Quattro discorsi e una nuova politica: Obama vs Netanyahu

Written by Maria Grazia Enardu Thursday, 26 May 2011 17:32 Print
Quattro discorsi e una nuova politica: Obama vs Netanyahu Foto: The Prime Minister of Israel

Obama e Netanyahu si sono avvicendati di fronte a diverse e influenti platee americane per presentare i loro divergenti punti di vista sul processo di pace in Medio Oriente. Dietro le reciproche ed enfatiche conferme di amicizia, sono evidenti le discordanti visioni strategiche e gli enormi intrecci di interessi.


Il lungo confronto tra due uomini, due politiche, ma anche gli interessi di due paesi, che si è svolto con ben quattro discorsi pubblici, un incontro programmato e una miriade di colloqui di ogni genere dietro le quinte concentrati in pochi giorni, si è concluso martedì. Obama vs Netanyahu o viceversa, il risultato non cambia. Obama ha iniziato giovedì 19 maggio, parlando al Dipartimento di Stato e poi domenica 22 maggio all'AIPAC, dove il giorno dopo ha parlato Netanyahu, che ha concluso la sua visita negli Stati Uniti parlando al Congresso martedì 24 maggio.

Nel rileggere i discorsi e tentare di individuarne le vere linee di fondo, un assunto va considerato assoluto: una superpotenza, che è ancora tale ma con impegni – di ogni tipo – assai gravosi ed enormi problemi di bilancio, tenta di modulare la sua politica in Medio Oriente per reagire alle impressionanti novità che vede e teme di continuare a vedere.

E allo stesso tempo tenta di mantenere i legami, ultratrentennali e non sempre idilliaci, con quello che si considera ancora il suo principale alleato in Medio Oriente, il piccolo stato di Israele.

In verità chi parla di valori comuni, saldi legami da sempre, quasi identità tra i due paesi fa solo propaganda, politica o elettorale che sia. La cosiddetta alleanza tra Stati Uniti e Israele data, al massimo, dal 1973 e ha avuto momenti assai critici, come quando Kissinger diede a Israele dure lezioni, o Bush senior trascinò a forza l’allora primo ministro Shamir alla Conferenza di Madrid del 1991, o Bush junior scrisse una lettera di garanzie a Sharon nel 2004 che vale solo a seconda delle righe da citare.

Non è mai stata messa davvero alla prova in quasi quarant'anni solo perché il Medio Oriente, guerre a parte (dove però l'Occidente aveva una parte rilevante o determinante), era rimasto abbastanza immobile. Ora sta cambiando dall'interno, sta arrivando una qualche forma di quella democrazia a lungo invocata da israeliani e americani come base di stabilità, e la prospettiva li lascia interdetti e li divide profondamente.

Israele è stato fondato nel 1948 e dal 1967 controlla il West Bank, dal 1977 lo ha pesantemente colonizzato, cancellando la Linea Verde armistiziale del 1949 e ripristinando l'antica unità tra Israele tutto e le regioni di Giudea e Samaria, cuore antico dell'identità ebraica, inclusa Gerusalemme vecchia, la città di David.

Ben due generazioni di israeliani, anche quelli che non sono coloni, si sono abituati a non vedere più la Linea Verde, a considerare la crescita degli insediamenti normale e i palestinesi solo come terroristi o partner inaffidabili, o addirittura inesistenti, nonostante gli accordi di Oslo.

I discorsi di Obama, quello di più ampio respiro su tutto il Medio Oriente e quello più focalizzato davanti alla platea dell'AIPAC (lobby filo-Israele, di cui fanno parte tantissimi non ebrei americani) hanno provato a scardinare questa visione a suo modo conservatrice, in una regione che vede cambiamenti inarrestabili. Il punto centrale è il ritorno al negoziato, sulla base della linea ante 1967, con scambi di territorio concordati.

Obama, lo ha ribadito, ha solo ripetuto la linea dei suoi predecessori, almeno da Bush padre in poi. Il modo in cui lo ha fatto, i luoghi, il contesto, sono elementi importanti – ma non ha detto nulla di veramente nuovo. La sua proposta ha anche ripreso il piano di un alleato chiave, prioritario, della politica americana in Medio Oriente e nel mondo, l'Arabia Saudita. Che nel 2002 propose l'avvio di un negoziato israelo-palestinese sulla base delle linee di armistizio (giordane) ante guerra dei sei giorni del 1967, con scambi di territorio concordati. Ovvero, per conservare i blocchi di insediamento intorno a Gerusalemme, Israele deve concedere altro suo territorio – anche se non si capisce bene dove.

Il piano saudita venne approvato dalla Lega araba nel 2007 e da allora, in varie chiavi, può essere considerato l'unico punto su cui concordano quasi tutti: mondo arabo e islamico, Stati Uniti, Russia, Unione europea, praticamente tutta l'ONU.

