione nel riassetto complessivo e graduale delle istituzioni. Infine, occorrerà concentrare le risorse così liberate su interventi rivolti soprattutto alla ricerca e all’istruzione – dagli asili all’università – e a quelli volti a incentivare al massimo l’occupazione giovanile. Sarà così forse possibile rovesciare gradualmente anche l’atteggiamento generale – negativo a livello globale e giustamente disgustato a quello nazionale – nei confronti della fiscalità, che però resta in assoluto il solo strumento per contrastare le crescenti diseguaglianze nella distribuzione delle risorse.

Sembra che anche queste scarne indicazioni possano essere sufficienti a costruire intorno al Partito Democratico non solo un consenso sufficiente per la formazione di una solida maggioranza di governo, ma anche un rinnovato entusiasmo, assolutamente indispensabile se si vuole che l’Italia superi questo difficilissimo periodo. E l’entusiasmo sarà tanto maggiore quanto più efficacemente si riuscirà a comunicare sia la verità sulla crisi sia l’esistenza di strumenti nazionali italiani per un rilancio della crescita, il solo vero modo per attenuare il fardello dell’indebitamento. In questo modo si potrà far avanzare anche il già avviato rinnovamento dei gruppi dirigenti non solo nell’ambito del Partito Democratico, ma più generalmente nel sistema politico italiano. E se – al di fuori del PD – vi saranno forze disponibili a seguire questa linea, allora si potranno creare le condizioni per un reale governo di larga coalizione. Solo così, solo rinunciando alle pregiudiziali polemiche nei confronti dell’Europa ad egemonia tedesca, solo assumendosi con decisione le responsabilità di un ventennio sprecato, l’Italia potrà farsi credibile portatrice a livello continentale della linea che vede nella riforma e nella regolazione del sistema finanziario globale la via più diretta per uscire dalla crisi e, soprattutto, per evitarne una sua ripetizione a scadenza più o meno breve.

 

 


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