Elezioni in Catalogna: un referendum sull’indipendenza della Catalogna o sul governo di Artur Mas?

Written by Esther Niubó Friday, 23 November 2012 11:52 Print
Elezioni in Catalogna: un referendum sull’indipendenza della Catalogna o sul governo di Artur Mas? Foto: Stasiu Tomczak

Domenica 25 novembre i catalani andranno alle urne per eleggere il nuovo Parlamento, sciolto con un anticipo di due anni dall’attuale presidente della Generalità di Catalogna, Artur Mas. Il governo uscente della destra nazionalista presenta le elezioni come un referendum sull’indipendenza della Catalogna, per celare il fallimento delle sue politiche economiche e sociali, che hanno condotto la comunità autonoma spagnola sull’orlo del collasso.


Domenica prossima, il 25 novembre, la Catalogna affronta un’elezione molto importante. Un’elezione che deciderà il futuro del governo catalano, ma che alcuni partiti nazionalisti presentano come un referendum per l’indipendenza della Catalogna, mentre dovrebbe essere proposto come un referendum sulla cattiva gestione del governo di Artur Mas, presidente dal 2010.

Quest’elezione anticipata arriva con due anni di anticipo rispetto alla scadenza naturale della legislatura, senza nessun’altra ragione convincente se non i calcoli elettorali del partito di governo di destra nazionalista, Convergència i Unió (CiU), per cercare di rimanere in carica finché il peggio della crisi economica non sia superato. In realtà, il governo avrebbe potuto continuare la sua politica di tagli di bilancio, con il sostegno del Partito Popolare (PP), o avrebbe potuto decidere di mandare avanti un percorso per il raggiungimento della sovranità con il sostegno del partito indipendentista di sinistra, la Sinistra Repubblicana di Catalogna (ERC); dunque queste elezioni non sono dovute a qualche urgente necessità. La realtà è che, dalla sua vittoria nel novembre 2010, il governo di Artur Mas ha fallito nel mantenere le sue promesse elettorali principali: la ripresa economica, la creazione di posti di lavoro e l’accordo di un patto fiscale per la Catalogna con il resto dello Stato.

Invece di attuare politiche volte a produrre crescita e occupazione, ridurre le disuguaglianze e attenuare la povertà, l’attuale governo ha cercato l’appoggio del PP per sfoggiare una chiara politica neoliberale di tagli alla spesa pubblica, che ha aggravato la disoccupazione e la recessione, le disuguaglianze e la povertà, incidendo negativamente sulla giustizia sociale. A sua volta, il CiU ha sostenuto i tagli promossi dal governo spagnolo di Mariano Rajoy al Parlamento spagnolo su temi sensibili come la riduzione delle indennità di disoccupazione o l’aumento dell’IVA e di altre imposte per la classe operaia e la classe media, mentre decretava un condono fiscale.

Così, in due anni, la disoccupazione è salita al 22%, e supera il 52% nel caso dei giovani. Numeri che sono pari a due volte la media europea e dietro i quali sono nascoste drammatiche realtà: giovani costretti a emigrare in cerca di un lavoro, persone emancipate che devono tornare a vivere con i genitori, o altri che hanno perso il posto di lavoro alle porte della pensione, senza alcuna speranza di reinserimento nel mercato del lavoro e, in molti casi, precipitando nella povertà e nell’esclusione. Realtà che esprimono disperazione, frustrazione e angoscia: una combinazione non solo drammatica ma pericolosa per ogni società.

La disoccupazione tuttavia non è l’unico problema in Catalogna. Dopo due anni di quello che il CiU ha pubblicizzato come il “governo dei migliori”, la realtà è che povertà e disuguaglianza sono cresciute: il tasso di povertà in Catalogna è di 8 punti al di sopra della media europea, più di 250.000 catalani vivono senza alcun reddito e la Catalogna è la regione autonoma spagnola dove è stato eseguito il maggior numero di sfratti.

Nel campo dell’istruzione, i fallimenti scolastici sono cresciuti e le tasse di iscrizione sono aumentate di oltre il 60%, mentre le sovvenzioni sono state ridotte. Se ci si concentra poi sulla politica sanitaria, il governo di Artur Mas ha introdotto il copago sanitario[1] (euro per prescrizione), ha chiuso molti centri di assistenza sanitaria primaria e ha permesso, ad esempio, l’allungamento delle liste d’attesa per gli interventi chirurgici di oltre il 40% in un anno.

Purtroppo, quindi, il governo di Artur Mas si è dedicato in modo permanente al taglio della spesa sociale, con il pretesto di soddisfare gli obiettivi di riduzione del deficit e, invece di affrontare una riforma fiscale per richiedere uno sforzo ulteriore ai redditi più alti, in un momento in cui la classe media e la classe operaia, le piccole e medie imprese, gli studenti e gli anziani si sono in gran parte assunti l’onere del costo della crisi, ha persino eliminato la tassa di successione.

