Una via di uscita dal ristagno globale

Written by Paolo Guerrieri Monday, 17 October 2011 13:51 Print
Una via di uscita dal ristagno globale Foto: Jon Sullivan

Per sfuggire all’ipotesi di ristagno globale prefigurata nelle proiezioni delle principali organizzazioni internazionali occorrono nuove strategie di politica economica che sappiano, allo stesso tempo, rilanciare la domanda aggregata e fronteggiare il deficit di offerta. La soluzione potrebbe essere un equilibrato mix di ricette keynesiane e schumpeteriane.

 

A partire dalla scorsa estate, le prospettive dell’economia mondiale sono decisamente peggiorate, in particolare per l’area dei paesi più avanzati. Tutte le maggiori organizzazioni internazionali – tra le quali il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale e l’OCSE – hanno rivisto verso il basso le proiezioni, che scontano un marcato rallentamento negli Stati Uniti e in Europa a cavallo della fine di quest’anno e l’inizio del prossimo. Nello scenario di previsione più negativo, a cui vengono attribuite probabilità di realizzazione poco inferiori al 50%, si ipotizza addirittura, a partire dalla prima metà del 2012, una vera e propria fase recessiva in tutti i paesi più sviluppati.

Previsioni assai negative che contrastano apertamente con le aspettative ottimistiche che circolavano qualche tempo fa. Una volta avviata la ripresa a partire dalla fine del 2009 – grazie ai massicci stimoli pubblici monetari e fiscali – si puntava apertamente su una sorta di staffetta tra spesa pubblica e spesa privata (consumi più investimenti), che avrebbe dovuto rafforzare e consolidare l’espansione in corso. Ma non è andata così. La ripresa ha cominciato a rallentare nettamente allorché sono venuti meno i benefici effetti degli stimoli fiscali. In realtà, gli incrementi della spesa privata si sono rivelati assai modesti, in particolare negli Stati Uniti, tanto che la dinamica complessiva di crescita dell’intera economia americana ne ha risentito e si è fortemente indebolita.

 

Eccesso di debiti e disuguaglianze soffocano la domanda

Tra le numerose cause di questo andamento anemico della spesa privata figura in primo piano l’eccessivo indebitamento che caratterizza oggi a tutti i livelli – famiglie, banche e governo – l’economia americana. In tali condizioni, funzionano poco e/o male le tradizionali politiche di stimolo (monetario e fiscale) della domanda aggregata che finiscono per favorire maggiori risparmi più che nuove spese di consumatori e imprese.

Tanto più che la massiccia redistribuzione di reddito verificatasi in questi anni a favore dei percettori di redditi molto elevati ha determinato marcate disuguagliazne economiche in tutti i paesi avanzati, pur con diversa intensità, che si riflettono in un notevole abbassamento della propensione alla spesa e quindi della domanda aggregata.

Il ristagno americano ha finito per generare un rallentamento economico globale, dal momento che nessun altro paese è oggi in grado di sostituire gli Stati Uniti nel ruolo di motore chiave della domanda aggregata e, quindi, della crescita mondiale, che hanno ricoperto negli ultimi decenni.

La svolta epocale che si è determinata, anche a seguito della crisi, verso una economia mondiale multipolare – caratterizzata dalla presenza di nuovi paesi emergenti, in primo luogo dalla Cina – ha reso molto più difficile garantire una dinamica di crescita sostenibile a livello globale. A questo punto, le previsioni delle maggiori organizzazioni internazionali sembrano dare per scontato l’inevitabile verificarsi degli scenari più negativi. Eppure, volendo, si potrebbero ancora trovare spazi di intervento. Innanzitutto, assicurando politiche di sostegno e stimolo alla domanda mondiale. Ciò comporta di evitare, in primo luogo, politiche di austerità fiscale applicate su scala generalizzata, come si sta facendo ora. Servono in realtà ricette differenziate: per i paesi più indebitati, quali quelli della periferia dell’Europa, continuare a perseguire politiche di rigore fiscale; i paesi che se lo possono permettere – come gli Stati Uniti, la Germania, la Cina – dovrebbero viceversa adottare politiche di sostegno e stimolo alla domanda aggregata all’interno di un piano di aggiustamento a medio termine dei loro bilanci pubblici. Politiche che si possono in realtà adottare in tutti paesi sono quelle atte a favorire una maggiore propensione alla spesa attraverso una redistribuzione del carico fiscale dai redditi medio-bassi verso i ceti a più alto reddito, cominciando a correggere allo stesso tempo le profonde disuguaglianze sociali ereditate dagli ultimi due decenni.

