I dolori della Grecia, le colpe dell’Europa

Written by Ronny Mazzocchi Wednesday, 18 May 2011 13:40 Print
I dolori della Grecia, le colpe dell’Europa Foto: Primeminister.gr

Di fronte agli esiti negativi del piano di salvataggio della Grecia, varato lo scorso anno dall’UE, bisogna prendere atto che affrontare i problemi greci a livello comunitario è necessario anche per non mettere a repentaglio l'esistenza stessa dell'Unione


Nelle ultime settimane l’unica cosa su cui sembrano concordare tutti i commentatori europei è che il piano messo in cantiere lo scorso anno per salvare la Grecia sia miseramente fallito. Lo ammettono tutti, sia quelli che ne avevano auspicato a lungo la creazione sia quelli che, già un anno fa, avevano ritenuto impossibile trascinare Atene fuori da quello che era il suo ineluttabile destino.

Pochi ormai ricorderanno il rocambolesco ingresso nell’Unione monetaria ottenuto grazie ad abili trucchi contabili e le ripetute violazioni dei vincoli imposti dal Patto di stabilità. Così come pochi ricorderanno che nell’ottobre 2009, quando le agenzie di rating annunciarono di aver ridotto il merito di credito del paese, il governo si limitò per settimane a sfornare piani di aggiustamento vaghi e difficilmente in grado di frenare la corsa della spesa pubblica che si era accresciuta in modo considerevole durante il periodo pre-elettorale. Tuttavia, ancora alla fine di novembre di quell’anno, il piano di salvataggio di cui si era cominciato a parlare ammontava, nelle stime più pessimistiche, a “soli” 40 miliardi di euro, una cifra sicuramente considerevole ma che era di venti volte inferiore al piano Paulson per il salvataggio di alcuni istituti finanziari privati americani, e di molte volte inferiore alle somme stanziate dai vari governi europei per singole operazioni come Fortis, Deutsche Bank, Royal Bank of Scotland ecc.

A rendere esplosiva la situazione è stato soprattutto il successivo comportamento dell’Unione europea: mentre la Grecia affondava sotto i colpi degli speculatori, i governi nazionali e gli organismi comunitari hanno passato settimane a discutere di come punire il governo ellenico per la scarsa disciplina fiscale degli anni precedenti. E anche dopo aver fissato a 110 miliardi la cifra massima degli aiuti, vincolandoli al rispetto di un durissimo percorso di rientro, si è sviluppato un surreale dibattito sui rischi di “azzardo morale”, come se farsi commissariare dalle istituzioni comunitarie non fosse già di per sé un disincentivo sufficiente al lassismo fiscale. Il governo di George Papandreou è stato così costretto a presentare dei durissimi piani di correzione dei conti pubblici, che però si sono rivelati pressoché inutili nel rimettere il paese su un sentiero di stabilità. Sebbene il rapporto deficit/PIL si sia ridotto di oltre 6 punti percentuali, la Grecia ha infatti chiuso il 2010 con un debito pubblico che ha ormai raggiunto il 142,8% del Pil, circa 20 punti in più dell’anno precedente. I rendimenti annui dei titoli di Stato sono schizzati oltre il 15% e nemmeno l’accesso al finanziamento agevolato dello European Financial Stability Facility (EFSF) sembra ormai garantire una solvibilità nel medio periodo, al punto che il governo ha dovuto chiedere dopo solo un mese una ricontrattazione delle condizioni pattuite a fine gennaio di quest’anno. Infine, a chiudere il cerchio, la recente notizia che Atene avrà bisogno di almeno altri 60 miliardi di euro di aiuti in due anni, non essendoci alcuna prospettiva credibile di poter tornare in tempi brevi a finanziarsi direttamente sui mercati dei capitali. L’Eurogruppo, pur rinviando la decisione alla prossima riunione di giugno, ha già fatto sapere che il nuovo prestito verrà garantito solo a condizione che il governo ellenico si impegni a nuove correzioni dei conti pubblici per almeno 26 miliardi di euro, soldi che Papandreu dovrà cercare di recuperare con una serie di misure fra le quali spiccano un ulteriore aumento delle ore lavorate nella pubblica amministrazione, il taglio degli stipendi pubblici e una vera e propria scure sulla spesa sanitaria e pensionistica.

