La questione cipriota: tra speranze e intransigenza

Written by Giuseppe Mancini Monday, 25 July 2011 10:20 Print
La questione cipriota: tra speranze e intransigenza Foto: UN Photo Geneva

La questione cipriota rimane uno dei grandi nodi irrisolti europei. Nuovi negoziati promossi dal segretario generale delle Nazioni Unite fanno sperare in una soluzione condivisa, ma l’asprezza delle recenti dichiarazioni del premier turco Erdoğan rischia di deludere ancora una volta le aspettative di una riunificazione.

 

«Il nostro passato è stato insieme, il nostro futuro sarà insieme, noi siamo un solo cuore». Alla vigilia della visita del primo ministro turco Recep Tayyip Erdoğan, il 19 e 20 luglio, nelle cittadine e nei villaggi della Repubblica Turca di Cipro del Nord (KKTC) campeggiavano ovunque manifesti – riprodotti anche nei quotidiani – con una sua foto già utilizzata per la recentissima campagna elettorale e uno slogan augurale e rassicurante. L’occasione era solenne, ma si temevano contestazioni. Come da tradizione, dopo aver ottenuto la fiducia parlamentare – per il terzo governo monocolore di fila formato dal Partito Giustizia e Sviluppo (AKP) – il premier si è recato a Cipro per il suo primo viaggio all’estero: una visita dettata dal calendario: il 20 luglio si celebra la Festa della pace e della libertà. A essere ricordata con giubilo e gratitudine è quella che i turco-ciprioti chiamano “operazione di pace”: l’intervento delle truppe di Ankara, il 20 luglio 1974, dopo il golpe nazionalista di cinque giorni prima – contro l’arcivescovo e presidente Makarios, a favore dell’unione (enosis) con la Grecia – ispirato dai colonnelli di Atene. Quella che i greco-ciprioti chiamano invece “invasione” e a cui fece seguito un’occupazione militare che ancora oggi si protrae: mestamente rievocata facendo risuonare all’alba – al momento esatto dello sbarco – le sirene dell’allarme aereo, mettendo le bandiere della Repubblica di Cipro e della Grecia a mezz’asta, celebrando messe in suffragio dei caduti e preghiere – condotte dal capo della Chiesa ortodossa autocefala, alla presenza delle istituzioni – per i “dispersi” di quella breve guerra di cui ancora si ignorano le sorti.

Accompagnato da un folta delegazione ministeriale, con aggiunta di giornalisti e businessmen, Erdoğan ha partecipato alla parata militare al fianco del presidente della KKTC Derviş Eroğlu e ad appuntamenti conviviali; ha incontrato le istituzioni, l’ex presidente Mehmet Ali Talat e i rappresentanti dei partiti e del mondo economico; ha soprattutto rassicurato i turco-ciprioti dell’immutato sostegno politico e militare di Ankara (sono dai 30 ai 40mila i soldati turchi di stanza sull’isola) e di un rinnovato «sostegno economico per assicurare uno sviluppo autosufficiente». Sostegno e assicurazioni che rivestono un’importanza non solo retorica, perché da qualche mese i rapporti tra Turchia e KKTC – un’entità politica istituita nel 1983 e formalmente riconosciuta solo da Ankara – sono particolarmente tesi. Un piano d’austerità imposto ai turco-ciprioti – soprattutto tagli all’elefantiaco settore pubblico e privatizzazioni – ha portato a dure e inedite proteste di massa, a fine gennaio e inizio marzo: «né pegno per la Turchia, né toppa per i greco-ciprioti» e «questo paese è nostro, saremo noi a governarlo» gli slogan antiturchi più gettonati. Il piano di austerità ha prodotto i risultati sperati: 5% in più nelle entrate fiscali, 5-6% di crescita annua, boom del turismo con incremento dei ricavi del 15%; ed Erdoğan ha pensato bene di aggiungere alle cifre un ambizioso progetto: una condotta sottomarina per il trasporto di acqua (la siccità a Cipro è una costante estiva) pronta entro il 2014, 107 chilometri di lunghezza con portata di 75 milioni di metri cubi all’anno, che potrebbe venir raddoppiata per far beneficiare dell’oro blu anche i greco-ciprioti.

Allo studio c’è anche un master plan energetico per dare completa autosufficienza all’isola – a tutta l’isola – entro il 2023; e già i greco-ciprioti, duramente colpiti dall’esplosione, lo scorso 11 giugno, di un deposito militare, presso la base navale di Mari, che ha provocato tredici vittime e la distruzione di una centrale elettrica, acquistano chilowatt supplementari dai turco-ciprioti.

Il ministro turco dell’Energia, Taner Yıldız, ha parlato di «un’iniziativa umanitaria» in un momento di difficoltà per i greco-ciprioti; e in effetti, oltre alla crisi energetica l’amministrazione del presidente Demetris Christofias (membro del partito comunista AKEL) deve affrontare la crisi politica provocata dall’incidente di Mari: le dimissioni di due ministri, la proposta del partner di coalizione DIKO (Partito Democratico) di un governo che in Italia chiameremmo “di larghe intese”. Eppure, l’arcivescovo Chrysostomos II non ha gradito e ha dichiarato che avrebbe preferito «camminare alla luce di una lanterna», pur di non comprare elettricità dai turco-ciprioti. Come spiegare questa orgogliosa animosità?

