Corto circuito diplomatico

Written by Politicus Friday, 22 March 2013 14:44 Print
Corto circuito diplomatico Foto: ctrlw

Una successione di errori, la carente coordinazione e la conseguente mancanza di una linea condivisa fra i diversi attori di governo coinvolti, tanto in Italia quanto in India, ha prodotto un teatrale susseguirsi di eventi nel caso dei due marò italiani, accusati di avere ucciso due marinai indiani. Il loro ritorno in India, per quanto il risultato di una serie di decisioni discutibili, potrebbe offrire a entrambi i paesi l’opportunità per trovare un soluzione onorevole.


Nei commenti di politica estera è normale affermare che “per raggiungere il risultato X, l’Italia deve fare Y” oppure “l’America deve intervenire su Z”, presumendo che gli Stati siano organizzazioni coerenti nel formulare e applicare decisioni. I recenti sviluppi tra Italia e India sulla questione dei marò dimostrano invece l’intrinseca difficoltà di coordinamento interna alle democrazie attuali, specialmente durante eventi straordinari.

Partiamo dai fatti. I due marò furono arrestati nel febbraio 2012 dalla polizia del Kerala, Stato dell’India sudoccidentale, dopo un invito della guardia costiera indiana alla petroliera su cui erano imbarcati, la “Enrica Lexie”, a rientrare a Kochi. Il 15 febbraio i marò avevano infatti sparato in acque internazionali contro un natante identificato come imbarcazione pirata, senza tuttavia segnalare danni alla barca. Poche ore dopo l’attacco, tuttavia, un peschereccio indiano toccava terra in Kerala con a bordo due morti per colpi di armi da fuoco. A quel punto la guardia costiera indiana chiedeva alla nave italiana di tornare indietro, sostenendo di avere catturato la possibile nave pirata e proponendo un controllo incrociato. Il comandante accettava quindi l’invito, dopo avere ricevuto il nulla osta dalla Marina militare, per cadere tuttavia nella trappola indiana. La nave veniva, infatti, forzata a entrare nel porto di Kochi e i marò venivano successivamente arrestati. La guardia costiera indiana ha quindi mentito fin dall’inizio e questo punto è tuttora spesso omesso nelle ricostruzioni.

Il secondo punto spesso ignorato è che l’indagine sull’operato dei due marò fu aperta immediatamente dalla Procura di Roma, come prescritto dalla legge, un anno fa. Anche da parte italiana, quindi, il potere giudiziario rivendicò subito l’opportunità di verificare l’accaduto, senza dare per scontata l’innocenza o colpevolezza dei miliari.

Il terzo punto è che da parte italiana, tramite il ministero della Difesa, è stata concessa ai familiari dei due pescatori una generosa donazione (non un indennizzo, che sarebbe equivalso al riconoscimento di una colpa). Tale donazione è stata accettata e mai messa in discussione.

Com’è possibile, allora, che la crisi sia cresciuta così tanto? Perché gli attori in entrambi i paesi non si sono coordinati al loro interno nei momenti più delicati, producendo risultati incerti e inaccettabili per molti da una parte e dall’altra.

La mancanza di coordinamento in Italia fu evidente sin dall’inizio, quando il ministero degli Esteri e quello della Difesa furono colti di sorpresa dagli sviluppi. Il giorno dopo l’incidente, quando fu convocato dal ministero degli Esteri indiano per una protesta formale, l’allora ambasciatore d’Italia a New Delhi, Giacomo Sanfelice di Monteforte, non disponeva di alcuna linea concordata con Roma e fu costretto ad assumere un atteggiamento difensivo, incapace di fornire risposte adeguate sull’effettivo svolgimento dei fatti. L’errore successivo riguardò i ministeri coinvolti (Difesa, Esteri e Giustizia) che non riuscirono a trovare una posizione comune e a emettere un comunicato stampa condiviso.

Così le prime quarantotto ore scivolarono via senza una reazione credibile e tanto meno un messaggio di condoglianze ai familiari dei pescatori che, in attesa di un accertamento dei fatti, meritavano comunque una parola di conforto. I media indiani, di conseguenza, montarono una guerra di parole e recriminazioni, condannando a priori, in assenza di risposte, i militari italiani. Questa reazione maldestra, unita all’assenza di una linea condivisa per quel che concerneva la stampa, ha reso impossibile per l’Italia denunciare la trappola (forse anche a causa delle difficoltà ad ammettere, in buona fede, che la Marina militare aveva dato via libera al rientro), mentre ha reso pressoché impossibile la missione del sottosegretario agli Esteri Staffan De Mistura, inviato a Delhi solo sette giorni dopo l’accaduto per cercare di abbozzare una soluzione.

A quello stadio tuttavia la missione poteva concentrarsi unicamente sul controllo dei danni: De Mistura, infatti, si è limitato a esprimere le condoglianze, domandare un’indagine congiunta e chiarire che l’incidente aveva avuto luogo in acque internazionali. Quest’ultimo aspetto, del resto, era ormai divenuto l’unica via d’uscita dalla crisi, poiché la Convenzione delle Nazioni Unite di Montego Bay sul diritto del mare (firmata sia dall’Italia che dall’India) stabilisce chiaramente che in caso d’incidente in acque internazionali la giurisdizione spetta allo Stato che l’ha causato.