Tutti meno Israele. A volte crucialmente e tatticamente sostenuto (Consiglio di sicurezza, organismi delle Nazioni Unite) da voto o veto di Stati Uniti. Ma ora Obama, pubblicamente e enfaticamente, ripete che quella è l'unica base per dei negoziati veri.

E Netanyahu, pubblicamente e ancor di più privatamente, si oppone. Accusa Obama di non capire la realtà del Medio Oriente. Ma in verità esistono due Medio Oriente, e quello del primo ministro israeliano è piuttosto ristretto: i palestinesi, i paesi confinanti, l'Iran considerato come minaccia immediata, e la realtà di oggi come elemento da difendere e consolidare.

Il Medio Oriente visto dagli Stati Uniti, Obama o non Obama, è tutto, dal Marocco ai confini dell'India, in una fase di rivolgimenti da capire e sfruttare per non perdere influenza e semmai acquisirne di nuova. Sono due visioni contrapposte e non conciliabili, al momento.

Obama ha anche, in ogni possibile chiave e in ogni possibile sede, rassicurato Israele sull'amicizia, lealtà, sostegno degli Stati Uniti. E ribadito, con totale convinzione, che il tempo non lavora per Israele, anzi lo sta minando.

Ma ognuna di queste affermazioni, sincere o addirittura enfatiche, ha un sottotitolo più o meno avvertito: gli Stati Uniti si batteranno nobilmente dovunque, ma non hanno la bacchetta magica, possono aiutare Israele solo se Israele gliene dà i mezzi. Non hanno diritto di veto in sede di Assemblea ONU e poi, in verità, avrebbero interessi globali, nell'intera regione e nel mondo tutto, che rendono prioritaria una soluzione vera, la nascita di uno Stato palestinese. Chi ha orecchie per intendere intende benissimo, la politica americana si svolge su più piani, e non è duplice, ma semplicemente globale e quindi molto articolata.

Da sempre, Netanyahu respinge totalmente questa linea di ritorno al pre-1967, sia pure come sola base negoziale, usando sempre come argomento principale quello della sicurezza. L'unico presentabile, non può sostenere di voler passare dall'occupazione ormai istituzionalizzata a un'annessione in una qualche forma, parziale e rivisitata per evitare la fine dell'ebraicità di Israele. Al massimo può ricordare che la Giudea è il cuore dell'antico Israele, ma è un argomento che non pesa quanto la situazione disperata dei palestinesi.

Perché questa è la contraddizione insanabile, chi vuole la terra si ritrova gli abitanti palestinesi e deve quindi inventarsi una formula che sia vendibile alla comunità internazionale, impresa pressoché impossibile.

Per fermare la linea di Obama, Netanyahu ha fatto un caldo discorso all'AIPAC, sottolineando in ogni possibile modo la salda amicizia tra i due paesi, per poter arrivare al punto cruciale: no al pre-1967. Ha parlato di negoziato ma non di scambi di territori. Preparava il terreno per il discorso da pronunciare davanti al pubblico più importante che ci sia in Occidente, il Congresso americano a Camere riunite. Il discorso della sua vita, hanno detto in Israele.

In verità anche un replay, che Netanyahu ha ricordato con orgoglio, perché aveva già parlato al Congresso unito nel luglio 1996, all'epoca di Clinton ma anche prima che il Medio Oriente venisse stravolto da guerre e rivoluzioni attuate o annunciate.

È stato, in ogni aspetto formale, un successo. Quarantacinque minuti di applausi orchestrati da pause sapienti e almeno ventinove standing ovation, più trionfo finale. Netanyahu ha usato tutte le sue notevoli dote oratorie, alternando battute e argomenti serissimi, dimostrandosi un maestro dell'arpeggio; conosce bene il pubblico americano.

Ha allineato tutti gli argomenti che gli stavano a cuore, dai valori condivisi di Israele e Stati Uniti, all'Iran nucleare e ad Hamas nuovo Al Qaeda, dalla necessità di sicurezza di un piccolo e stretto Stato, il suo, alla volontà di crearne un altro, palestinese, purché accetti quelle che sono definibili solo come precondizioni.

Ha affermato che Giudea e Samaria sono la dimora ancestrale degli ebrei, che quindi non possono essere definiti occupanti stranieri, come il Belgio in Congo. Gerusalemme, naturalmente deve restare unita, quindi israeliana. Ha raccontato anche qualche bugia, compresa una che irriterà profondamente gli inglesi (i luoghi santi sono divenuti accessibili a tutti solo con Israele – e quindi non durante il mandato britannico?).

