Italia: Cenerentola d’Europa per investimenti in ricerca e sviluppo

Written by Luca Giachello Thursday, 30 June 2011 14:08
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Italia: Cenerentola d’Europa per investimenti in ricerca e sviluppo Foto: Stefano Buldrini

Nel nostro paese gli investimenti in ricerca e sviluppo sono decisamente inferiori alla media dell’UE. L’Italia risulta infatti essere un innovatore moderato rispetto al Regno Unito e alla Germania, rischiando così di perdere un’occasione per il rilancio del paese.


Nel nostro paese gli investimenti in ricerca e sviluppo sono decisamente più bassi rispetto alla media dell’Unione Europea. Nello specifico, come si evince anche da fonti della Commissione Europea in riferimento a parametri come l’innovation driver, l’Italia con uno 0,33  risulta essere un innovatore moderato rispetto al Regno Unito e alla Germania che raggiungendo rispettivamente 0,57 e 0,59 si aggiudicano la posizione di leader nel settore. A questa criticità si deve aggiungere il peso debole che ha la ricerca privata, pari a quella pubblica. Infatti, secondo uno studio pubblicato dall’Economist, su un totale dell’1,1% di spesa in ricerca e sviluppo sul PIL, solo lo 0,5% viene erogato dalla ricerca privata. Osservando quanto avviene in Francia, ci accorgiamo che ci sono maggiori investimenti in ricerca e sviluppo pari al 2,2% sul PIL: in sostanza il doppio di quello che si investe nel nostro paese. Il peso della ricerca privata dei cugini transalpini è dell’1,3%.

Tra le possibili spiegazioni di questo stato di cose vi è l’ormai nota fotografia del tessuto economico-produttivo italiano, composto per quasi il 90% di piccole e medie imprese e per il restante 10% di grandi industrie.

Se a questo sommiamo l’incapacità ad affrontare i cambiamenti indotti dalla crisi economica e la debole crescita dell’Italia evidenziata anche nell’ultimo rapporto dell’OCSE, il risultato, sotto gli occhi di tutti, è che stiamo accumulando un ritardo via via crescente. Il paradosso e il pericolo che corrono i paesi ad economia avanzata – incluso il nostro –  è quello di non essere influenzati dal potente effetto di “distruzione creatrice” di schumpeteriana memoria.

Per rispondere a queste criticità che ci troviamo ad affrontare, c’è la necessità di puntare, così come si sta facendo anche in altri Stati dell’Unione Europea, ad una nuova generazione di piccoli imprenditori che con l’ausilio delle scienze e delle tecnologie sappiano sviluppare nuovi prodotti, nuove soluzioni e nuovi servizi per creare valore andando incontro a nuovi bisogni pubblici e privati che stanno emergendo. Per questo, come sostenuto di recente dal professor Varaldo, occorre mettere insieme, in un’azione congiunta, la finanza innovativa, la grande industria e il mondo dell’università per accompagnare, con opportuni interventi, il processo di nascita e crescita dal basso di piccole imprese technology-based. È questo l’obiettivo ambizioso che si è prefissata la Fondazione Ricerca e Imprenditorialità, attraverso un confronto serio e lungimirante tra l’università, la grande industria e la grande banca, con lo scopo di favorire un link tra offerta e domanda di innovazione.

Questi tre protagonisti avranno il compito di sviluppare congiuntamente, risorse tra di loro complementari con un duplice aspetto: da una parte di promuovere la nascita di piccole e medie imprese research driven quali importanti catalizzatori dell’innovazione tecnologica e dall’altra selezionare piccole imprese innovative meritevoli di essere sostenute nella loro crescita così da raggiungere un livello di maturazione attraente per operatori e investitori. Un importante progetto-paese che cercherà di diffondere lo sviluppo e la conoscenza tra le piccole e medie imprese hi-tech favorendone la loro integrazione in filiere ad alto contenuto di innovazione.

Considerando che il peso delle PMI innovative technology based è, secondo le stime dell’OCSE, pari all’1-3% dell’insieme delle imprese industriali,[1] il particolare comparto in Italia conterebbe su 5000-16.000 imprese, con un numero di addetti tra 47.000 e 142.000 unità.

