TTIP: tra sfida e necessità

Written by Fabrizio Lucentini Thursday, 07 November 2013 16:23 Print
TTIP: tra sfida e necessità Foto: President of the European Council

Lo scorso luglio sono stati avviati a Washington i negoziati per il trattato di libero scambio fra l’Unione europea e gli Stati Uniti. Le trattative saranno lunghe e complesse, soprattutto per quel che concerne la definizione degli aspetti regolamentari e delle barriere non tariffarie. Tuttavia, il fallimento dei negoziati non è un’opzione che le due parti possano prendere in considerazione, soprattutto alla luce della crisi economica e del ruolo che i paesi occidentali vorranno giocare in futuro nel sistema commerciale globale.


Unione Europea e Stati Uniti sono le due aree economiche più importanti del pianeta: insieme rappresentano circa la metà del PIL mondiale e circa un terzo degli scambi commerciali a livello globale. In base allo studio realizzato dal CEPR (Centre for Economic Policy Research), pubblicato dalla Commissione europea, un Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP) ambizioso che abbia dispiegato completamente i suoi effetti (a partire dal 2027) potrà produrre una crescita del PIL nell’Unione europea e negli Stati Uniti rispettivamente dello 0,5% e dello 0,4% (pari a 120 e 95 miliardi di euro), un aumento del reddito medio disponibile per le famiglie europee pari a 545 euro all’anno, un aumento delle esportazioni europee verso gli USA pari a 187 miliardi di euro e un aumento delle esportazioni americane verso l’UE pari a 159 miliardi.

Queste previsioni, che tutti si augurano possano avverarsi, da sole potrebbero rispondere a una prima domanda: perché il TTIP? Perché è un importante fattore di crescita per l’Europa e gli Stati Uniti.

Viene allora naturale chiedersi perché queste opportunità non siano state colte fino a ora, perché le leadership delle due sponde atlantiche non abbiano avviato prima questo negoziato. In altre parole, perché (solo) adesso? Semplicemente perché finora non erano maturate le condizioni. Perché il negoziato, al di là dei proclami, sarà difficile e complesso: richiederà impegno, ambizione e realismo da entrambe le parti.

Finora la sfida, con il bagaglio di difficoltà che ogni sfida comporta, era percepita come più grande delle opportunità e più importante dei vantaggi che il negoziato avrebbe potuto assicurare. Oggi non è più così.

La crisi economica, con i suoi devastanti effetti, obbliga i governi a ricorrere a ogni possibile strumento per contrastarla e, con i crescenti vincoli alle politiche di spesa pubblica, l’apporto derivante dalla liberalizzazione commerciale è evidentemente prezioso. A lungo si è sperato che questi benefici potessero derivare dalla conclusione del negoziato multilaterale del WTO. Lo stallo dell’Agenda di Doha per lo sviluppo (Doha Development Agenda, DDA) – sebbene vi sia ancora la speranza che la Conferenza ministeriale di Bali (3-6 dicembre) possa dare nuovo slancio all’esercizio – ha messo l’Unione europea e gli Stati Uniti di fronte alla necessità di percorrere strade alternative: promuovere la liberalizzazione commerciale per via bilaterale. Lo ha fatto l’UE, che ha concluso accordi di libero scambio con Corea del Sud e Singapore, ha appena raggiunto un’intesa politica per la conclusione del negoziato con il Canada, e ha avviato trattative con India, con alcuni paesi ASEAN, con il Giappone e, ora, con gli Stati Uniti, solo per citare i principali partner.

Lo sta facendo anche Washington, protagonista del Trans-Pacific Partenership (TPP) (negoziato commerciale con Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore, Vietnam).

Vi è un’ulteriore risposta alla domanda “perché ora”, forse la più importante. Se la liberalizzazione degli scambi è il percorso che tutte le aree economiche stanno intraprendendo, se di fronte allo stallo della DDA c’è comunque bisogno di rafforzare il sistema multilaterale degli scambi, Unione europea e Stati Uniti hanno il dovere e il diritto di contribuire alla progettazione di questo percorso. L’ambizione del TTIP è di andare oltre le due sponde dell’Atlantico e di avere un impatto sulle regole globali (standard, barriere tecniche, barriere non tariffarie) indicando un cammino coerente con gli obiettivi del WTO. Non si tratta tuttavia di imporre la propria visione, ma più semplicemente di esercitare il ruolo che Unione europea e Stati Uniti possono svolgere. Perché alla narrativa dell’inevitabilità del declino economico dell’Occidente si può rispondere richiudendosi nei propri rispettivi mercati, o si può reagire, se crediamo di avere sufficiente linfa vitale nei nostri sistemi produttivi, cercando di contribuire all’affermazione di un sistema commerciale globale basato su regole condivise per un commercio equo e bilanciato.

