Femminicidio: quando il controllo maschile sulla vita delle donne vacilla

Written by Ida Dominijanni Tuesday, 25 June 2013 17:39 Print

Il dibattito attuale sul femminicidio non ne mette adeguatamente a fuoco un aspetto fondamentale: la violenza contro le donne scatta ed è più efferata non dove le donne sono più oppresse e discriminate ma, come reazione maschile alle manifestazioni di libertà femminile, quando le donne si ribellano e il controllo maschile sulla loro vita vacilla.  Alla luce di ciò, sono valide le misure messe in campo, da ultimo anche dalla Convenzione di Istanbul, per  contrastare questo terribile fenomeno?

 

Nel 1988 il regista americano Jonathan Kaplan scandalizzò mezzo mondo con un film, “The Accused” (“Sotto accusa” la versione italiana), che capovolgeva la narrazione abituale dello stupro con un semplice spostamento della telecamera, puntandola non sul corpo della vittima violato sul flipper di un bar malfamato ma sulle movenze bestiali del bacino dello stupratore. Non solo. Ispirandosi a un fatto di cronaca realmente accaduto, Kaplan non scelse come vittima una brava ragazza con la gonna al ginocchio che tornava a casa da scuola, ma una bad girl che faceva la cameriera nel bar di cui sopra e colpiva al cuore gli avventori, e gli spettatori, ballando spericolatamente con una minigonna mozzafiato: una di quelle ragazze che insomma, secondo il senso comune, lo stupro “se lo cercano”. Una indimenticabile Jodie Foster conquistò l’oscar dimostrando al mondo – oltre che, nel film, alla procuratrice che si occupava del caso – che uno stupro è uno stupro e non è meno grave se lo stupratore sostiene che l’hai “provocato” ballando o facendo qualsiasi altra cosa una donna possa e debba essere libera di fare; e Kaplan si guadagnò la nomination a un premio speciale per i diritti umani dimostrando che se si vuole davvero combattere la violenza sulle donne bisogna imprimere allo sguardo e al giudizio la stessa rotazione che lui aveva osato con la telecamera: dal corpo della vittima alla sessualità del carnefice, perché è il carnefice, e non la vittima, a essere “sotto accusa”.

Venticinque anni dopo, in pieno exploit italiano e mondiale della questione del cosiddetto femminicidio, i punti fuori fuoco sono sempre questi stessi: la libertà delle vittime, e le movenze, e i moventi, dei carnefici; e non è l’adesione a una norma internazionale – come la pur meritoria Convenzione di Istanbul recentemente adottata dal nostro Parlamento – a metterli meglio a fuoco, anzi. Certo, oggi nessuno sosterrebbe né nell’aula di un tribunale né in pubblico, non foss’altro che per prudenza politically correct, che una donna violentata o assassinata “se l’è cercata” (anche se restano non infrequenti – l’ultimo l’ho visto poche sere fa su Canale 5 – i processi alle vittime coperti dalla retorica della compassione); ma la censura della libertà femminile ricompare in altre e più sofisticate forme.

La cornice discriminatoria e il paradigma dell’oppressione in cui la Convenzione inquadra ogni atto di violenza sulle donne (dalle mutilazioni genitali allo stupro, dallo stalking all’assassinio) lascia infatti fuori campo il lato più inquietante del femminicidio, e cioè il fatto che almeno in Italia esso permane, e sembra assumere un profilo perfino più efferato, nelle situazioni in cui le donne non sono né oppresse né discriminate, come reazione maschile alle manifestazioni di libertà femminile. Basta leggere i casi di cronaca purtroppo quotidiana delle donne assassinate, o ascoltare i racconti delle donne maltrattate o malmenate o stuprate che trovano accoglienza nei centri antiviolenza, per capire che l’aggressione maschile scatta precisamente quando esse si ribellano, o semplicemente reclamano la libertà di abbandonare un rapporto che non funziona, di vivere da sole o di prendere la propria strada. Scatta dunque precisamente non laddove il controllo maschile sulla loro vita è saldo, ma laddove vacilla; non, o almeno non solo, laddove il patriarcato permane, come ha sostenuto in coro tutto il dibattito parlamentare, ma laddove tramonta. Il che non è senza conseguenze per l’analisi del lato maschile del problema. Gli uomini che violentano e uccidono le donne lo fanno perché sono il sesso dominante o perché temono di non esserlo più? E la loro violenza ha a che fare, e come, con la crisi del patto sociale e politico, e con la più profonda crisi di civiltà, che l’Italia sta vivendo da decenni senza trovare le parole giuste per dirla e affrontarla? Ancora: se è così, la ricetta paritaria che la Convenzione propone per arginare il femminicidio non è per caso anch’essa fuori fuoco? Il problema è la parità di genere non raggiunta, o la libertà di un sesso che l’altro non riesce ad accettare?

Non sono le uniche domande che la discussione attuale sul femminicidio suscita. La Convenzione di Istanbul, ad esempio, statalizza massimamente la tutela delle donne vittime di violenza, investendo governi, Parlamenti e giurisdizioni nazionali, nonché organismi internazionali e sovranazionali, di compiti di prevenzione, repressione e assistenza. È chiara l’intenzione di alzare in tal modo l’allarme e la responsabilizzazione pubblica sulla costellazione di fenomeni che va sotto il nome di femminicidio. Tuttavia stupisce non ritrovare, nel Parlamento italiano, alcuna eco della cautela da sempre espressa dal movimento femminista nei confronti della delega alla dimensione statuale e al trattamento legislativo, giudiziario e amministrativo di fenomeni profondamente radicati nella dimensione soggettiva, interpersonale e culturale: una delega che sconfina facilmente non nella responsabilizzazione ma nell’autoassoluzione collettiva. Di quella cautela, che pure influenzò largamente, negli anni Ottanta e Novanta, il lunghissimo iter della legge italiana contro la violenza sessuale, non è rimasta traccia. Così come non c’è traccia, per venire a fatti più recenti, della violenza simbolica sul corpo femminile esercitata da un ventennio di linguaggio televisivo berlusconiano o berlusconizzato, e questo malgrado la Convenzione di Istanbul dedichi alla violenza mediatica un paragrafo apposito. Siamo in tempi di larghe intese, e si vede.

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