Alla base di questa proposta c’è la convinzione che la nuova classe imprenditoriale possa assolvere un ruolo chiave per sviluppare nuovi prodotti, nuove soluzioni e nuovi servizi destinati al rinnovamento del sistema produttivo e a sostenere la crescita della domanda. La prospettiva di una ripresa economica trainata da un capitalismo imprenditoriale che promana dalla scienza e dalla tecnologia è un’opportunità che il nostro paese non può permettersi di guardare con indifferenza e con distacco. Semmai, dovremmo provare ad inserirci in quelle “ondate tecnologiche” che hanno visto crescere e sviluppare altri paesi facendoli diventare protagonisti. Questo si rende necessario per molte di ragioni, tra le quali le buone capacità di produzione e assorbimento di nuova conoscenza, fortunatamente presenti in certi ambienti scientifici e tecnologici di eccellenza, e la presenza di alcune grandi e medie imprese a base tecnologica che negli ultimi tempi si sono consolidate con processi avanzati di internazionalizzazione.

Già nel 1945 Vanner Bush, fondatore della National Science Foundation, prevedeva che la sconfinata frontiera della scienza avrebbe rappresentato la premessa dello sviluppo economico dei decenni a venire e che la vera sfida dei paesi avanzati fosse quella di continuare a esplorare questa frontiera con fiducia e ambizione. Per questo, il nostro futuro sarà costituito da sistemi economici e finanziari, strutture industriali e sistemi imprenditoriali molto rinnovati e diversi da quelli attuali.

Osservando gli Stati Uniti possiamo notare che sono decisamente orientati a coltivare le nuove opportunità indotte dalla crisi. Ingenti programmi di investimento in opere pubbliche, il potenziamento del patrimonio scientifico-tecnologico e nella qualificazione del capitale umano vanno a completare l’ambizioso progetto del Presidente Obama che sulla base di questo chiaro indirizzo ha deciso di elevare al 3% del PIL l’attuale livello della spesa in Ricerca e Sviluppo. Anche la Cina in tempi di crisi ha pensato di sostenere gli investimenti in Ricerca e Sviluppo: nella sua manovra da 600 miliardi di dollari, ben 58 sono stati destinati ad aumenti di capacità di sviluppo nelle energie rinnovabili.

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel suo viaggio in Asia del 2009 ci ha invitato a guardare alla Corea del Sud come all’esempio di una straordinaria storia di successo. Proprio il paese asiatico ha caratterizzato lo sviluppo degli ultimi anni attraverso investimenti in educazione, ricerca e innovazione.

Per rispondere a tale auspicio, la nuova realtà a cui il nostro paese dovrà dare risposta riguarderà l’investimento in spin-off, start up e in tutte quelle imprese innovative in promettente crescita negli ambienti di eccellenza nel mondo scientifico e nel mondo industriale. Si tratta di una priorità, anche soprattutto se si considera che la composizione delle spin-off è ricca di risorse umane altamente qualificate: secondo i dati disponibili il 22% di dottori di ricerca e il 71,5% di laureati. La Fondazione Ricerca e Imprenditorialità, osservando questi dati e riconoscendo l’alto valore sociale dell’imprenditorialità, si propone quindi di educare i giovani ricercatori e tecnologi di talento alla cultura economica e imprenditoriale. Tutto questo, facilitando una migliore percezione dell’importanza concreta della loro attività e rendendoli consapevoli che in un’economia fondata sulla conoscenza l’imprenditorialità costituisce una promettente e interessante scelta di vita professionale.

Da queste eccellenze può scaturire, a determinate condizioni, quella spinta propulsiva che oggi manca e che ci sta allontanando sempre di più dalle economie più avanzate. È necessario, quindi, che l’Italia prenda coraggio e consapevolezza dell’alto valore e dell’alto potenziale che questi nuovi soggetti possono dare all’economia. Se però si continua in una politica di riduzione degli investimenti in ricerca e sviluppo, lasciando l’università sempre più al suo destino, in un isolamento costante e perenne, corriamo davvero il grosso rischio di avvicinarci paurosamente ad economie sottosviluppate rispetto a quelle avanzate e moderne. Solo i paesi che si saranno preparati alla sfida del dopo crisi, attivando ora opportune politiche di rilancio della ricerca e dell’alta formazione, potranno trarre vantaggio dalle nuove opportunità che si dischiuderanno.