Ha parlato di sacrifici che Israele è disposto a fare, ma si riferiva a eventuali insediamenti che sarebbero abbandonati, quindi si tratta di sacrifici nel contesto dei territori occupati. Anzi, ha ribadito che Israele non intende rinunciare alla valle del Giordano. A questo punto, per sottrazioni successive, ci si chiede come sarebbe la mappa che Netanyahu sogna di proporre ai palestinesi.

Molti passaggi avevano un doppio livello di lettura, quello dell'accattivante retorica e quello più tecnico che la cavalcava alla ricerca dell'applauso. Alcuni di questi passaggi possono solo essere pienamente compresi da chi ha una buona, professionale conoscenza della questione, storici e diplomatici di lungo corso. Molti membri del Congresso, soprattutto se eletti da poco, forse non ne colgono appieno le complessità – e nel dubbio applaudono, anche per le telecamere, poi si vedrà.

Ma tutto il percorso di Netanyahu mirava a scandire una piccolissima frase, apparentemente innocua, una mina posta sotto l'Autorità palestinese di Abu Mazen, con cui Netanyahu vuole trattare ma solo se straccia l'intesa con Hamas.

Netanyahu vuole che Abu Mazen dica: accetteremo lo Stato ebraico. Questa non è la richiesta di riconoscimento, che già c'è stato nel 1993, e nemmeno il rifiuto, scontato, di accogliere anche solo una quota simbolica di profughi palestinesi. Non è nemmeno una trappola per Hamas, che risponde picche, ma solo un modo di spaccare l'imprevista unità dei palestinesi e imporre ad Abu Mazen una revisione degli accordi già firmati.

Israele non vuole essere riconosciuto, giuridicamente, come Stato di Israele e basta, ma come Stato ebraico. Si introduce nel concetto di riconoscimento una categoria etnico-religiosa assolutamente inconsueta. Lo scopo non è solo di portare l'assai eventuale negoziato su un piano diverso, ma anche quello di spiegare, agli arabi israeliani, che vivono in uno Stato ebraico, punto.

Le prime reazioni, palestinesi tutti e arabi in generale, sono state di totale e assai prevedibile opposizione a tutto il discorso.

Ma dopotutto non era un discorso rivolto a orecchie arabe, Netanyahu parlava e cercava l'applauso per dimostrare al pubblico di casa la sintonia con il Congresso. Però sa bene che questo Congresso pone problemi nuovi, molto seri.

Gli Stati Uniti cambiano, cambia anche il Congresso, il turn over di rappresentati e senatori è ora assai alto, molti vecchi amici non ci sono più, ai nuovi bisogna rispiegare tutto. La componente repubblicana è quella teoricamente più sensibile alle sollecitazioni di Israele, ma è anche vero che tre quarti degli ebrei americani vota democratico.

Il Congresso, soprattutto il Senato, è la sede in cui Netanyahu vuole schierare argomenti per arginare la visione politica del presidente Obama. Ma è anche il luogo in cui i profondi interessi americani, vedi alla voce budget e spaventosi deficit e debito, ribollono, dove si fa lobbying visibile ma anche invisibile. Il Congresso, con il suo rapido ricambio, riflette una classe dirigente che spesso passa dalla politica, nei diversi ruoli, agli affari, nei vari sensi.

Il Medio Oriente, visto dal Congresso, è un colossale insieme di affari, nazionali e personali, oltre che di alleati, presentabili e impresentabili. Tra questi ultimi, il più importante è l'Arabia Saudita, che nel primo discorso di Obama, al Dipartimento di Stato, non è stata nominata nemmeno per sbaglio: ha parlato per condannare gli eccessi della repressione nel piccolo Stato del Bahrein, ma non ha detto chi ha invaso il paese per riportare l'ordine della casa reale sunnita.

Un silenzio di piombo, che suggella, in modo assolutamente bipartisan, l'enorme intreccio di interessi tra americani e sauditi. Vediamo ogni anno la grande conferenza dell'AIPAC, ma vediamo nulla e sappiamo quasi niente della grande lobby saudita, che rifugge dalla pubblicità, anzi ama molto la sfera privata.

Visto dall'aula del Senato, a Camere congiunte, il discorso di Netanyahu, pur così applaudito, ha questa invisibile cornice, che lo pone in un contesto di interessi, strategici ed economici, di fronte a cui Israele, paese assai amico, è piccola cosa.

Anche i repubblicani, così attivi sostenitori di Israele, lo sanno benissimo: l'Arabia Saudita, finché il Medio Oriente non sarà stravolto, è il convitato di pietra delle strategie americane. Con un dito sull'indice dei prezzi petroliferi, l'Arabia Saudita è in grado di condizionare tutti gli americani e di utilizzare le più sofisticate e invasive manovre di lobbying, soprattutto in campo repubblicano.

