Il Medio Oriente e le presidenziali americane

Written by Emiliano Alessandri Wednesday, 26 September 2012 10:14 Print
Il Medio Oriente e le presidenziali americane Foto: Chris Pearce

I recenti fatti di Bengasi e le proteste internazionali provocate dal film su Maometto hanno appena scalfito la campagna presidenziale statunitense. Ma il Medio Oriente continua a rappresentare per gli Stati Uniti la regione chiave per la politica estera americana, dove non sono permessi atteggiamenti di rassegnazione o di rinuncia.


A meno che non mieta altre vittime americane, l’ondata di proteste che ha investito i paesi musulmani a seguito della diffusione di un video blasfemo su Maometto potrebbe avere un impatto tutto sommato limitato sulle presidenziali di novembre. L’agguato omicida all’ambasciatore Chris Stevens poco più di dieci giorni fa è entrato e uscito dal tritacarne dei media statunitensi, e per l’opinione pubblica americana è ora solo un brutto ricordo. Obama, avvantaggiato dalle continue uscite infelici del suo rivale – comprese quelle a sfondo razzista sui palestinesi e quelle ciniche sull’impossibilità di raggiungere la pace in Medio Oriente –, non sembra averne risentito particolarmente. Anzi, il presidente ha consolidato dalla convention di Charlotte in poi un vantaggio limitato ma significativo su Mitt Romney nei sondaggi.

Ma mentre media ed elettori assorti nelle questioni interne possono forse archiviare quanto accaduto, per la classe dirigente americana sarebbe un grave errore sottovalutare o provare a circoscrivere gli eventi di Bengasi. Le lezioni da trarre dalla recrudescenza della violenza nel mondo arabo sono varie, ma quella centrale da cogliere è che non c’è uscita indolore dell’America da quello che è stato nell’ultimo decennio il teatro principale della sua azione internazionale.

Obama ha provato a voltare pagina, ma tra contraddizioni e tentennamenti che ora tornano al pettine. Soprattutto non ha sciolto un nodo chiave: che ruolo l’America dovrà continuare a ricoprire nella regione. Partito con l’ambizione di trasformare i nemici in amici (l’Iran), di inaugurare un dialogo sgombro da pregiudizi con i popoli arabi (il discorso del Cairo), e di dare nuovo impulso al processo di pace attraverso un polso più fermo con Israele, Obama arriva a fine mandato con ben pochi risultati in pugno e piani vaghi per il futuro.

Le guerre in Afghanistan e Iraq sono state dichiarate chiuse, ma sul campo esse continuano a fare morti. L’Iran non ha reciprocato alla mano tesa e non è chiaro quale sia il piano B. L’avvento delle primavere arabe non ha scalfito la diffidenza dei popoli arabi per l’Occidente. Anzi, una regione sballottata tra impulsi emancipativi e rigurgiti di fanatismo continua a guardare con rabbia a un’America che si dice ora pronta alla “sfida con l’Asia”, ma che in realtà rimane parte delle trame regionali senza neppure un profilo chiaro: attiva potenza militare – come nuovamente dimostrato in Libia – o in ripiego? Schierata con la democrazia, o disposta a interloquire con forze che del pluralismo e del secolarismo si fanno beffa? Dura con Israele nei fatti, o solo a parole?

La responsabilità maggiore di Obama è forse quella di essersi illuso che un’America più rispettosa delle dinamiche regionali e delle aspirazioni delle sue genti, potesse anche essere più defilata. In realtà, ragioni geopolitiche e ideologiche rendono difficile per la potenza americana, per quanto impegnata in una ridefinizione dei propri obiettivi strategici, lasciare il mondo arabo a se stesso. Nonostante le nuove scoperte energetiche nel continente americano, il Medio Oriente resta il luogo in cui il prezzo del petrolio continuerà a essere deciso. Un’America meno presente agevolerebbe la penetrazione cinese che punta all’accaparramento di risorse e a costruire un ponte per la sua già forte presenza in Africa. E mentre ci si interroga sul futuro dell’ordine mondiale nel passaggio alla multipolarità, il Mediterraneo globale del Ventunesimo secolo rimarrà uno dei luoghi chiave di un braccio di ferro storico sul futuro della democrazia e del liberalismo, dalla Turchia al Nord Africa.

Obama conosce i termini della questione, ed è mancato di leadership più che di moral clarity, come accusano invece i repubblicani che gli rimproverano di avere abbandonato Israele per tendere la mano all’Iran e agli islamisti. La comprensione della complessità della regione ha marcato una differenza netta e benvenuta con gli anni di Bush. Ma poi l’abilità del presidente si sarebbe dovuta esprimere in iniziative e azioni decisive senza che fosse persa di vista la posta in gioco in mezzo ai chiaroscuri. Invece si è assistito all’opposto: la progressiva rassegnazione o indecisione su tutti i fronti, dal dialogo con l’Iran a quello con i popoli arabi, passando per la rinuncia a provare a cambiare il modo in cui Israele guarda ai propri interessi.

Ma come dimostrano i fatti di Bengasi, l’attesa non è un’opzione. Un Medio Oriente afflitto da decenni di tensioni interne minaccia di trasformarsi in una polveriera per le regioni circostanti. Il rischio non è solo un’egemonia degli islamisti, ma il fallimento a catena di Stati e società che non sembrano trovare una via pacifica al benessere economico e alla modernità politica – un problema di cui i partiti islamisti sono un sintomo più che la causa.

Se l’America intende rimanere il paese guida dovrà certo rinnovarsi all’interno e volgersi alle sfide del Pacifico, ma anche seguire questa difficilissima transizione regionale – con la forza della sua diplomazia, della sua potenza militare e dei valori che incarna.

Senza il giogo della rielezione, Obama potrebbe usare il secondo mandato per riprendere l’iniziativa, abbandonando il misto di realismo, attendismo, grandi visioni contraddette da prove generali di ritirata che hanno caratterizzato gli ultimi anni. Al contrario di quanto sostiene Romney, il processo di pace tra israeliani e palestinesi dovrebbe tornare a svettare tra le priorità internazionali. È questo, infatti, non solo ancora il più serio conflitto regionale, ma quello in cui il contributo di una potenza esterna come gli Stati Uniti può essere più critico (anche se per questo non risolutivo).

Obama e Romney sanno che il voto di novembre si giocherà sull’economia e gli umori degli elettori del Midwest, ma chiunque vinca sarà chiamato a finire la partita ancora tutta aperta che l’America si gioca nel Middle East.

 

Le opinioni qui espresse non riflettono necessariamente quelle del German Marshall Fund of the United States.


Foto: Chris Pearce

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