La politica estera di Nicolas Sarkozy

Written by François Lafond Friday, 06 April 2012 12:32 Print
La politica estera di Nicolas Sarkozy Foto: F. de la Mure / MAEE

Nei suoi cinque anni all’Eliseo, Sarkozy è riuscito a imprimere grande visibilità, attivismo e pragmatismo alla politica estera francese. Spesso, tuttavia, il risultato delle sue azioni è stato penalizzato dal suo personalismo, dal suo opportunismo e dalla scarsa attenzione per gli interessi dei partner europei.


Il primo mandato dal presidente francese Nicolas Sarkozy si concluderà il 6 maggio 2012 e non si sa ancora se sarà l’unico o se, invece, dovremo affrontare altri cinque anni sotto la sua presidenza. Nel corso di questa campagna elettorale, i temi internazionali non sono stati ancora molto discussi, come spesso capita quando la situazione economica è precaria e nei periodi di pace. Nemmeno l’intervento militare internazionale in Libia, fortemente voluto dal presidente francese e dal primo ministro inglese – con l’indispensabile supporto americano – fa più notizia, malgrado la situazione sul terreno sia molto lontana dall’essere stabilizzata e questa instabilità abbia avuto alcuni effetti perversi nella regione, in Mali in particolare.

Una panoramica internazionale della presidenza Sarkozy, iniziata nel maggio 2007, dovrebbe comprendere tutta una serie di eventi come la presidenza francese dell’Unione europea (gennaio-giugno 2008), la crisi georgiana dell’estate 2008, la crisi internazionale finanziaria e l’istituzionalizzazione del G20 e in un secondo tempo l’esercizio di quella presidenza, il lancio fallimentare dell’Unione per il Mediterraneo, il rientro della Francia nelle strutture integrate della NATO durante il summit di Strasburgo-Kehl (aprile 2009), l’intervento in Libia (marzo 2011), il riordino completo della presenza militare francese nel mondo o ancora il ruolo chiave giocato da Parigi nell’evoluzione dell’Unione europea verso un funzionamento sempre più intergovernativo.

La valutazione completa dovrebbe anche prendere in attenta considerazione le nuove partnership strategiche a forte contenuto commerciale, volute dal presidente, con il Brasile, l’Egitto, l’India e il Kazakhstan. Sarebbe poi necessario cercare di capire come e perché Nicolas Sarkozy, in  rottura con la presidenza Chirac, abbia cercato di riallacciare il dialogo con il colonnello Gheddafi e con il presidente siriano Bashar Al-Assad, con un risultato peraltro più che deludente. Bisognerebbe capire anche come il Qatar sia diventato un partner di prim’ordine per la Francia, malgrado le ambiguità ideologiche e di strategia internazionale di questo regime monarchico. Infine, l’analisi della politica estera francese di questi ultimi cinque anni dovrebbe includere una valutazione dell’atteggiamento del presidente, spesso ruvido, tenuto nei confronti di una potenza regionale come la Turchia.

Si capisce subito che, come sul piano interno, la presidenza Sarkozy è stata caratterizzata innanzitutto da un attivismo e una ricchezza di iniziative che si basano in primo luogo sulla volontà politica. La globalizzazione spinge drammaticamente la Francia verso una dovuta modernizzazione, essendo l’inerzia  impossibile se Parigi vuole continuare a svolgere un ruolo internazionale. Da questo punto di vista, l’elaborazione di un primo libro bianco su “La Francia e l’Europa nel mondo (2008-20)”, sotto la co-direzione di Alain Juppé, ne ha tracciato il percorso razionale, al quale si è poi aggiunto, in seguito a una riflessione collettiva e alla pubblicazione di un secondo libro bianco (nel 2008) il progetto di una drastica riforma della difesa nel quadro di una legge di programmazione (2009-14). Il seme era dunque stato piantato e ogni conferenza  stampa costituirà in seguito l’occasione per ribadire questa volontà di agire, di cambiare, di modernizzare la Francia, dopo i due mandati del presidente Chirac, tanto criticato per la sua presunta inerzia.

Un secondo elemento degno di attenzione: il presidente è reattivo, pragmatico di fronte all’attualità. È una caratteristica importante della sua politica estera, più di ogni forma di inquadramento ideologico che l’avrebbe costretto a seguire una traiettoria ben definita, pianificata. Questo attivismo, inusuale per le tradizionalmente prudenti diplomazie, rende più difficile ricercarne la coerenza e l’interpretazione. Nell’agosto 2008, presidente di turno dell’Unione europea, Nicolas Sarkozy corse in Georgia e ottenne un accordo di pace tra la Russia e la Georgia. Certo, alcuni dettagli cruciali furono dimenticati ma una forma di pace fu raggiunta nel caldo estivo.

La rapidità della creazione di un G20 deve molto anche alla visita che il presidente francese fece al presidente Bush, poco prima della sua uscita di scena, per avere l’appoggio degli americani. Già una settimana dopo la caduta di Lehman Brothers, Sarkozy chiedeva all’Assemblea generale delle Nazione Unite di creare una tale struttura internazionale per coordinare l’azione economica dei paesi più importanti.

L’intervento in Libia, anche se pienamente giustificato e condiviso sin dall’inizio da una larga maggioranza dei francesi, potrebbe rientrare in questa categoria di iperpragmatismo, spinta spinto anche dall’inusuale incoraggiamento di un intellettuale parigino, Bernard Henri Levy, ben silenzioso invece sul caso altrettanto critico della Siria.

