Obama folgorato sulla via di Damasco?

Written by Emiliano Alessandri Friday, 20 September 2013 10:46 Print
Obama folgorato sulla via di Damasco? Foto: The White House

Nell’arco di poche settimane la posizione della presidenza Obama nei confronti del conflitto siriano sembra essere passata prima attraverso una conversione all’intervento militare e poi una riconversione alla diplomazia. Fluttuazioni che svelano una debolezza dell’azione di Obama in Medio Oriente, ovvero la mancanza di un approccio politico e di lungo periodo nei confronti dei cambiamenti epocali che hanno luogo nella regione.


La decisione che Barack Obama aveva brandito come ormai inevitabile fino a pochi giorni fa – quella di un attacco militare contro la Siria – era stata vista come una conversione del presidente statunitense all’avventurismo che caratterizzò l’azione americana in Medio Oriente durante la presidenza Bush. E infatti da parte europea già erano piovute forti critiche. Fatta eccezione per le cancellerie di Francia e Gran Bretagna – peraltro senza il sostegno dei rispettivi Parlamenti – per l’Europa una nuova “guerra americana” nella regione, senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza, avrebbe rivelato ancora una volta i pericolosi istinti unilaterali della potenza americana. Essa avrebbe anche tradito i riflessi “guerrafondai” di un presidente che, a quanto pare, non è poi così vicino alle “sensibilità europee”. Poco contava che la guerra, tanto esorcizzata dalla stampa occidentale, ci fosse già in Siria, essendosi protratta senza interruzione per oltre due anni con uno spaventoso lascito di distruzione e morte. Poco sembrava turbare l’Europa, inoltre, il fatto che, rimanendo impunito, l’uso di armi chimiche potesse in fondo apparire come una violazione del diritto internazionale meno significativa di un intervento militare portato avanti nonostante i veti di Russia e Cina.

Ma se di conversione si fosse realmente trattato, almeno il punto di vista europeo avrebbe avuto il merito di sottolineare un cambio di rotta dell’Amministrazione rispetto all’atteggiamento attendista e vacillante che Washington ha tenuto dall’esplosione delle primavere arabe nel 2011 in poi, nonostante i drammatici sconvolgimenti in atto. Gli avvenimenti delle ultime settimane, tuttavia, hanno rivelato che è erroneo parlare di conversione – o almeno è prematuro farlo. Nonostante il maggiore coinvolgimento nella crisi siriana, la debolezza dell’azione di Obama verso il Medio Oriente sembra infatti consistere nell’assenza di un approccio lucidamente e consequenzialmente politico verso sviluppi di portata storica che stanno ridefinendo non solo i regimi politici dei paesi arabi, ma anche gli equilibri strategici nella regione.

Obama ha “chiuso” due guerre logoranti in Iraq e Afghanistan come se la priorità fosse riportare l’esercito a casa piuttosto che lasciare sul terreno condizioni accettabili per la sicurezza americana e per quella dei suoi alleati. L’intervento in Libia giustificato in base a considerazioni umanitarie – la responsabilità di proteggere il popolo libico – senza però evidentemente interrogarsi a sufficienza sull’esistenza di una nazione libica. Questo rimane un quesito non di poco conto ora che il paese rischia di sfaldarsi in uno Stato ingovernabile al centro del Mediterraneo.

Nel caso siriano, Obama ha rotto i precedenti indugi verso un impegno militare guidato non da un calcolo di Realpolitik, come sarebbe stato se alla base della decisione ci fosse stata la valutazione che consentire infine l’affermazione dell’eterogeneo fronte dei ribelli costituisse un male minore rispetto alla sopravvivenza del regime di Assad. Come casus belli, invece, è stata proposta la violazione di una norma generale: l’uso delle armi chimiche.

Scegliendo la linea rossa del diritto invece che i confini della politica, l’azione di Obama si è infranta presto contro gli scogli del consenso interno: la titubanza di un Congresso animato più dall’ansia del rilancio dell’economia piuttosto che dalla riaffermazione del ruolo di poliziotto globale degli Stati Uniti. Di qui, la rapida riconversione dell’Amministrazione alla diplomazia non appena Mosca ha offerto un insperato ma provvidenziale varco. Di qui, però, anche le contraddizioni che continuano a minare l’azione di Washington. Da un lato, la minaccia dell’uso della forza, per quanto controversa, ha già prodotto conseguenze importanti. La prima è stata rimettere al centro dell’attenzione mondiale la crisi siriana e le sue implicazioni regionali, rompendo un circolo perverso per cui, fino a poco tempo fa, sembrava che più il paese fosse sprofondato nella guerra civile, meno i suoi morti sarebbero stati visibili. Il secondo è stato riportare in campo l’azione diplomatica. Un Obama quasi incredulo – forse il premio Nobel per la pace non è stato dopo tutto azzardato – ha di recente riconosciuto (forse scoperto) che una minaccia militare credibile costituisce talvolta l’unica speranza per il rilancio di una prospettiva politica.

Ma accanto a questi importanti sviluppi, tante incoerenze rimangono, come a sottolineare una transizione non compiuta verso un impegno americano diretto nella contesa politica che circonda la guerra civile siriana. Il tentativo in corso di costringere Assad a dichiarare e poi distruggere i propri armamenti chimici traccia una strada impervia, ma che vale la pena percorrere, visto che potrebbe avere notevoli ricadute positive su vari fronti, dal recupero della cooperazione con la Russia fino all’apertura di un canale di dialogo con Teheran. Ma il rischio è che, sgombrata dal campo l’ipotesi dell’intervento militare esterno, la guerra convenzionale – quella che ha mietuto la stragrande maggioranza degli oltre 100. mila morti siriani – potrebbe continuare senza tregua visto che la disparità di forze tra regime e insorti non sarebbe stata decisivamente scalfita. Concentrandosi sulla minaccia posta delle armi chimiche, Obama ha dunque chiaramente inteso mandare un segnale ad altri regimi interessati alle armi di distruzione di massa, come l’Iran. Mettendo in secondo ordine la resa di Assad, il presidente americano confermerebbe però che l’America non ha la determinazione necessaria a entrare appieno nel conflitto siriano per provare a influenzarne il corso.

Più che di conversioni bellicistiche e riconversioni pacifiste, dunque, sembra corretto parlare di un presidente che pare più preoccupato dei limiti del potere americano che dei danni che potrebbero derivare dal suo non uso. Un presidente certo non ignaro della posta in gioco nei conflitti mediorientali in atto, eppure restio a trarne le conseguenze politiche. Tornato nella mischia, c’è da sperare che Obama sia colpito davvero da una folgorazione sulla via di Damasco. Anche se in modo forse meno stringente che in passato, il futuro dell’America continua a dipendere da ciò che accade fuori dai suoi confini. Rimettere l’America al centro, come Obama ha inteso fare dopo la crisi economica del 2009 e la controproducente strategia internazionale di Bush, non significa pertanto che il Medio Oriente diventi automaticamente periferico. Semmai, significa rifuggire da scelte dicotomiche tra impegno e disimpegno, e ripensare oggi una politica estera che rafforzi davvero l’America e che rifiuti in ogni caso l’assunto, a quanto pare mai come ora in voga, che l’azione esterna sia a somma zero con le priorità domestiche.


Le opinioni qui espresse sono strettamente personali.


Foto: The White House

 

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