Presidenziali francesi: la guerra delle parole

Written by Gianluca Briguglia Friday, 20 April 2012 15:08 Print
Presidenziali francesi: la guerra delle parole Foto: radiowood2000

La campagna per il primo turno delle elezioni presidenziali francesi è stata una battaglia di idee, numeri, bilanci, ma anche un confronto fra personalità diverse e retoriche differenti. Uno scontro combattuto sul filo delle parole che influenzerà i prossimi cinque anni.


La campagne presidenziali sono l’incontro tra una personalità e il popolo. In Francia lo si dice spesso. Ed è un incontro che si costruisce anche e soprattutto attraverso il linguaggio e i discorsi, cioè attraverso la costruzione di retoriche.

Del resto i francesi pretendono che un presidente sappia parlare da presidente, sappia cioè incarnare un certo spirito della nazione, sappia governare le parole e far sentire la sua voce, sappia, in certa misura, ispirarli.

Non per nulla, del candidato centrista François Bayrou, che mette «l’amore per la lingua francese» tra gli obiettivi della riforma scolastica, si ricorda spesso il suo essere agrégé in letteratura (cioè avere l’idoneità per l’insegnamento, titolo di prestigio per ogni curriculum). Stesso spunto per il leader del Front de Gauche, Jean-Luc Mélenchon, il miglior oratore di queste presidenziali, che ha iniziato la sua carriera, come i giornalisti sottolineano, come professore di francese (per un breve periodo).

È insito nel presidenzialismo questo bisogno di preludere alle azioni attraverso il discorso pubblico di un singolo. In Francia si aggiunge l’eredità di De Gaulle, fondatore della Quinta repubblica, grande oratore e grande penna, e la costante allusione e menzione dei valori repubblicani, che a loro volta si collegano al mito fondatore della rivoluzione e della grandezza francese. Quella francese è una “monarchia repubblicana”. E lo si deve anche alla presenza di una figura di presidente capace di parlare alla nazione e per la nazione.

Insomma, le parole sono azioni. D’altra parte Sarkozy è stato più volte accusato di non ricoprire correttamente il ruolo di presidente anche per l’intemperanza verbale che, di tanto in tanto, sembra sfuggire al suo controllo mentre, al contrario, di Hollande, in alcune fasi della campagna elettorale, si è invece sottolineata una certa piattezza retorica.

La battaglia per il primo turno è quindi anche una battaglia tra retoriche, tra interpretazioni del giusto tono presidenziale, tra capacità di dare una visione collettiva della Francia attraverso le parole di un singolo, oltre le mediazioni di partiti e gruppi.

Il compito più difficile spettava al presidente uscente. L’iperattivismo con cui aveva convinto i francesi fino almeno al 2007 non si è tradotto in risultati e ha eroso qualsiasi retorica dell’interventismo e della riforma dello Stato. La nuova retorica con cui Sarkozy si è presentato ai francesi si è quindi giocata su due toni e in due fasi. In prima battuta Sarkozy ha dovuto mostrare un aspetto di vulnerabilità. Ha ammesso di non aver fatto tutto, ha spinto sulla nota della solitudine del presidente e ha addirittura evocato la possibilità di una sua vita senza politica. Ha in qualche modo chiesto ai francesi il permesso di presentare il suo bilancio. In una seconda fase ha difeso il suo operato, con una Francia che non avrebbe arretrato di fronte alla crisi, che avrebbe salvato l’euro, soprattutto con l’idea di forza e resilienza da comandante della nave in tempesta. Quando questo secondo tono, quello della Francia forte, è diventato dominante, è rimasta però nella retorica del presidente l’idea di una vulnerabilità che può trasformarsi in risorsa: «Aiutatemi. Ho bisogno di voi!» è l’appello degli ultimi discorsi, un appello all’unione, in cui incertezza e forza non si contraddicono.

Hollande ha invece giocato all’inizio sulla retorica del programma, sulla spiegazione dei dati, sul rifiuto della politica europea di Sarkozy e Merkel. Si è lavorato sull’immagine di presidente “normale”, il contrario dell’ipertrofia del Sarkozy del 2007; si è cercato di rassicurare sulla capacità di gestire i conti, forse anche per chiudere con l’obiezione che Hollande si è visto porre per tutte le primarie, quella di non avere esperienza di governo, di non essere mai stato ministro (contrariamente agli altri socialisti di peso in lizza nelle primarie). Nell’ultima fase Hollande ha lasciato i conti e le spiegazioni e ha cercato di evocare un clima popolare e trasversale attorno alla propria candidatura e soprattutto ha attinto alla retorica, certo non originale ma di sicuro effetto, del “cambiamento”. «Il cambiamento è adesso», basta tenere i nervi saldi, mobilitare al voto già dal primo turno, ricordare la delusione del quinquennio passato. In questo senso la “presidenzialità” di Hollande sarà da costruire dopo un’eventuale vittoria.

Marine Le Pen dopo una grande esplosione iniziale, che era anche tentativo di costruzione di una retorica nazionalista non retriva e meno implicata nel rimosso oscuro di Vichy e dell’Algeria, ha subito una battuta d’arresto nel pensare l’economia e l’Europa. Dopo la proposta, tecnicamente incomprensibile, di ristabilire il franco come moneta nazionale e l’euro come moneta di scambio internazionale, Le Pen si è come persa in questa incapacità di pensare inclusivamente l’unità europea e la sua interconnessione economica e di spiegarne una possibile alternativa. Nell’impossibilità di costruire un discorso coerente e ampio, si è ritirata negli spezzoni argomentativi tradizionali del Fronte Nazionale, puntando su rancori e fastidi, ancor prima che sulle paure, di una parte della popolazione francese. I sondaggi la danno al terzo posto e in rimonta, ma la mia impressione è che non sia riuscita in ciò che si era proposta e che sembrava possibile all’inizio, cioè differenziarsi dal padre.

La sorpresa della campagna è stato Mélenchon, che ha trovato un timbro retorico in cui racconto e spiegazione, i due poli della comunicazione, si sono compenetrati con grande efficacia. Da un lato Mélenchon ha spiegato per primo la contraddizione di alcuni meccanismi della finanza, ha messo in discussione il ruolo della Banca centrale, ha promesso una riforma costituzionale, ha fatto capire che certi rapporti di potere non sono un destino, dall’altro ha raccontato la possibilità di una Francia nuova rinverdendo le retoriche dell’eguaglianza e della fraternità, addirittura finendo uno dei suoi comizi più importanti e partecipati leggendo e chiosando una lunga pagina de “I miserabili”. L’efficacia della parola di Mélenchon è risultata evidente e ha eroso consensi al Fronte Nazionale, tanto che alcune delle sue argomentazioni sono state assunte anche dai suoi concorrenti. Lo stesso Sarkozy, nel discorso più ampio rivolto «non alla sinistra e non alla destra, ma al popolo francese», ha evocato insieme la Francia di De Gaulle e proprio «la Francia di Victor Hugo».

Insomma, la campagna per il primo turno è stata una battaglia di idee, numeri, bilanci, ma è stata anche una battaglia di personalità e della capacità egemonica delle loro parole (ma egemonia non vuol dire necessariamente maggioranza), una battaglia di retoriche che influenzerà i prossimi cinque anni.

 


Foto: radiowood2000

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