L’Afghanistan verso l’opzione zero. Ma per l’America non è un nuovo Vietnam

Written by Giuliano Francesco Tuesday, 23 July 2013 14:32 Print
L’Afghanistan verso l’opzione zero. Ma per l’America non è un nuovo Vietnam Foto: Official U.S. Navy

Gli Stati Uniti si preparano a lasciare l’Afghanistan. Nonostante le analogie, l’Afghanistan non è il Vietnam del 1973, e il ritiro americano rientra nella riconfigurazione della posizione globale degli USA. Tuttavia le truppe statunitensi, al cui ritiro seguirà quello degli alleati, si lasceranno alle spalle un paese ancora lacerato dalle tensioni etniche e minacciato dalla “riscossa” talebana.


Sono ormai molti gli indizi che lasciano intuire la volontà dell’Amministrazione Obama di procedere a un completo disimpegno militare dall’Afghanistan – la cosiddetta “opzione zero”, cioè zero soldati sul terreno – cui seguirà quello di tutti, o quasi, i paesi alleati che in questi anni hanno assecondato gli sforzi degli Stati Uniti per venire a capo della guerriglia talebana. Un’incertezza concerne, in effetti, la sola Turchia, che considera Kabul parte del suo “estero vicino”.

Con questo passo verrà meno, finalmente, la finzione di cui quasi tutti i governi occidentali si sono serviti per giustificare presso le proprie opinioni pubbliche la decisione di mantenere propri contingenti a difesa dell’esecutivo afghano.

Per anni abbiamo sentito solenni proclami secondo i quali la difesa dei nostri territori dalla minaccia terroristica iniziava sull’Hindu Kush. E abbiamo creduto con sincerità al progetto, sostenuto in verità più da noi europei che dagli americani, di modernizzare l’Afghanistan e strapparlo finalmente al destino di arretratezza al quale parevano averlo condannato decenni di guerra. Per gran parte dell’opinione pubblica, i soldati occidentali avrebbero tenuto gli jihadisti lontani dalle nostre città, permettendo altresì ai bambini afghani di tornare a scuola e alle donne di levare il burqa.

Potremo invece finalmente ammettere che abbiamo partecipato a Enduring Freedom e all’ISAF sulla base di motivi molto più triviali, ma non per questo meno solidi: perché dovevamo attestare la nostra solidarietà agli Stati Uniti feriti l’11 settembre 2001 e poi dimostrare alla loro classe dirigente che l’Alleanza atlantica poteva ancora esser utile alla causa di Washington.

Il primo obiettivo è stato largamente conseguito. Potremo quindi andarcene da Kabul, Herat, Mezar-e Sharif, Kandahar e Lashkar Gah con la coscienza tranquilla, almeno sotto questo punto di vista. Non abbiamo tradito gli Stati Uniti, ma solo quegli afghani che si sono fidati di noi e stanno, infatti, iniziando a scappare.

Quanto alla NATO, il bilancio è più incerto. L’Alleanza atlantica ha infatti confermato agli americani di possedere ancora una sua utilità, anche se è proprio dalla progressiva crescita delle sue ambizioni afghane che è sorta buona parte dei problemi che hanno condotto al naufragio dell’intervento militare occidentale.

Specialmente dopo il 2005, le truppe dell’ISAF sono infatti frequentemente cadute nelle trappole della politica tribale locale, finendo inconsapevolmente per alimentare un risentimento che i talebani sono stati abilissimi a capitalizzare. È successo ad esempio agli inglesi nell’Helmand. Ma più in generale non ha giovato al rafforzamento del quadro politico afghano post 11 settembre il tentativo di costruire con le armi occidentali uno Stato centralizzato moderno dove mai ce n’era stato uno.

Anche la NATO, comunque, sopravvivrà al ritiro. Perché la decisione statunitense non ha molto in comune con quella che portò nel 1973 l’Amministrazione Nixon ad abbandonare il Vietnam, compromettendo la posizione strategica del “mondo libero” in tutta l’Indocina. Pare piuttosto rientrare in una riconfigurazione della postura globale dell’America nel mondo, di cui beneficerà anche l’Alleanza atlantica.

Sta, in effetti, prendendo forma un modello di presenza che prevede un minor impegno diretto di Washington sia nell’Asia centromeridionale che in Medio Oriente, regioni dove gli Stati Uniti pensano di riproporsi come garanti esterni di ultima istanza degli equilibri locali, cessando così di fungere da catalizzatore degli odi e bersaglio del jihadismo, mentre recupera la leadership dell’Occidente con le nuove aree transoceaniche di libero scambio in allestimento a cavallo di Atlantico e Pacifico.

