Si può porre fine a una rivoluzione con le elezioni?

Written by Muhammad Abushaqra Friday, 03 August 2012 14:46 Print
Si può porre fine a una rivoluzione con le elezioni? Foto: Jonathan Rashad

L’elezione di Mohammed Morsi ha effettivamente messo la parola fine alla rivoluzione egiziana? La crisi economica attanaglia il paese e la popolazione sembra al momento più interessata a questa che al cambiamento politico. Eppure la transizione verso la democrazia è ancora lontana dal suo completamento. È possibile che ci si debba aspettare qualche altra mossa da Piazza Tahrir?

 

Il 24 giugno scorso, la commissione elettorale egiziana ha annunciato che il candidato della Fratellanza Musulmana, Mohammed Morsi, aveva vinto il ballottaggio delle elezioni presidenziali. Morsi ha vinto con uno stretto margine su Ahmed Shafiq, ultimo capo di governo prima della deposizione di Hosni Mubarak. La commissione ha anche comunicato che Morsi aveva ottenuto il 51,7% dei voti contro il 48,3% di Shafiq.

I risultati, molto controversi, sono stati resi noti in un momento in cui l’Egitto aveva raggiunto un picco di rabbia, tensione e frammentazione, soprattutto in conseguenza del grado di polarizzazione politica raggiunta dai due candidati e in seguito all’annuncio, fatto da entrambe le parti – i Fratelli Musulmani e i militari che sostenevano Shafiq –, di aver vinto le elezioni, ben una settimana prima che i risultati fossero ufficializzati. Malgrado l’Egitto abbia già conosciuto, ben prima del 24 giugno, momenti di estrema violenza, l’annuncio ufficiale ha avuto il potere di calmare gli animi, ma anche quello di creare uno stato di confusione.

A dire il vero, la situazione politica, prima che il popolo si recasse alle urne, era molto contorta. Da una parte il paese non aveva più un Parlamento, dopo che la sentenza della Corte costituzionale aveva imposto la dissoluzione della Camera bassa, dominata dalla maggioranza del Partito Libertà e Giustizia dei Fratelli Musulmani. Dall’altra, la giunta militare aveva emesso un’appendice costituzionale in base alla quale il Consiglio supremo delle forze armate (SCAF) otteneva competenze straordinarie nel campo della difesa, nella gestione finanziaria, negli affari esteri e nella formulazione di atti costituzionali.

Questo complesso scenario politico è stato ulteriormente aggravato dai processi giudiziari relativi alla dissoluzione del Parlamento e dal pericolo che anche la commissione incaricata di redigere la nuova Costituzione fosse sciolta.

Sin dall’inizio del periodo di transizione, la giunta militare – così come gran parte dell’élite politica – ha cercato di vendere l’idea che l’Egitto avrebbe completato pienamente il passaggio alla democrazia grazie all’elezione di un nuovo presidente, il quale avrebbe continuato l’opera di costruzione di un Egitto libero e democratico. Quest’idea ha certamente attirato l’attenzione di molti a livello tanto locale quanto globale. Tuttavia, essa ha trascurato proprio quel credo che la gente di Piazza Tahrir aveva fatto proprio, ovvero che «il popolo desidera la caduta del regime».

Questa idea è stata anche una delle ragioni che ha determinato lo stato di confusione delle persone, ulteriormente aggravato dal fatto che in molti si chiedevano, a quel punto, se la transizione democratica avesse effettivamente avuto luogo.

Anche la credibilità dei risultati elettorali è stata messa in discussione da molti. Specialmente a causa dei risultati contraddittori che i media, egiziani e internazionali, hanno annunciato alcuni giorni prima del comunicato ufficiale. Va inoltre aggiunto che alle elezioni non hanno preso parte né osservatori nazionali né internazionali.

Il suddetto stato di polarizzazione e di tensione dimostra che lo SCAF non era disposto a permettere agli islamisti di ottenere la presidenza. Tuttavia, in molti credono che vi sia stato un accordo tra lo SCAF e la Fratellanza Musulmana per impedire l’inasprimento dello stato di agitazione per le strade.

Comunque la si pensi sull’esistenza o meno di un accordo tra la Fratellanza e lo SCAF, è piuttosto chiaro che per entrambi l’obiettivo era quello di conquistare piena responsabilità per la redazione della nuova Costituzione. Nessuna prova è più lampante del decreto presidenziale emanato da Morsi con l’obiettivo di ridar vita al Parlamento; decreto che è stato però annullato da un’altra sentenza della Corte suprema. La mossa del presidente è stata criticata da più parti per due ordini di ragioni: sia perché il decreto è stato emanato troppo presto sia perché essa è stata compiuta in un momento in cui il popolo egiziano era più preoccupato per la situazione economica che per la maggioranza islamista in Parlamento. Inoltre, questo decreto era in palese contraddizione con la sentenza proclamata dal più alto organo giudiziario del paese e ciò ha fatto sorgere non pochi dubbi circa il rispetto del nuovo presidente per lo Stato di diritto.

