Casta, costi e altre mitologie

Written by Francesco Marchianò Friday, 27 July 2012 15:04 Print
Casta, costi e altre mitologie Foto: PaoloBis

In Italia la dilagante retorica della casta vuole che la classe dei politici costituisca, fra le tante, quella più privilegiata, meno soggetta al ricambio generazionale e, soprattutto, più costosa. Si tratta di un fatto o di mistificazione?

 

Che cosa lega la retorica sulla casta e la celebrazione del successo di Beppe Grillo? Molte cose, naturalmente. Una, per esempio, è l’appoggio da parte di quotidiani influenti e di trasmissioni televisive seguitissime. Un’altra è che, pur gridando indistintamente contro la politica, il loro vero bersaglio è il centrosinistra.

A dimostrazione di ciò si può vedere cosa accadde nella primavera del 2007 che rappresenta un’interessante anteprima della fase che stiamo vivendo. Al governo c’era Romano Prodi e nel mese di maggio, dopo che varie inchieste sui costi della politica avevano occupato il dibattito sui giornali, uscì il libro di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, “La Casta” appunto, che divenne incredibilmente un bestseller, anche perché pubblicizzato dai mass media fiancheggiatori. Nello stesso tempo il comico Beppe Grillo lanciava il primo “V-day”, una manifestazione di protesta contro la politica e i politici, che in autunno, sempre pompata dai mass media mainstream, ebbe ampia attenzione e copertura mediatica.

Curioso che gli sdegnati della politica abbiano scelto per esprimere le loro inquietudini proprio il 2007, l’unico anno del secolo in corso interamente governato dal centrosinistra. Come se negli anni passati non ci fossero stati elementi utili a elaborare critiche di questo tipo.

Altro dato che stupisce è il successo di un termine come quello di “casta”, a dimostrazione di un uso più ideologico che descrittivo. Di per sé, infatti, la casta, non indica solo una posizione di privilegio, ma una posizione caratterizzata soprattutto dall’essere chiusa, ossia poco ricambiabile.

In questo senso, ancor prima della politica, ben altre sono le caste del potere italiano. Anzi, osservando i dati, bisognerebbe aggiungere che, ammesso che si tratti di una casta, quella politica è la meno casta di tutte le altre. Infatti, tra tutte le élite italiane, la politica è quella che presenta il più alto tasso di ricambio. Molto più chiuse (e quindi più caste) sono l’élite imprenditoriale, che dovrebbe essere la più dinamica, quella degli intellettuali, dei professionisti dell’informazione e dello spettacolo. Insomma, proprio coloro i quali accusano il mondo politico di formare una casta, sono in realtà solidificati in posizioni di potere ben più inespugnabili. Gli stessi dati, peraltro, dimostrano che i politici, in un contesto di classi dirigenti invecchiate, costituiscono quella più giovane, sfatando così un altro mito, quello giovanilista, in voga oggi a sinistra più che a destra.

Una delle armi mitologiche utilizzate dai professionisti dell’antipolitica è la critica ai costi della politica; un tema che, specialmente in Italia, ha trovato sempre terreno fertile, anche quando i politici guadagnavano davvero poco, e che in tempi di crisi raccoglie ancora più consenso. I cavalieri di questa crociata spesso si spingono in una critica tout court al finanziamento della politica, senza considerare i problemi di funzionalità democratica che la riduzione o l’eliminazione del sostegno pubblico ai partiti potrebbe causare.

Anche in questo caso, si dovrebbe dire che è vero che i politici italiani guadagnano più dei colleghi europei, ma il costo della democrazia, cioè dell’insieme della politica italiana, è simile a quello degli altri paesi principali. Allora, più che una questione di tagli, è una questione di ridistribuzione delle risorse pubbliche: meno soldi ai politici, più soldi ai partiti, specialmente a quelli più radicati che riescono, tramite varie strutture, a proporre attività di partecipazione e formazione politica, assolvendo così quelle funzioni democratiche essenziali stabilite dalla Costituzione.

La realtà è che il ventennio appena chiuso ha segnato il successo delle idee antipolitiche e l’insuccesso del sistema. La scelta è stata quella di fare dell’Italia una democrazia senza partiti e senza politici di professione, rimpiazzando entrambi con la società civile e con nuove figure, ritenute più efficienti o moralmente adatte, come l’imprenditore, il giudice, il giornalista, il tecnico, lo showman, il comico. Il risultato è stato il debito pubblico più alto della storia repubblicana e un aumento dei costi della politica. Quando c’erano i tanto criticati partiti, strutturati e radicati, la democrazia costava molto meno. È questo un dato che nessuno vuole ammettere.

Occorre svelare le mistificazioni di cui si nutre il dibattito italiano e capire che dietro il sostegno all’antipolitica egemone si cela un preciso disegno politico che vuole evitare l’ascesa della sinistra alla guida del nostro paese.

 


Foto: PaoloBis

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