Se Israele è piccola cosa, figuriamoci i palestinesi che però, con una mossa finalmente utile, hanno messo su un matrimonio di convenienza tra Hamas e Fatah, un po' perché molto preoccupati (Hamas ora teme la Siria, Fatah è stanco di chiedere invano il fermo degli insediamenti), ma soprattutto perché credono di avere il vento a favore, sia che provenga dal mondo arabo e islamico, sia dai paesi dell'Unione europea, ma anche dall'America Latina, dalla Russia e forse dalla Cina, per non dire del resto del mondo.

Vogliono che l'Assemblea generale dell'ONU deliberi su di loro, dando loro uno Stato o perlomeno uno status diverso. Se ne parlerà nella sessione di settembre, e l'estate vedrà ogni sorta di manovra diplomatica, in uno scenario mediorientale friabile, con Libia in sfacelo e Siria in incipiente caos.

Dai discorsi di Obama, dall'apparente contraddizione tra la promessa a Israele di un sostegno ferreo e la crescente spinta verso un negoziato anche imposto o frutto di risoluzioni che isolerebbero del tutto Israele, si può azzardare un percorso per certi versi obbligato.

Fermo restando che appunto gli Stati Uniti vogliono un negoziato vero, rimane il fatto che non possono fermare l'Assemblea dell'ONU – luogo peraltro dove arrivano le risoluzioni che si sa sarebbero bocciate da un veto nel Consiglio di sicurezza.

L'argomento di Obama (e anche di Netanyahu) che uno Stato non può essere fondato da una risoluzione ONU è politico ma anche bizzarro, visto che Israele è nato da una risoluzione del 1947, nel corso di un'Assemblea generale da cardiopalmo. In verità l'ONU allora decise la spartizione della Palestina in due Stati, quindi una nuova risoluzione riprenderebbe un vecchio discorso, già deliberato.

Il percorso di Obama nei prossimi mesi è quindi una gimkana: gli Stati Uniti appoggiano Israele, sanno che la loro linea sarà perdente, che un'eventuale risoluzione vedrà pochissimi voti contrari, forse addirittura solo i loro due.

E poi toccherà a qualcuno raccogliere i cocci e fare in modo che il nuovo Stato proclamato non diventi occasione immediata di una guerra/intifada ma anche – e questo non è più un pericolo peregrino – di devastanti azioni di nonviolenza concertate. L'invasione disarmata di gruppi di palestinesi dalla Siria e dal Libano di pochi giorni fa ne è stata avvisaglia, possono esserci altre mosse simili o di apparente basso impatto. Se Israele spara ancora, si chiude definitivamente in un angolo.

Quindi, possono essere solo gli Stati Uniti, da soli o con gli europei, o con il Quartetto, o ancora con altri organi ad hoc, a condurre Israele fuori dal ginepraio, con un Obama nel frattempo rieletto.

La quadratura del cerchio ha quindi una incognita che presenta come soluzione l'amico americano che guida Israele fuori dal campo minato in cui si è cacciato. Alcuni passaggi del discorso di Obama o anche alcuni suoi atteggiamenti lasciano pensare, in via ipotetica ma non improbabile, che questo è il percorso che intravede.

Il che spiega la quasi ossessiva ripetizione di parole di amicizia, e forse questo è il compito che la presidenza Obama si è dato, in questo particolare problema: prendere un fallimento scontato e tentare di trasformarlo in una nuova occasione, dopo che Israele avrà toccato con mano il totale isolamento.

Compito difficilissimo. Israele, il governo che attualmente esprime ma anche gran parte del paese, si sente impotente, spaventato, diviso, ha anche paura di essere salvato e non considera amici chi lo esorta a fare scelte difficili prima che sia troppo tardi.

Netanyahu, sia per le sue ambizioni personali, sia per il governo che ha messo insieme, vede l'immobilità come unica soluzione, a questo portano tutte le condizioni che lui ha indicato per un “suo” negoziato (sicurezza, Hamas, linea post 1967, Israele come Stato ebraico ecc.).

Obama invece sa che il mondo, arabo e non, si sta muovendo velocemente e che Israele rischia tutto – ha provato a dirlo, ora aspetterà. Nel suo giro europeo di questi giorni, che comprende le vecchie potenze coloniali di Europa ma anche un paese da tempo amico di Israele, la Polonia, si parlerà soprattutto di Medio Oriente e la domanda è: che faranno i paesi europei, a settembre? Cercheranno di bloccare la risoluzione ONU? Voteranno per uno Stato palestinese, lasciando soli gli Stati Uniti? Si asterranno? Sarà un'estate lunga e intensa.

 


Foto di The Prime Minister of Israel

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