Dopo l’intervento militare turco del 1974, l’isola di Afrodite si è trovata divisa in due entità politiche che divennero etnicamente omogenee dopo lo scambio di popolazioni dell’anno seguente (seguendo il triste precedente turco-greco del 1923): da una parte la Repubblica di Cipro, dal 1° maggio 2004 membro a pieno titolo dell’Unione europea, in cui vivono i ciprioti di etnia e cultura greca (e di religione cristiano-ortodossa); dall’altra, la KKTC non riconosciuta dalla comunità internazionale in cui vivono i ciprioti di etnia e cultura turca (e di religione islamica), oltre a decine di migliaia di coloni turchi. I negoziati per la riunificazione sono iniziati immediatamente: e già dal 1977 la formula per la soluzione del conflitto è stata individuata nella creazione di una federazione “binazionale e bizonale”, composta da due entità politiche fortemente autonome in grado di preservare le specificità culturali e i legami politici dei greco-ciprioti (con Atene) e dei turco-ciprioti (con Ankara); ma la soluzione astratta non è mai stata tradotta in accordi sui punti più controversi: rifugiati, proprietà, concreta architettura istituzionale.

All’inizio dello scorso decennio, l’Unione europea accettò che, anche se non riunificata, Cipro sarebbe comunque entrata a far parte dell’UE insieme ai paesi dell’Europa orientale, mentre l’ONU avrebbe intensificato gli sforzi di conciliazione fra le parti, proponendo un piano – il cosiddetto piano Annan, dalle molte versioni – che i leader o, in mancanza del loro assenso, le popolazioni attraverso consultazioni referendarie, avrebbero dovuto accettare come soluzione definitiva della questione cipriota prima del 1° maggio 2004, la data fissata per l’ingresso in Europa di Cipro.

Com’era da temere, Rauf Denktaş – capo negoziatore dei turco ciprioti, noto come “Mr. No” per la sua intransigenza – e Tassos Papadopoulos – allora presidente della Repubblica di Cipro – non riuscirono a raggiungere un’intesa e il doppio referendum del 24 aprile 2004 vide il sì dei turco-ciprioti (65%) e il no dei greco-ciprioti (76%).

La Repubblica di Cipro aderì comunque all’UE una settimana dopo, mentre i turco-ciprioti sono rimasti sin da allora nel limbo politico ed economico. La Turchia rifiuta di applicare il protocollo aggiuntivo di Ankara del 2006 sull’apertura dei porti e aeroporti al traffico proveniente da Cipro, come ritorsione per l’embargo che ancora colpisce la KKTC – nonostante la parziale apertura nel 2003 della green line che separa le due parti dell’isola e nonostante le formali promesse di Bruxelles del 26 aprile 2004 – proprio a causa dell’ostruzionismo dei greco-ciprioti che fanno valere il loro potere di veto. Eppure più stretti rapporti, anche economici, tra le due comunità sarebbero mutualmente benefici, in quanto apripista per la riunificazione.

Oggi è in corso una nuova mediazione dell’ONU, su iniziativa del segretario generale Ban Ki-moon, che ha organizzato tre incontri trilaterali in otto mesi con i leader ciprioti Dimitris Christofias e Derviş Eroğlu e che alla fine dell’ultimo, tenutosi a Ginevra il 7 luglio, si è detto fiducioso che sia possibile raggiungere entro ottobre un accordo di massima su tutti i punti più controversi, quando le parti si incontreranno di nuovo. Subito dopo quell’incontro, il ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoğlu aveva palesato soddisfazione e ipotizzato un nuovo referendum sulla riunificazione da tenere nel primo semestre del 2012, così da consentire a Cipro di assumere tutt’intera la presidenza dell’Unione. Tuttavia, appena una settimana dopo, in occasione di una visita del commissario europeo all’allargamento Štefan Füle, ha minacciato il congelamento per sei mesi dei rapporti tra la Turchia e l’Unione europea qualora non venisse trovata una soluzione alla questione cipriota prima che Cipro ne assuma come previsto la presidenza di turno (la Turchia non riconosce la Repubblica di Cipro come rappresentante di tutta l’isola).

Erdoğan – tradizionalmente ragionevole e aperto al compromesso sulla questione cipriota – ha pesantemente rincarato la dose. Appena arrivato sull’isola, ancora in aeroporto, ha dichiarato che «non c’è nessun paese chiamato Cipro, esistono la Cipro greca e la Repubblica turca di Cipro del Nord»;  ha poi continuato ritirando le concessioni – anche territoriali – offerte nel 2004 e ha irriso i greco-ciprioti ritenuti sull’orlo del collasso economico, infine ha sottolineato che la riunificazione dell’isola dovrà avere base confederale e se non venisse raggiunta un soluzione condivisa, sarà la Turchia a trovare una soluzione alternativa (l’indipendenza effettiva della KKTC? L’annessione ad Ankara?).

Il ministro degli Esteri greco Stavros Lambrinidis e il presidente Christofias hanno risposto per le rime definendo le parole del premier turco minacce e stratagemmi, individuando nell’occupazione turca e nell’intransigenza turco-cipriota i fattori che al momento rendono impossibile raggiungere una soluzione.

Eppure proprio il 19 luglio l’International Crisis Group aveva pubblicato l’interessante documento “Turkey and Greece. Time to Settle the Aegean Dispute” che suggerisce quattro azioni reciproche per superare il contenzioso nell’Egeo come passo decisivo verso un accordo a Cipro (fine dei voli di ricognizione turchi sulle isole greche e smilitarizzazione dell’Egeo greco, adozione dei principi della Convenzione sul diritto del mare dell’ONU tenendo conto delle reciproche specificità, delimitazione condivisa di acque territoriali e piattaforme continentali, l’accordo in base al quale ciò che non può essere negoziato debba essere lasciato al giudizio della Corte internazionale di giustizia). Nel frattempo, è stato annunciato il calendario dei prossimi diciannove incontri – a partire dal 25 luglio – tra Christofias e Derviş Eroğlu. Si tratta però di un negoziato che le parole di Erdoğan rendono molto più difficile.

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