 

Alla ricerca di nuovi motori della crescita

Interventi di tale natura richiedono necessariamente – per evitare comportamenti da “free rider” dei singoli paesi – un adeguato livello di coordinamento internazionale delle politiche economiche da realizzare, in primo luogo, nell’ambito del G20. Si vedrà a breve (3 novembre), alla prossima riunione del G20 a Cannes, quali possibilità ci siano di applicare tale ricetta. Anche se si può aggiungere, a giudicare dalle ultime vicende, che le aspettative della vigilia sono assai modeste.

Interventi in grado di agire sulla domanda – come quelli prima delineati – sono certamente fondamentali ma, comunque, non sufficienti. Ad essi andrebbero affiancate misure volte a fronteggiare i problemi di struttura dell’offerta produttiva lasciati in eredità dalle debolezze del modello di sviluppo prevalso nei due decenni antecedenti la crisi e aggravati dalla crisi stessa. È evidente che per rilanciare stabilmente la dinamica di crescita non sarà sufficiente produrre ciò che risultava profittevole prima della crisi. I cambiamenti tecnologici in corso, la problematica ambientale e l’ascesa dei paesi emergenti spingono a riallocare le risorse verso nuovi prodotti e settori che siano in grado di soddisfare bisogni privati e pubblici (infrastrutture materiali e immateriali, energie rinnovabili, sanità, istruzione). In altre parole, per tutte le economie avanzate – Stati Uniti e Europa innanzitutto – lasciarsi alle spalle le conseguenze della grande crisi e rispondere alle sfide dell’economia multipolare significherà promuovere investimenti pubblici e privati in aree in grado di agire come “nuovi motori della crescita”. E, anche in questo caso, servirà un certo grado di cooperazione internazionale tra paesi – seppur minore rispetto a quello necessario per gli interventi a sostegno della domanda.

 

Serve un mix di politiche ispirate a Keynes e Schumpeter

Se la diagnosi fin qui delineata è corretta, la medicina da applicare per evitare un ristagno globale dell’attività economica unito al rischio di una prolungata depressione di stile giapponese richiede nuove strategie di politica economica: un insieme di interventi in grado di fronteggiare contemporaneamente sia la debole domanda aggregata sia il deficit d’offerta. In altri termini, la grande sfida è la simultanea realizzazione di un mix di politiche di domanda di stampo keynesiano e di politiche in grado di agire dal lato dell’offerta, ispirate alla visione Schumpeteriana dello sviluppo come forza di “distruzione creatrice”. Solo mettendo in campo queste rinnovate strategie sarà possibile rilanciare la crescita globale e, attraverso essa, rispettare i vincoli, sempre più stringenti, derivanti dal necessario consolidamento dei debiti pubblici.

Per ora, purtroppo, siamo ben lontani da tutto ciò: negli Stati Uniti, si continuano a riproporre tradizionali politiche di stimolo alla domanda di consumi mentre in Europa si praticano politiche generalizzate di austerità o restrizione della spesa. È evidente che le prime sono destinate a scontrarsi con l’eccesso di debiti, mentre le seconde non possono che aggravare le tendenze recessive. Il risultato è la trappola a livello globale in cui siamo oggi imprigionati: da un lato, il mercato lasciato a se stesso non è in grado di generare un’adeguata domanda; dall’altro, la necessaria ristrutturazione dell’offerta non riesce a dispiegarsi in assenza di una sufficiente domanda che la sorregga e renda conveniente. Da qui discendono le previsioni di prolungato ristagno, se non addirittura di recessione globale. Quanto tempo ci vorrà e quanti costi dovremo ancora sostenere per riconoscere che una via di uscita esiste e che battendo strade nuove si potrebbe cominciare a intravederla?

 

 


Foto di Jon Sullivan

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