Lo stallo della crisi dell’euro: cercasi strategia

Written by Paolo Guerrieri Thursday, 07 July 2011 17:37 Print
Lo stallo della crisi dell’euro: cercasi strategia Foto: Olivier H

Le crescenti difficoltà che sta incontrando il nuovo piano di aiuti alla Grecia è l’ennesimo preoccupante segnale del clima di montante sfiducia che sta accompagnando l’evoluzione della crisi dell’euro. All’attuale debolezza e frammentazione dell’Europa le forze e i governi di centrodestra hanno dato una grande mano, facendo dell’UE solo un capro espiatorio delle loro difficoltà.


Le crescenti difficoltà che sta incontrando il nuovo piano di aiuti alla Grecia – peraltro determinante perché il governo di Atene possa continuare ad onorare i suoi debiti sovrani in scadenza – è l’ennesimo preoccupante segnale del clima di montante sfiducia che sta accompagnando l’evoluzione della crisi dell’euro. Il fatto è che anche in quest’ultima vicenda i paesi dell’eurozona non sono stati in grado di formulare una soluzione credibile a medio termine del caso greco; più modestamente stanno cercando di varare una serie di misure che consentano di guadagnare altro tempo ed evitare drammatiche ingestibili rotture.

È in linea, d’altra parte, con quanto avvenuto fin qui. La gestione della crisi, anche grazie alla confusa regia tedesco-francese di Angela Merkel e Nicolas Sarkozy, è stata costellata di ripetute incertezze e ritardi, dichiarazioni avventate, errori tattici e strategici. Il tutto in una logica di piccoli passi che ha finito per ingigantire gli effetti della crisi e incentivare la speculazione con seri rischi – come stiamo vedendo – per il futuro non solo della moneta unica ma dell’UE intera.

Un dato positivo è stata certamente l’approvazione del pacchetto di misure che costituiscono la nuova governance economica europea. Un insieme di strumenti di intervento indiscutibilmente utili, ma – come anticipato da alcuni – più a prevenire e gestire la prossima futura crisi che a fronteggiare – e ancor meno risolvere – la grave crisi in corso. Essa vede in primo piano due nodi essenziali da sciogliere: l’eccesso di debito dei paesi “periferici” e il dissesto di molte banche e sistemi bancari europei. Due problemi strettamente collegati tra loro e alla radice dell’attuale crisi dell’euro, ma che i governi europei si sono dimostrati assai riluttanti, almeno finora, a gestire come tali. La conseguenza è un intreccio crescente tra crisi bancaria e dei debiti sovrani con una interazione perversa e gravida di rischi, che andrebbe arrestata quanto prima.

Quanto sta avvenendo, tuttavia, non aiuta. Gli Stati membri più fragili e indebitati (Grecia, Irlanda, Portogallo) sono alle prese con ambiziosi piani di risanamento, necessari ma resi assai poco credibili da condizioni eccessivamente punitive sul piano sia degli oneri finanziari sia dei tempi di rientro ad essi associati. L’opinione diffusa sui mercati è pertanto che abbiano ben poche probabilità di successo, anche limitatamente al compito di riuscire ad evitare il default di uno o più paesi. Ed è una insolvenza che diverrà palese e inevitabile, purtroppo, anche prima di quanto oggi non si pensi.

A quel punto i paesi dell’eurozona – a partire da Germania e Francia – saranno di fronte a una scelta fondamentale: confermare le attuali strategie e limitarsi a guardare il default, più o meno disordinato, di uno o più Stati membri o varare una serie di misure e politiche nuove all’interno di un’ampia complessa strategia di risoluzione della crisi.  

La prima opzione rappresenterebbe una scelta drammatica e metterebbe a rischio il futuro dell’intera area dell’euro e della stessa costruzione europea; la seconda opzione è dunque l’unica percorribile ma richiede di formulare e utilizzare efficaci meccanismi europei per avviare a soluzione i due nodi fondamentali prima ricordati e al centro dell’aggravarsi della crisi.

In primo luogo, è necessario un efficace piano di ristrutturazione e ricapitalizzazione delle banche, che sia ampio, complessivo e gestito a livello dell’intera area europea. A questo scopo andrebbero approntate risorse adeguate e meccanismi efficaci di soluzione delle crisi bancarie soprattutto delle banche too big too fail, applicando in alcuni casi una salutare cura dimagrante così da isolare quelle di fatto fallite – e da chiudere – dal resto degli istituti che possono essere invece ristrutturati e risanati.

In secondo luogo, il problema della solvibilità fiscale dei paesi più fragili della zona euro andrebbe gestita imponendo loro risanamenti vincolati da condizionalità certamente severe ma allo stesso tempo sostenibili in quanto a tempi e costi dei processi di aggiustamento da realizzare. Altrettanto importante è disegnare piani di ristrutturazione “ordinata” del debito sovrano di alcuni paesi (Grecia e Irlanda innanzitutto) da gestire a livello europeo per minimizzare gli effetti di contagio. Un meccanismo permanente di gestione della crisi quale lo European Stability Mechanism (ESM), debitamente potenziato nella sua capacità di acquisto di titoli anche sui mercati secondari, potrebbe essere usato in questa direzione.

Sono obiettivi – quelli sopra sinteticamente riassunti – sicuramente realizzabili da un punto di vista economico ma a patto di accettare un passo ulteriore verso una maggiore convergenza a livello europeo delle politiche economiche, ovvero politiche di bilancio, fiscali e sociali. Ma è proprio sulla necessità di imboccare questa direzione che si concentrano oggi i maggiori ostacoli di natura politica. A partire dal governo tedesco guidato da Angela Merkel.

All’attuale debolezza e frammentazione dell’Europa le forze e i governi di centrodestra – oggi alla guida della stragrande maggioranza dei paesi dell’UE – hanno dato in effetti in questi anni una grande mano, facendo dell’Europa solo un capro espiatorio delle loro difficoltà. E a guardare i litigi incessanti delle ultime settimane c’è da disperare che sotto l’incerta regia del tandem Merkel-Sarkozy gli attuali governi di centrodestra saranno in grado di produrre qualcosa di meglio e diverso di quanto fatto fin qui.

Assai più disposte a compiere un passo verso la difesa dell’euro attraverso un rafforzamento dell’integrazione economica e politica dell’Europa appaiono oggi un variegato insieme di forze politiche, prevalentemente schierate all’opposizione, che vanno dai socialdemocratici ai verdi ad altre aggregazioni di centro. A questo riguardo le elezioni politiche che si svolgeranno nei prossimi due anni – a partire da grandi paesi europei quali la Francia, la Germania e anche l’Italia – potrebbe offrire l’occasione per far emergere delle nuove maggioranze e governi che sappiano mostrare più lungimiranza e coraggio politico sul futuro dell’Europa di quanto visto fin qui. Si tratterebbe di una svolta salutare.

 

 


Foto di Olivier H

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