Le relazioni internazionali sostenibili

Written by Antonio Estella e Rafael Fernández Wednesday, 27 April 2011 14:22 Print
Le relazioni internazionali sostenibili Foto: Javier Rodríguez
Noi progressisti abbiamo bisogno di riflettere su quel che c’è da fare e su come farlo in materia di relazioni internazionali nei prossimi dieci anni. Il concetto di Relazioni internazionali sostenibili introduce nuovi ideali, idee e strumenti che senza dubbio possono alimentare questo dibattito transnazionale.

 

Negli ultimi tempi, laddove abbiamo governato, noi progressisti abbiamo fatto molto bene in materia di relazioni internazionali. In particolare, il governo Zapatero ha ottenuto in ambito internazionale alcuni dei suoi maggiori successi: il ritiro delle truppe dall’Iraq, l’Alleanza delle civiltà, un considerevole aumento degli aiuti allo sviluppo (Ayuda Oficial al Desarrollo), la scommessa sull’integrazione europea e il suo ampliamento. Questi e molti altri sono fra gli elementi decisamente positivi a cui facciamo riferimento. Ciò nonostante, sembra che si sia realizzato meno di quanto fatto in realtà. Come si spiega questo dato? Semplicemente, perché spesso siamo stati carenti di una filosofia unitaria, di una narrativa, di una storia comune che congiungesse tutte le diverse componenti delle azioni dispiegate in politica estera.

Questo non è importante solo ai fini di una spiegazione del presente; lo è ancora di più per segnalare fino a che punto dovremo spingerci nel prossimo futuro. In questa sede rifletteremo su quale potrebbe essere il nuovo paradigma che nei prossimi dieci anni potrebbe servire da guida ai progressisti in materia di politica internazionale.

Dal nostro punto di vista, le relazioni internazionali del mondo così come lo conosciamo oggi si strutturano secondo il modello dei “cerchi concentrici”. In tale schema il potere andrebbe organizzandosi in modo decrescente man mano che ci si allontana dal nucleo centrale. Al centro si collocherebbero i paesi più potenti e alla periferia quelli meno potenti. In questo modo, nel primo cerchio troverebbero posto gli Stati Uniti e la Cina. Nel secondo, i paesi sviluppati. Nel terzo, i paesi emergenti e nel quarto, il cerchio più lontano dal potere, i paesi in via di sviluppo.

Lo schema dei cerchi concentrici si prefigge di riflettere le relazioni di potere tra gli Stati che compongono ciascuno di questi cerchi. L’espressione “relazioni di potere” implica, in ultima istanza, relazioni di dominio. Gli Stati situati nel primo cerchio hanno un maggior potenziale di dominio rispetto a quelli collocati nei cerchi più esterni e lo esercitano nei confronti di questi ultimi. L’essenza dell’idea delle Relazioni internazionali sostenibili è che queste relazioni di potere basate sulla dominazione, che caratterizzano il mondo come oggi lo conosciamo, si trasformino in maniera sostenibile in relazioni di non-dominazione. Pertanto, l’ideale promosso dalle Relazioni internazionali sostenibili (RIS) poggia su due concetti fondamentali: in primo luogo l’idea di non-dominazione; in secondo luogo l’idea di sostenibilità.

L’idea della libertà come assenza di dominazione è stata sviluppata, fondamentalmente, da Philip Pettit, il padre del cosiddetto “repubblicanesimo civico”. Il repubblicanesimo civico ha trovato la sua principale traduzione in azione politica in Spagna, attraverso il “socialismo dei cittadini” difeso e articolato da José Luis Rodríguez Zapatero. Parlando di Relazioni internazionali sostenibili non facciamo che sviluppare l’idea del repubblicanesimo civico in ambito internazionale, o se vogliamo, guardando da una prospettiva politica, sviluppare l’idea del socialismo dei cittadini nella sfera internazionale.