Il risvolto positivo degli eventi recenti è che l’Egitto, per la prima volta nella sua storia, ha un presidente non appartenente ai ranghi militari. Tuttavia, questo presidente non risulta nemmeno del tutto soddisfacente: non agisce in modo inclusivo, non gode di vere competenze presidenziali e, soprattutto, non è supportato da una Costituzione che determini in modo inequivocabile le funzioni delle istituzioni di governo.

Il nuovo presidente è giunto al potere promettendo di realizzare il “Progetto di Rinascimento” della Fratellanza Musulmana. Si tratta di una serie di traguardi economici e politici, ma mancano del tutto la previsione degli strumenti per realizzarli e una concreta pianificazione. Comunque, il presidente Morsi ha indicato chiaramente quali saranno gli obiettivi da perseguire nei primi cento giorni della sua presidenza. Questo piano dei cento giorni mira soprattutto ad affrontare i temi della sicurezza, del traffico, del pane, dell’igiene e quelli concernenti l’approvvigionamento di carburante. Sebbene sia passato più di un terzo dei cento giorni, non è ancora stato compiuto un singolo passo per affrontare i suddetti problemi. Allo stesso modo, le promesse di Morsi di mettere insieme un team di vicepresidenti che abbia carattere inclusivo non sono state finora mantenute.

Trenta giorni dopo essere entrato in carica, Morsi ha deciso di affidare a Misham Kandil, ex ministro per l’Irrigazione, il compito di formare un nuovo governo.

Con la nomina di Kandil, il quale ha posizioni vicine ai Fratelli Musulmani, in molti hanno cominciato a prendere coscienza del fatto che la Fratellanza non ha alcuna intenzione di lavorare in modo inclusivo. Inoltre, voci relative alla nomina del feldmaresciallo Hussein Tantawi – presidente del Consiglio supremo delle forze armate – a vicepresidente per la difesa, hanno reso gli egiziani ancora più diffidenti nei confronti del tipo di regime che è in corso di definizione.

Le domande decisive al momento sono le seguenti: la rivoluzione egiziana si è conclusa? Piazza Tahrir farà altre mosse? È questo il cambiamento del quale l’Egitto ha bisogno?

Ebbene, la risposta concisa alle suddette domande è: no. A dire il vero, la rivoluzione egiziana si trova in questo momento in un’altra fase, sebbene non sia possibile affermare che si tratti di una fase migliore. Tuttavia, sono molte le ragioni per ritenere che qualcosa stia per accadere e che non si sia ancora raggiunto lo status quo.

In primo luogo, nulla per il momento lascia prevedere che il nuovo presidente sarà realmente in grado di affrontare l’imponente stagnazione economica e il tasso di disoccupazione in veloce aumento che assillano il paese. Gran parte della popolazione comincia a preoccuparsi più per le proprie necessità e richieste economiche che per quelle politiche.

In secondo luogo, i movimenti giovanili e i gruppi rivoluzionari, che hanno fallito nel tentativo di costituire una base forte tra la popolazione, hanno cominciato a riorganizzarsi e, ancora più importante, stanno diventando più maturi. Ad esempio, sin dal primo giorno della presidenza Morsi, giovani attivisti hanno lanciato un sito internet, chiamato “Morsimeter”, per monitorare la realizzazione del piano dei cento giorni del presidente.

In terzo luogo, sono in corso di costituzione due grandi partiti politici sotto la leadership di personalità di rilievo quali Mohamed El Baradei e Hamdeen Sabahi. Questi partiti, insieme ad altri movimenti, potrebbero portare alla formazione di un Parlamento completamente diverso da quello che è stato dissolto.

Infine, i metodi utilizzati dalla Fratellanza Musulmana avranno certamente l’effetto di aizzare la rabbia della popolazione e ne provocheranno il risentimento.

Per tutte queste ragioni, è difficile prevedere se la presidenza Morsi sarà caratterizzata da pace e calma. Sebbene, la sua vittoria sia stata accolta positivamente da molti attori globali – come gli Stati Uniti, l’Unione europea e l’Arabia Saudita – ciò non costituisce un indicatore valido del livello di approvazione della cittadinanza.

Dopo oltre sessant’anni di oppressione e dittatura, gli egiziani avranno certamente bisogno di tempo per costituire un nuovo regime che soddisfi gli obiettivi della popolazione. La situazione in Egitto è al momento imprevedibile, visto che ogni rivoluzione ha alti e bassi. Questa volta una nuova fase potrebbe non venire così presto in quanto anni di soggezione e tirannia hanno “infettato” la popolazione con così tanti malesseri sociali – dalla povertà all’analfabetismo, dalla polarizzazione all’immaturità politica – che, per compiere un altro passo verso la libertà e la prosperità, gli egiziani dovranno affrontare un lungo cammino attraverso momenti difficili. In conclusione, il mondo non dovrebbe mai distogliere il proprio sguardo dalle reazioni della folla!

 

 


Foto: Jonathan Rashad

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