In sostanza, la decisione americana di lasciare l’Afghanistan è stata probabilmente presa da tempo, ma ha dovuto esser convenientemente preparata e fatta digerire con una narrativa adeguata come l’unica soluzione possibile a una situazione di stallo altrimenti destinata a perpetuarsi indefinitamente. E siamo nel pieno di questo processo.

Lo svelamento del disegno sta procedendo per tappe, senza alcuna evidente premeditazione, ma con una chiara direzione di marcia.

Per prima cosa, è arrivato il rifiuto del Pentagono di comunicare alla Ministeriale NATO dello scorso 5 giugno l’esatto ammontare delle forze che l’America conferirebbe a Resolute Support, la missione atlantica che dovrebbe succedere all’ISAF: di per sé un fatto insolito, perché normalmente gli Stati Uniti mettono per primi sul tappeto un pacchetto di capacità e poi chiedono agli alleati di aggiungere le loro.

Poi, sono giunte le rivelazioni sui prenegoziati aperti con i talebani in Norvegia e le indiscrezioni sul tentativo di intavolare una trattativa formale a Doha, sfruttando la presenza in Qatar di un ufficio politico del movimento armato diretto dal Mullah Omar, aperto con le stesse modalità di un’ambasciata lo scorso 18 giugno e chiuso il 10 luglio, ma in realtà esistente da molti mesi.

Quindi abbiamo preso atto dell’insoddisfazione manifestata da Washington per le comprensibili reazioni stizzite di Hamid Karzai e la conseguente interruzione apparente dei colloqui, alla quale l’Amministrazione Obama avrebbe risposto lasciando filtrare sul “New York Times” la propria volontà di chiudere l’intera vicenda con il rimpatrio completo di tutte le truppe entro il 31 dicembre 2014. Un passo cui si assocerebbe immediatamente il ritiro di italiani e tedeschi, che già si erano offerti di guidare la nuova missione atlantica nelle regioni occidentali e settentrionali dell’Afghanistan.

Sono rivelatrici delle vere intenzioni americane anche certe deliberazioni assunte sul terreno, come quelle concernenti la distruzione di molte delle basi costruite sul suolo afghano, incluse diverse strutture costate milioni di dollari, e l’abbandono di ingenti quantitativi di materiali ed equipaggiamenti.

A Kabul, si sente comprensibilmente puzza di bruciato. Ma le carte a disposizione del presidente Karzai per uscire dall’angolo e ribaltare la situazione non sono eccezionali. Il tentativo di sostituire l’America con l’India nella posizione di suo principale mentore e garante non ha infatti avuto il successo sperato, perché Delhi si è dimostrata restia a impegnare grosse risorse in Afghanistan. Il Pakistan resta una carta ad alto rischio, specie dopo il ritorno al potere di Nawaz Sharif, che è legato mani e piedi all’Arabia Saudita, e l’Iran non basterebbe a fermare una riscossa talebana. Cina e Russia, infine, restano in disparte.

Karzai ha paventato il pericolo di una cantonalizzazione del suo paese, che spianerebbe la via a un immediato ritorno dei talebani nell’Afghanistan meridionale e orientale. In effetti, il presidente sa che emissari della Shura di Quetta perseguono almeno dallo scorso autunno l’obiettivo di un’intesa con parte dell’Alleanza del Nord, mettendo sul piatto la disponibilità ad accettare una forte autonomia per il Turkestan afghano, per non dover combattere una nuova guerra intestina dopo il ritiro dei militari occidentali.

In realtà, il destino di Karzai e dell’intero quadro politico afghano di oggi è appeso a un filo. Anche se i signori della guerra del Nord non cedessero alle lusinghe dei talebani e si riarmassero, Karzai avrebbe infatti ben poco da guadagnarci. Il suo esercito si scioglierebbe come neve al sole, lacerato dalle riemergenti tensioni etniche, restituendo l’attuale presidente afghano alla sua precedente dimensione di figura marginale nel panorama del suo paese.

L’Afghanistan tornerà molto probabilmente il buco nero che era prima dell’11 settembre, una spina nel fianco per parecchie potenze emergenti, ma non per gli Stati Uniti, che hanno comunque avuto ragione di Osama bin Laden. Qualche perdente, però, ci sarà egualmente. Non Washington, ma gli afghani che hanno creduto nell’Occidente, ben pochi dei quali porteremo in salvo con noi. E soprattutto l’Europa, che è ben contenta di uscire dal pantano di Kabul, ma che con il tanto desiderato ritiro delle sue truppe vedrà sfumare il residuo prestigio di cui ancora gode in Asia.

 

Le opinioni ivi espresse sono di sola responsabilità dell’autore.

 


Foto: Official U.S. Navy

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