Passato un anno, quando l’Italia ha annunciato l’intenzione di non rimandare in India i due militari al termine del permesso accordato dalla Corte suprema indiana, si sono però ripetuti tutti gli stessi identici errori: il nuovo ambasciatore, Daniele Mancini, convocato dalle autorità indiane, non ha potuto offrire delle spiegazioni pronte e concordate; i ministri coinvolti non hanno preso un’esplicita posizione comune (riunendosi invece con il presidente della Repubblica solo dopo l’annuncio) ed è mancata ancora una volta una linea stampa generale e precisa. Perché? Perché in situazioni di grande tensione, contrariamente alle attese, le decisioni non vengono assunte dopo un attento studio dei pro e dei contro, ma spesso sulla base dell’istinto politico e di contatti diretti nelle alte sfere del governo, non sempre in modo compiuto.

È evidente che l’annuncio del mancato rientro era stato concordato senza che avesse avuto luogo una piena consultazione di tutti gli attori di governo coinvolti e che un’ulteriore decisione è stata poi necessaria quando il governo, nel suo complesso, ha valutato meglio le difficoltà create. Un tale mancanza d’accordo, inoltre, mette in difficoltà collaboratori e dipendenti, che diventano impossibilitati, quando non restii, ad assumersi la responsabilità di creare un piano comune ed eseguirlo, per timore di essere ritenuti responsabili di un fallimento o di scontrarsi con i propri vertici.

Naturalmente anche l’India condivide una parte significativa di responsabilità per l’andamento della crisi a causa di simili problemi di coordinamento interno. Malgrado l’inganno iniziale, il governo indiano si è da subito rifugiato nel principio dello Stato di diritto, affermando che non avrebbe interferito con il lavoro delle proprie Corti. Tuttavia, ciò ha provocato un enorme ritardo nell’azione giudiziaria, lasciando che in Kerala si sviluppasse una lunga serie di processi a fortissimo carattere politico, utile sostegno al governo del ministro di Stato locale, appartenente allo stesso Partito del Congresso di Sonia Gandhi.

Dopo un anno di giudizi e ricorsi in Kerala, la questione è passata alla Corte suprema indiana, che da una parte ha bloccato la serie di processi locali, ma dall’altra ha stabilito la necessità di creare un Tribunale speciale, ignorando la Convenzione sul diritto del mare. In India pertanto l’insistenza su un principio democratico in sé sacrosanto, la separazione dei poteri, è stato un pretesto per evitare un difficile negoziato politico, appesantito da un sistema federale complesso e da un procedimento lento che ha contribuito a indebolire anche quanti, in Italia, premevano dall’inizio per il rispetto del sistema indiano. Evidente poi l’imbarazzo del ministro degli Esteri dell’India alla notizia di un possibile annullamento delle immunità diplomatiche del rappresentante italiano da parte della Corte suprema, in aperta violazione delle norme internazionali, nonché la mancanza di coordinamento con il ministero dell’Interno, che aveva addirittura allertato i posti di frontiera affinché l’ambasciatore italiano non lasciasse il paese. Non si può quindi dire che, tra il primo annuncio italiano del mancato ritorno e la partenza dei marò, sia emersa in India una linea coerente. Nemmeno aiuta poi che le origini italiane di Sonia Gandhi la costringano a essere particolarmente dura nelle dichiarazioni contro l’Italia, per non permettere all’opposizione di dipingerla come una “straniera traditrice”.

La decisione dell’Italia di rinviare indietro i marò, per quanto inattesa, spericolata e spettacolare, apre comunque una concreta possibilità d’uscita, a patto che nei due paesi le rispettive compagini sappiano sfruttare le nuove opportunità. In India la Corte suprema deve riuscire a valutare i rischi internazionali che deriverebbero alla statura mondiale del proprio paese dal mancato rispetto dell’immunità funzionale dei nostri marò, organi ufficiali dello Stato italiano, nonché delle convenzioni contro la pirateria e della Convenzione ONU sul diritto del mare. Trasgredire uno qualsiasi di questi principi, infatti, incrinerebbe il ruolo dell’India come attore di rilevanza globale e pertanto, il governo indiano farebbe bene a emettere dichiarazioni tese a riconoscere l’immunità funzionale dei Marò, a prescindere dalla decisione giudiziale.

Il governo italiano, da parte sua, deve costruire e seguire una linea credibile, ormai non solo verso l’India ma verso la stessa opinione pubblica italiana, sia per mantenere una posizione solida, sia per fugare subito tra gli indiani l’impressione che l’impegno sia stato mantenuto solo dopo le loro minacce all’immunità dell’ambasciatore d’Italia (che, ove eseguite, avrebbero invece attirato una fortissima reazione internazionale).

Per il momento è quindi evitato lo scenario di un’Italia denigrata per la mancanza di affidabilità e di un’India condannata a un aspro conflitto interno tra i propri organi costituzionali, Stati federali e partiti. Un’uscita onorevole per entrambe le parti è ora possibile solo a patto che i pontieri su entrambi i lati (chiaramente il sottosegretario De Mistura e il ministro degli Esteri indiano Kurshid) riescano a trovare una soluzione negoziata. A prescindere dal caso in questione, inoltre, resta per entrambi i paesi la lezione che in situazioni eccezionali è fondamentale una disciplinata consultazione interna e preventiva: in caso contrario, infatti, si rischiano esiti mutualmente negativi.

 

 


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