Quindi, davanti a noi, abbiamo un fenomeno imprenditoriale che può diventare effervescente e dinamico, che può risvegliare il nostro paese, attraverso la spinta verso il cambiamento del sistema produttivo italiano. I protagonisti dovranno essere i giovani imprenditori, che costituiscono realtà innovative anche per il territorio e che per la loro vicinanza al mondo della ricerca esprimono una nuova vivacità imprenditoriale, forniti come sono di conoscenze, capacità e motivazioni più in linea con i paradigmi di una società globale fondata sulla conoscenza.

Gli imprenditori innovatori, con una solida formazione scientifico-tecnologica ed elevati doti di creatività, sono soggetti che si confrontano con il mercato e che del mercato ne accettano il verdetto.

L’auspicio è che la crisi possa costituire l’occasione per realizzare anche in Italia un ponte a valenza infrastrutturale tra la ricerca e l’industria, tra il pubblico e il privato per estrarre valore dal patrimonio innovativo disponibile nei centri universitari di eccellenza e nel tessuto imprenditoriale technology based. Per accompagnare questo processo occorre pensare ad un progetto di interesse nazionale con il coinvolgimento, a differenti livelli di impegno e di partecipazione, di un insieme di soggetti pubblici e privati nazionali, regionali e locali, interessati allo sviluppo del paese. Con queste premesse la Fondazione Ricerca e Imprenditorialità, attraverso le competenze dei suoi soci fondatori avrà anche il compito ambizioso di dare risposte concrete alle start-up di oggi e agli imprenditori di domani.

 

Si ringraziano per la loro disponibilità il professor Varaldo e il professor Barontini.


[1] Secondo i dati ISTAT, in Italia ci sono 521.000 imprese industriali con 4,7 milioni di addetti.

 

 


Foto di Stefano Buldrini

 

3 comments

  • Comment Link paola Friday, 01 July 2011 06:18 posted by paola

    molto interessante!
    Queste riflessioni non riescono a non deprimermi. Ma cosa dobbiamo fare per uscire da questo girone infernale di ingnavia politica e di pensiero...??

  • Comment Link nicola arcieri Saturday, 02 July 2011 21:27 posted by nicola arcieri

    Egregio dott. Giachello,

    mi sono trovato, per puro caso, a leggere il Suo pezzo. Mi è piaciuto molto, perché lo trovo opportuno, nonostante manchi di una vera notizia. Ma aggiungere riflettori su un tema così cruciale qual è, appunto, la cronica insufficienza di fondi pubblici nella ricerca è, oltretutto, doveroso per un Paese (l'Italia) che ama definirsi ad "economia avanzata".
    E forse l'auspicio di un incremento della quota di Pil non è nemmeno sufficiente. Forse non lo sono nemmeno le varie strategie da Lei giustamente prospettate.
    M'insinuo maldestramente - se mi permette - citando Joseph Roth: "Il padre di Irene, un industriale ancora di quei tempi in cui l'onestà di un uomo veniva calcolata sull'entità delle percentuali che applicava alle sue merci, perse la sua fabbrica (..) Non poteva decidersi ad usare piombo scadente (..) C'è un misterioso commovente attaccamento alla qualità della propria merce, la cui genuinità si ripercuote sul carattere del produttore, una fedeltà al prodotto che somiglia quasi al patriottismo di quegli uomini che fanno dipendere la propria esistenza dalla grandezza, dalla bellezza e dalla potenza della loro patria"(Fuga senza fine). Per dire solo che forse non è più e non è solo una questione di quantità. Forse è anche colpa del fatto che si è persa quella quota-parte vitale di umanesimo necessaria per pensare, produrre e commercializzare una "matita" di qualità.

  • Comment Link Giuseppe Bonura Monday, 04 July 2011 16:50 posted by Giuseppe Bonura

    Mi sembra un ottimo contributo, mi era stato segnalato da un amico. Non mi capita di trovarmi sempre d'accordo con articoli che riguardano gli argomenti trattati, ma in questo caso mi sento in sintonia con molti dei concetti riportati. Anchse se condivido in pieno la sintesi concettuale dell'ultima frase del commento di Arcieri: "Forse è anche colpa del fatto che si è persa quella quota-parte vitale di umanesimo necessaria per pensare, produrre e commercializzare una "matita" di qualità". Spero di poter continuare a leggere suoi approfondimenti sulla rivista.

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