L’opportunismo politico si è manifestato in maniera continua anche a livello europeo. Una quantità di esempi, di aneddoti ricordano quanti capi di governo siano stati maltratti da un presidente francese quasi onnipotente, dimentico che la genialità della costruzione europea sia proprio nel “metodo comunitario”, con una Commissione che propone, un Consiglio europeo che decide, dopo che il Parlamento europeo ha discusso e migliorato la legislazione. È ovvio che una costellazione istituzionale come l’UE a 27 ha i suoi ritmi e metodi per arrivare a una decisione, a un testo condiviso. Ma il Presidente francese non accetta questa logica, che prevede che un processo decisionale possa durare più di sei mesi per mettere in atto un nuovo strumento anticrisi (MES) in un’epoca in cui basta un click per compiere una transazione di centinaia di milioni di euro. Sarkozy ha dunque deciso di privilegiare le relazioni bilaterali per agire velocemente. Con la Germania in campo economico, budgetario e fiscale, al fine di salvare la Grecia prima, poi l’eurozona nel suo insieme e infine per rafforzare, ma non troppo, la governance economica europea. Con la Gran Bretagna, con la quale ha sottoscritto un accordo bilaterale (Trattato di Lancaster, novembre 2010) per potenziare alcuni aspetti della difesa, in particolare in campo nucleare e per la fabbricazione dei droni.

La reintegrazione della Francia nella struttura militare della NATO ha avuto una giustificazione politica precisa. Dimostrando una vicinanza nell’analisi della politica internazionale e una reale ammirazione per il funzionamento degli Stati Uniti, la decisione del presidente mirava ad approfondire allo stesso tempo la politica di sicurezza e di difesa comune dell’Europa, in modo cooperativo. Il messaggio che Sarkozy lanciava ai suoi alleati doveva essere chiaro: la Francia non voleva che la realizzazione di quest’ultima finisse per minare l’Alleanza atlantica. E questa nuova piena partecipazione della Francia alla NATO (anche dopo avere contributo a snellirne le strutture e ridurne le spese nel 2011) doveva servire anche a rafforzare la difesa europea. Ben poco però è stato poi fatto per concretizzare quest’ultimo obiettivo.

Un altro pilastro della politica estera francese è stato il rilancio del dialogo con i paesi del Mediterraneo con la costituzione dell’Unione per il Mediterraneo. L’idea di riattivare il processo di Barcellona fu un’intuizione geniale, ma essa è stata rovinata sin dall’inizio nella messa in atto, trascurando le consultazioni con l’Italia o la Spagna, evitando il coinvolgimento della Germania e delle istituzioni di Bruxelles, cercando maliziosamente di offrire alla Turchia un compenso per la non adesione all’Unione europea. Le rivoluzione democratiche del mondo arabo hanno finito per affogare la struttura, co-presieduta dal presidente egiziano Mubarak, ma hanno anche dimostrato quanto sia necessario riprendere l’iniziativa con i paesi vicini che anche faranno inevitabilmente parte del nostro futuro. L’UpM era stata lanciata con grandi aspettative a Parigi il 13 luglio 2008, e la disillusione che ne è seguita è stata enorme. Alcune iniziative continuano per quel che concerne la cooperazione in campo universitario o ambientale, ma il nuovo segretario generale marocchino dovrà mostrare una grande intraprendenza e trovare nuovi alleati (l’Italia prima di tutti) per offrire a questa regione relazioni pacifiche e fruttuose per entrambi.

Per quel che riguarda il conflitto israelo-palestinese, la posizione del presidente francese fortemente a favore della sicurezza di Israele è sempre stata reiterata. Questo spiega anche l’atteggiamento di aspra opposizione tenuto nei confronti del regime iraniano e della sua corsa nucleare. Persino più del presidente Obama, la Francia di oggi ribadisce quanto la proliferazione nucleare dell’Iran costituisca un pericolo. Affermando però allo stesso tempo la formula della coesistenza fra i due Stati, Nicolas Sarkozy ha anche cercato di proporre all’Assemblea generale dell’ONU nel 2011, di riconoscere alla Palestina lo status di membro “associato”, come lo Stato del Vaticano. Una via di mezzo sempre di attualità ma che suscita l’irritazione tanto di Israele quanto degli Stati Uniti.

Per concludere, la politica estera francese con il presidente Sarkozy è stata sicuramente più visibile, più intraprendente, ha cercato di offrire, con l’aiuto di una sempre notevole – ma riformata – rete diplomatica e la sua potenza economica, una politica estera dinamica. La ricerca di una voce originale nel concerto globale ha beneficiato per tre anni e mezzo della presenza di un ministro come Bernard Kouchner, uomo politico originale, mediatico e anticonformista. Il ritorno di Alain Juppé, nel febbraio 2011, ha certamente ammortizzato la tendenza di Nicolas Sarkozy a concentrare tutta la politica estera all’Eliseo e a razionalizzare l’azione diplomatica francese.

Qualcuno potrebbe anche affermare che la voce della Francia è stata meno originale nel concerto delle nazioni e che è stato più difficile interpretare quali fossero gli interessi della sua politica estera. Sicuramente essa è stata meno europeista, si sono preferite le relazioni amichevoli con gli Stati Uniti, sono stati privilegiati gli interessi commerciali, anche se i  successi sono stati limitati rispetto agli sforzi messi in campo. Certo la difesa dei diritti umani rimane un pilastro della politica estera francese, ma la Realpolitik sembra comunque la marca di fabbrica del Sarkozismo.


Foto: F. de la Mure / MAEE

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