Inoltre, per quanto riguarda il patto fiscale, dopo aver promosso un disegno di legge, approvato dal Parlamento catalano, sulla linea della “quota basca”,[2] Artur Mas non è stata in grado di istaurare un dialogo con il governo spagnolo, il quale, a sua volta, non ha neanche dimostrato la volontà di ascoltare le richieste catalane.

Eppure, nei suoi due anni in carica, il CiU si è allontanato dallo Statuto di autonomia catalano, non ha fatto nulla per ripristinare lo Statuto “tagliato” dalla Corte costituzionale spagnola (TC), e non ha ottenuto ulteriori risorse per la Catalogna e, ciò che è più evidente, ha votato con il PP per la legge di stabilità del bilancio che consente l’intervento del governo spagnolo nei conti pubblici catalani, creando chiare condizioni di dipendenza politica. In questo modo, ha anche permesso violazioni di ogni genere da parte del governo del PP, il suo partner politico preferito.

Quindi, nel breve periodo di due anni, il CiU ha determinato il più grande declino regionale della storia democratica catalana, mostrando disprezzo per lo Statuto d’autonomia della Catalogna, e portando al contempo paradossalmente la questione dell’indipendenza alle sue estreme conseguenze, in un contesto vicino al collasso politico, economico e sociale.

Nel quadro di questo dibattito, il Partito Socialista della Catalogna (PSC) propone l’alternativa più ragionevole e credibile, ovvero l’introduzione di una riforma fiscale radicalmente progressiva, per sostenere politiche per la crescita e la creazione di occupazione, necessarie per ristabilirsi dalla crisi, e una riforma in senso federale, inclusiva e rispettosa della legalità, un impegno al dialogo e alla negoziazione con altre forze politiche catalane e spagnole per avviare una riforma costituzionale che trasformi l’attuale Stato delle autonomie spagnolo in uno Stato federale.

Quindi, in primo luogo, i socialisti promuovono un’alternativa al dogma dell’austerità che non sta funzionando in nessun paese e che non fa altro che aggravare la recessione e la disoccupazione. Al fine di trovare le risorse necessarie per sviluppare politiche per la ripresa economica, il PSC propone una nuova tassa per i più ricchi, oltre all’istituzione di nuove tasse (ad esempio, in materia di fiscalità verde) e di intensificare la lotta contro l’evasione.

E, in secondo luogo, il Partito Socialista Catalano respinge i discorsi irresponsabili in favore dell’indipendenza come l’unica soluzione ai problemi sociali, riconoscendo che il principale problema della Catalogna non è costituito dall’essere una nazione senza Stato (nel quadro di uno Stato plurinazionale, qual è la Spagna), ma dalle politiche economiche e sociali di austerità imposte in Spagna e nel resto d’Europa.

In un mondo globalizzato e interdipendente, dove non esistono soluzioni nazionali ai problemi globali, la ritirata non è una buona risposta. In questo contesto, è molto più utile cercare alleanze al di fuori dei confini nazionali e sistemi di governance sovranazionali che ci permettano di guadagnare voce e peso, con la consapevolezza che, come socialdemocratici, solo a livello europeo sarà possibile pianificare il modello di welfare a cui aspiriamo.

Quindi, da una parte i socialisti catalani sostengono il coinvolgimento della Catalogna nella costruzione di un’Europa federale più efficiente e democratica, per rispondere alle grandi sfide della nostra epoca, e dall’altra difendono l’idea di una Spagna federale, anche al fine di superare il senso di insoddisfazione diffuso in Catalogna nei confronti dello Stato centrale. Un senso di frustrazione che non può essere risolto dall’immobilità dello Stato, o con proposte unilaterali di decentramento regionale o secessione al di fuori dell’Unione europea.

La proposta socialista è rigorosa e ragionevole, favorisce il dialogo, la convivenza e la cooperazione, e cerca di promuovere i rapporti fra la Catalogna e la Spagna in una struttura europea di sovranità condivise.

Pertanto, i catalani affronteranno una tornata elettorale che non ha precedenti per decidere se la Catalogna dovrà iniziare un percorso di sovranità – che probabilmente causerebbe una maggiore polarizzazione, maggiore tensione o frustrazione sociale –, nelle mani di un governo le cui decisioni, finora, non sono riuscite a soddisfare le reali esigenze dei cittadini e che, dunque, i catalani non meritano. Oppure, potranno scegliere di avviare il dialogo con il resto della Spagna per concordare una soluzione federale che riconosca le singole identità, giocando la carta europea, perché è qui che si rischia il futuro del welfare e della democrazia. Una scelta che permetta di lasciarsi alle spalle i tagli nelle politiche chiave e di concentrarsi sulla creazione di crescita e occupazione, rafforzando la coesione sociale (senza rischiare l’unità civile del popolo della Catalogna) pur garantendo la stabilità. In breve, un’alternativa valida e possibile, portata avanti dal candidato socialista, Pere Navarro.



[1] Si tratta di un contributo alla spesa sanitaria versato dal paziente ogni volta che utilizza un servizio.

[2] I Paesi Baschi godono di un regime fiscale particolare: riscuotono e gestiscono le tasse, e ne trasferiscono una percentuale al governo centrale.

 


Foto: Stasiu Tomczak

 

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