La riflessione sull’avvio di un negoziato di libero scambio tra Unione europea e Stati Uniti è giunta a un punto di svolta in occasione del Vertice UE-USA del novembre 2011, che decise la creazione di un Gruppo di lavoro congiunto di alto livello (HLWG, High-Level Working Group on Jobs and Growth) con l’obiettivo di analizzare le opzioni per un ulteriore rafforzamento delle relazioni economiche tra le due sponde dell’Atlantico.

Il Rapporto finale del HLWG, pubblicato l’11 febbraio 2013, ha raccomandato l’avvio di un negoziato commerciale approfondito, auspici che UE e Stati Uniti hanno fatto proprio con il comunicato congiunto del 13 febbraio con il quale Barack Obama, Herman Van Rompuy e José Manuel Barroso annunciavano l’avvio delle rispettive procedure interne per consentire l’inizio del negoziato.

Conclusesi le rispettive procedure interne (per l’UE le Direttive negoziali sono state approvate dal Consiglio affari esteri/commercio del 14 giugno 2013), il negoziato ha preso avvio con il primo round, che si è svolto a Washington il dal 7 al 12 luglio scorsi.

Le trattative si svilupperanno intorno ai tre capitoli individuati nel Rapporto finale del HLWG: accesso al mercato per beni servizi, investimenti e appalti pubblici; aspetti regolamentari e barriere non tariffarie (NTB); altre regole globali, nel cui ambito verranno trattati temi di primaria importanza quali diritti di proprietà intellettuale (tra cui le indicazioni geografiche), la facilitazione commerciale (in particolare la cooperazione doganale, i passaggi procedimentali, le licenze, i vincoli di frequenza di operazioni, tributi vari), le disposizioni in materia di concorrenza (cartelli, abusi di posizione dominante e concentrazioni d’imprese), aiuti e imprese di Stato, PMI, commercio e investimenti in materia energetica e nelle materie prime.

Nessun dubbio che il negoziato sarà complesso. Il cuore delle trattative sarà rappresentato dalle questioni relative agli ostacoli regolamentari e alle NTB: più della metà dei benefici economici che potrebbero derivare dal TTIP dipenderanno, infatti, da questo capitolo. Di questo hanno piena consapevolezza le due parti in causa, come confermato Mike Froman, capo negoziatore commerciale degli Stati Uniti, nel suo intervento al German Marshall Fund in occasione della sua visita a Bruxelles (30 settembre 2013) e dal commissario europeo per il commercio Karel De Gucht nel suo intervento alla conferenza annuale dell’Aspen Institute (che si è tenuta a Praga lo scorso 10 ottobre).

Ma ostacoli si nasconderanno anche negli altri capitoli negoziali. Se, per quanto riguarda l’accesso al mercato dei beni, il negoziato tariffario non dovrebbe presentare particolari difficoltà (il livello dei dazi è, fatta eccezione per alcuni picchi, mediamente al di sotto del 3%), non si può sottovalutare la sensibilità del capitolo agricolo, così come quello relativo all’accesso al mercato per investimenti, servizi e appalti pubblici: in questi ambiti, interessi offensivi e difensivi di Stati Uniti e Unione europea si sovrappongono e toccano spesso sensibilità molto sentite a livello di opinione pubblica e di settori produttivi (basti pensare ai prodotti OGM o alla tutela delle indicazioni geografiche).

Tuttavia, queste difficoltà non devono far deflettere dalla volontà di giungere a un accordo: il negoziato è la possibile soluzione a problemi preesistenti e senza negoziato questi problemi continueranno a costituire un ostacolo al pieno sviluppo del commercio tra le due sponde dell’Atlantico.

Bisognerà quindi guardare alle trattative con ambizione e realismo. Ambizione nel voler segnare un punto di svolta nelle relazioni transatlantiche, a livello economico e non solo, imprimendo un’accelerazione alla costruzione di un sistema di regole eque e condivise. Realismo nell’individuare soluzioni possibili a problemi irrisolti da anni. Nella consapevolezza che il quadro di insieme, l’importanza del TTIP nelle relazioni tra Unione europea e Stati Uniti e nel panorama delle relazioni commerciali globali, fanno sì che il fallimento di questo negoziato non costituisca un’opzione possibile.

 

 


Foto: President of the European Council

 

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