Molti esperti sono tuttavia scettici, non solo sulla capacità del governo di imporre ad un paese già sull’orlo della rivolta sociale una ulteriore cura da cavallo, ma anche sulla sua effettiva efficacia: stando alle stime più ottimistiche, per ottenere una correzione anche modesta dell’indebitamento, alla Grecia verrebbe chiesto di mantenere un avanzo primario intorno all’8% per i prossimi vent’anni, un compito difficile in condizioni normali e pressoché impossibile con una economia che si avvia al terzo anno consecutivo di crescita negativa (-3,3% per il 2011). Come è noto, la sostenibilità del debito pubblico, prima che nella sua dimensione, risiede nella presenza di un differenziale positivo fra il tasso di crescita nominale del PIL e il tasso di interesse sui titoli pubblici. Più lenta è la formazione di nuova ricchezza e minore sarà la capacità di un paese di far fronte alle proprie obbligazioni. Una lezione fondamentale che però sembra essere stata dimenticata negli ultimi diciotto mesi: nel prendere atto della contraddizione fra la spinta deflattiva di continue manovre fiscali restrittive e la necessità di rilanciare la crescita economica già duramente minata dalla crisi, le istituzioni europee hanno preferito continuare ad accanirsi con una spaventosa miopia costringendo il governo di Papandreou a presentare piani di rientro sempre più ambiziosi nei propositi, ma sempre meno credibili agli occhi dei mercati. Ora sembra davvero arrivato il momento del giudizio.

Scartata la possibilità che la Grecia decida di abbandonare la moneta unica, per le conseguenze negative che questa scelta potrebbe avere per il paese in sé e per l’intera Unione monetaria, resta in piedi la possibilità di ristrutturare una quota del debito pubblico greco, sia nella forma di un allungamento delle scadenze di rimborso, sia con un vero e proprio taglio del valore nominale. Una scelta per il momento osteggiata a più riprese dai governi europei e dalle istituzioni internazionali: da una parte, infatti, vi è il timore che, avendo garantito ai mercati l’assenza di qualsiasi forma di ristrutturazione prima del luglio 2013, venga minata la credibilità dei piani di salvataggio europei sul rischio sovrano, innescando una reazione a catena che trascinerebbe nel baratro anche Irlanda e Portogallo. Dall’altra alcuni maliziosi commentatori sostengono che questo attendismo dell’Unione europea vada interpretato come uno stratagemma per minimizzare le perdite che le banche continentali – soprattutto tedesche e francesi – conseguirebbero dal taglio del valore nominale dei titoli del debito greco.

Non è un caso che da settimane i governi europei stiano facendo pressione per accelerare il piano di privatizzazioni a cui vincolare la concessioni di ulteriori aiuti. L’ammontare totale della cifra da incassare è stimato in circa 50 miliardi di euro entro il 2015 e dalle riunioni dell’Eurogruppo è addirittura filtrata l’idea di istituire una sorta di sistema di controllo esterno sul processo di privatizzazioni. Tale meccanismo ufficialmente verrebbe introdotto per rendere cogenti le privatizzazioni e superare le resistenze che, anche dentro il Pasok, continuano ad emergere; secondo alcuni, invece, l’obiettivo sarebbe stimolare la vendita a banche e gruppi industriali dei grandi paesi europei, che verrebbero così almeno parzialmente compensati dalla perdite derivanti dalla ristrutturazione del debito che a quel punto l’UE deciderebbe di avallare. Nel mirino sono finiti gli ultimi gioielli dell’industria pubblica (la compagnia elettrica Dei, la società di comunicazione Hellenic Telecoms, la società del gas Depa, gli acquedotti di Atene e di Salonnico), del sistema bancario e finanziario (l’Hellenic Post, l’Agriculture Bank e la vendita delle attività commerciali legate alla Cassa depositi e prestiti) e di quello infrastrutturale (cessione di Hellenic Railways e prolungamento della concessione per l’aeroporto di Atene al consorzio guidato dalla tedesca Hochtief, con graduale riduzione al di sotto del 50% della quota attualmente detenuta dal Tesoro ellenico). Compensare in questo modo improprio le imprese e le banche europee delle perdite derivante da un haircut sui titoli del debito pubblico potrebbe però non essere sufficiente per evitare conseguenze negative sul vecchio continente.

