The chicken game

Written by Edoardo Gaffeo Tuesday, 21 February 2012 12:50 Print
The chicken game Foto: Mehran Khalili

La Grecia è stretta in una morsa tra le pressioni della troika e le proteste di un’opinione pubblica provata dai profondi tagli imposti dal governo. Il tempo stringe per salvare il paese dalla bancarotta e Atene e Berlino sembrano impegnate in un gioco di resistenza il cui esito e le cui conseguenze sono difficili da prevedere.

 

Nel dibattito sui tempi e i modi per impedire la bancarotta della Grecia, il succedersi continuo di stop and go è oramai divenuto una costante. La notizia del giorno riguarda lo stallo dei negoziati tecnici sulla lettera d’intenti del governo greco, che l’Unione europea pretende per garantire lo sblocco della tranche da 130 miliardi di euro e che, assieme ad un pre-accordo da 100 miliardi con le banche detentrici di titoli pubblici, dovrebbe – ma mai come questa volta il condizionale è d’obbligo – dare un po’ di respiro al paese. Ormai è chiaro che la data ultima per riuscire a raggiungere un accordo che serva davvero a qualcosa è il prossimo 14 marzo, quando scadranno 14,4 miliardi di euro di titoli di stato greci. Con poco più di 11 miliardi in cassa, senza il prestito da parte dell’UE sarà ovviamente default tecnico.

Nonostante le conseguenze di un tale evento siano ad oggi difficilmente prevedibili (o forse, proprio per questo) sembra che tutti gli attori coinvolti siano impegnati in un pericoloso chicken game. Da una parte, i “falchi” nordeuropei - Germania, Paesi Bassi e Finlandia su tutti - vogliono rassicurazioni precise sul fatto che, qualsiasi sia la maggioranza politica che uscirà dalle urne il prossimo aprile, la ricetta imposta dalla troika UE-BCE-FMI fatta di tagli ai salari e alle pensioni, licenziamenti di dipendenti pubblici, privatizzazioni, liberalizzazioni e maggiori tasse verrà perseguita con determinazione. Dall’altro, una parte della classe politica greca e ampi settori dell’opinione pubblica si oppongono strenuamente a ulteriori sacrifici imposti dall’esterno, che ne minano l’autonomia e l’orgoglio nazionale, confidando sulla ragionevole aspettativa che, a causa dei suoi effetti sistemici, il default alla fine non convenga a nessuno (tanto meno alla Germania), e che quindi un centimetro prima di raggiungere il precipizio i soldi arriveranno comunque.

Come sanno bene gli esperti di teoria dei giochi, stabilire a priori l’esito finale di un chicken game è molto difficile. L’esempio classico che viene utilizzato per descrivere un’interazione strategica di questa natura è quello di due mobster lanciati con la propria automobile a folle velocità l’uno contro l’altro, esattamente come in una famosa scena del film “Gioventù bruciata”. Se entrambi rimangono sulla traiettoria fino alla fine lo schianto è inevitabile, con le conseguenze che si possono immaginare. Se entrambi sterzano con troppo anticipo, la riprovazione sociale dei rispettivi gruppi d’appartenenza sarà massima (anche se i due protagonisti almeno potranno raccontare ai propri nipoti la loro bravata di gioventù). Vince chi rimane sulla traiettoria mentre l’altro sterza, segnalando così al tempo stesso il proprio coraggio e la codardia (da “pollo”, appunto, secondo il gergo anglosassone) dell’avversario. Dipingere la situazione in questo modo consente di mettere in risalto quattro aspetti.

In primo luogo, è impossibile stabilire a priori chi sterzerà e chi terrà diritto il volante. Nel gioco esistono due equilibri di Nash asimmetrici, ed entrambi hanno ex ante la stessa probabilità di verificarsi. È difficilissimo stabilire oggi se vinceranno i tedeschi, con la loro linea del rigore fiscale a oltranza e la richiesta che anche i futuri governi si leghino le mani per evitare di creare precedenti pericolosi; o i greci, che segnalano come sia impossibile pretendere di più da un paese che sta per entrare nel suo quarto anno consecutivo di recessione, con un tasso di disoccupazione giovanile vicino al 50%, nel quale gli ospedali stanno finendo i farmaci, e in cui nella prima metà del 2011 il tasso di suicidi è aumentato più velocemente che non in tutti gli altri paesi europei.