Per prima cosa bisogna ricordare che il sistema bancario greco possiede circa 50 miliardi di titoli governativi, che pesano per 2,2 volte il valore del loro patrimonio netto. Si calcola che un taglio del 25% del valore nominale dei bond produrrebbe perdite per almeno 8 miliardi di euro, al punto che i principali istituti di credito greci (Pireus Bank, Eurobank, AteBank, Emporiki) andrebbero incontro non solo alla necessità di una ricapitalizzazione, ma anche ad una prevedibile riduzione degli impieghi che riguardano solo in parte la Grecia. Non bisogna infatti dimenticare che, se da un lato le banche private greche sono strettamente interconnesse attraverso dei rapporti interbancari con quelle del Portogallo, del Belgio, della Francia, dell’Irlanda, della Germania e dell’Olanda, dall’altro sono pesantemente esposte nei confronti di molti sistemi finanziari dell’Europa orientale, erogando circa il 22% del credito albanese, il 23% di quello romeno e il 31% di quello bulgaro. Una ristrutturazione anche parziale del debito costringerebbe le banche greche a rientrare da tutte queste linee di credito, provocando preoccupanti fenomeni di credit crunch in paesi già affetti da gravi fragilità finanziarie.

Al di là dei rischi che l’inevitabile ristrutturazione del debito greco potrà avere, ci sono alcuni elementi – fra loro strettamente collegati – che vanno infine considerati. Uno riguarda la situazione debitoria del settore privato. Le principali agenzie di rating hanno declassato il giudizio sulle obbligazioni delle maggiori aziende private del paese, portandolo ad un livello prossimo alla “spazzatura”. A preoccupare non è solo la bassa qualità del debito, ma soprattutto la consapevolezza di una struttura estremamente fragile delle imprese, sopravvissute negli ultimi anni facendo un esasperato ricorso al debito, soprattutto straniero. È proprio questa combinazione di eccessivo indebitamento privato e pubblico a gettare una luce sinistra non solo sul futuro della Grecia ma anche sui limitati effetti che una ristrutturazione del debito pubblico potrà avere. L’elevato livello di indebitamento complessivo, infatti, più che una causa dei mali della Grecia, sembra costituirne un effetto legato a problemi che trovano la loro origine su scala continentale. L’integrazione finanziaria iniziata con l’adesione alla moneta unica invece che favorire i cosiddetti fenomeni di catching-up, ha generato preoccupanti dinamiche divergenti rispetto alle principali economie europee, solo in parte imputabili ai differenziali di competitività.

Se è vero che l’afflusso di capitali esteri ha favorito quasi esclusivamente un aumento del consumo e della spesa pubblica, è altrettanto vero che l’andamento divergente delle partite correnti può essere attribuito per buona parte alle considerevoli e persistenti differenze nella forza della domanda interna dei vari paesi dell’area euro. Sembra quindi davvero miope l’ossessione delle istituzioni europee nel voler porre l’accento esclusivamente sui problemi legati alla competitività – che pure ci sono – e nell’ostinarsi a considerare gli squilibri commerciali come un problema da risolvere a livello dei singoli Stati. Approcciare seriamente questo problema a livello comunitario potrebbe aiutare non solo la Grecia ad uscire da una situazione oggettivamente difficile, ma anche l’Europa a sopravvivere ad una congiuntura che, senza adeguate contromisure, rischia di metterne a rischio la stessa esistenza.

 

 


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