Secondo, ciascuno dei due giocatori aumenta la probabilità di saltare sull’equilibrio che lo vede vincitore (e che quindi preferisce) se segnala al proprio avversario l’intenzione di andare fino in fondo, attraverso azioni dimostrative o dichiarazioni ad alto impatto psicologico. Il secco botta e risposta tra Wolfgang Schäuble e Karolos Papoulias sulla concreta possibilità di gestire un’uscita della Grecia dall’euro a cui abbiamo assistito negli ultimi giorni, nonché la continua chiamata alla piazza da parte dei sindacati ellenici, possono essere letti proprio in questo modo.

Il terzo insegnamento da trarre è che quando si va verso uno scontro frontale la codardia di uno è in grado di salvare la vita ad entrambi, e che quindi in questo gioco lo sconfitto può alla fine divenire il vero vincitore morale.

Il quarto e ultimo insegnamento è che, anche se uno dei due giocatori ha già deciso che al momento opportuno cederà, è sufficiente un incidente di percorso – anche piccolo e insignificante, di per se stesso, tipo uno starnuto non previsto – per impedirgli di sterzare, arrivando così ad un disastro irreparabile.

Il gioco è quindi molto pericoloso, dall’esito incerto, e presenta il rischio concreto di non avere un vero vincitore. Oltre all’aggravante che in questo caso il risultato finale investirà – in maniera positiva o negativa, a seconda dell’esito – non solo i diretti interessati, ma tutti i paesi aderenti all’euro, anche quelli che avrebbero preferito fare a meno di questo patetico balletto.

A meno che la strategia non sia ancora più sottile, e greci e tedeschi non stiano entrambi prendendo tempo per garantirsi, ognuno per conto proprio, una strategia d’uscita. Un piano B, in altri termini, la cui esistenza non è stata finora mai dichiarata, ma che tra le nebbie della crisi comincia ad intravedersi in maniera sempre meno sfumata. In effetti dal momento in cui i problemi di bilancio greci sono divenuti per la prima volta di dominio pubblico ad oggi, il tempo non è passato invano. Da una parte, gli ultimi dati disponibili segnalano che il suo deficit primario (cioè al netto del pagamento degli interessi sul debito) negli ultimi ventiquattro mesi è drammaticamente diminuito, passando dal 10,6% sul PIL del 2009 al 2,4% del 2011; e il tutto si è verificato mentre il PIL stesso sperimentava un crollo verticale di circa 10 punti percentuali. Secondo alcune fonti, nella seconda metà del 2011 la Grecia avrebbe messo a segno addirittura un avanzo primario pari a 1,8 miliardi di euro. Il semplice fatto di non avere necessità immediata di andare sul mercato e fare nuovi debiti per coprire le spese correnti al netto del servizio del debito rappresenterebbe la situazione ideale per uscire dall’euro, svalutare, dichiarare default sull’intero stock di debito (e non solo il 50%, come si vocifera) e ricominciare da capo.

Situazione che fino a qualche mese sarebbe stata vista con autentico terrore dal sistema bancario – e quindi dal governo – tedesco (oltre a quello francese), ma che ora spaventa molto meno. Per almeno due buoni motivi. Il primo, è che grazie all’attivismo della BCE la liquidità per le banche è abbondante, a basso costo, e disponibile su orizzonti temporali sufficientemente lunghi. La seconda è che le istituzioni finanziarie europee hanno avuto tempo per aggiustare i propri portafogli: mentre nel 2009 l’esposizione complessiva delle banche estere verso debito (pubblico e privato) greco era stimata sui 200 miliardi di euro, nel 2011 la stessa esposizione si è fermata a 80 miliardi. E ciò che è rimasto loro in pancia ha già cominciato ad essere oggetto di svalutazione.

Tutto ragionevole e funzionale, se si pensa davvero che la Grecia possa essere vista dai mercati come un caso speciale, separato dal resto degli altri paesi periferici dell’eurozona, come il nuovo allargamento degli spread sui CDS relativi a Grecia da un lato, e Spagna e Italia dall’altro sta suggerendo in questi giorni. Ma come avrebbe dovuto insegnare il caso Lehman Brothers, gli sviluppi di una crisi finanziaria sistemica sono altamente imprevedibili. Sarà bene che qualcuno lo ricordi quanto prima ai due giovanotti impegnati a testare quanto “pollo” sia l’altro.

 

 


Foto: Mehran Khalili

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