Secondo Pettit, in senso generale, la libertà va interpretata come assenza di dominazione. Un cittadino A è realmente libero quando può contrastare con efficacia i tentativi di B (sia questi uno Stato, una corporazione o un altro cittadino) di imporre la sua volontà contraria a quella di A. È importante sottolineare che Pettit non auspica un mondo nel quale nessuno tenti di esercitare il proprio dominio sugli altri, poiché comprende, in modo molto realistico, che gli intenti dominatori sono una condizione quasi ontologica dell’essere umano. L’importante non è che non vi sia dominazione (il che risulta un obiettivo quasi irraggiungibile), ma piuttosto che si sviluppino i meccanismi istituzionali, sociali, economici, legali ecc., affinché, quando essa si manifesti, possa essere contrastata.

L’applicazione, o lo sviluppo, di questa idea in ambito internazionale è quasi evidente e naturale. Di fatto, gli ultimi lavori di Pettit stanno facendo esattamente questo, ossia discutere la dimensione internazionale del suo ideale di libertà in quanto assenza di dominazione. Nella sua dimensione internazionale, l’ideale difeso da Pettit è quello di un mondo formato da persone che siano libere e non dominate da nessuno, al di là degli Stati-nazione. Ciò nonostante, per Pettit gli Stati mantengono un’importanza capitale, perché in un modo o nell’altro è all’interno di questi ultimi che i cittadini sviluppano la propria sfera di libertà. A differenza di altre concezioni del mondo più utopiche, per Pettit è impossibile parlare di Relazioni internazionali senza parlare di Stati, quantomeno oggi. Lo Stato può essere dunque un catalizzatore di Relazioni internazionali sostenibili o può essere, al contrario, un fattore di dominazione nei confronti dei propri cittadini o dei cittadini di altri paesi.

Il contributo che, come Fondazione IDEAS, abbiamo conferito alla teoria di Pettit nell’ambito delle Relazioni internazionali, è quello di coniugarla con l’idea di sostenibilità. Il concetto di sostenibilità non è nuovo, né nasce nell’ambito delle relazioni internazionali. Possiamo affermare che l’idea di sostenibilità nasce nel 1987, con l’importantissimo Rapporto Brundtland. Il suddetto concetto collega lo sviluppo economico con la protezione dell’ambiente. Pertanto, secondo Brundtland (una personalità di primo piano della socialdemocrazia, per tre volte primo ministro della Norvegia: 1981, 1986-1989 e 1990-1996) l’unica maniera di concepire lo sviluppo economico è renderlo compatibile con l’uso sostenibile delle risorse naturali. Lo sviluppo economico sostenibile è quindi, secondo il Rapporto Brundtland, quello che «soddisfa le necessità delle generazioni attuali senza compromettere quelle delle generazioni future».

L’essenza dell’idea di sostenibilità, pertanto, è quella di includere un patto morale tra la generazione attuale e quelle future in merito all’assunzione di decisioni che debbano essere attuate nel presente. In altre parole, le decisioni che si prendono oggi vanno prese pensando anche alle loro conseguenze nel futuro. Questo patto morale intergenerazionale è dunque fondamentale per comprendere l’idea di sostenibilità. In tal modo, le Relazioni internazionali sostenibili implicherebbero una gestione delle relazioni internazionali tale da prendere in conto le conseguenze delle decisioni prese oggi per il futuro della stessa comunità internazionale.

Tuttavia, in un certo senso l’idea di sostenibilità delle relazioni internazionali, in se stessa valida, sarebbe priva di senso, di un obiettivo, di una direzione precisa se non la coniugassimo con una determinata idea di giustizia sociale. Ciò significa, per fare un esempio, che sostenere l’instaurazione di regimi dittatoriali potrebbe essere una decisione presa oggi pensando anche al domani, e di fatto potrebbe garantire una sufficiente stabilità alle relazioni internazionali, come dimostra la storia mondiale. Non è questo, tuttavia, l’ideale di una società internazionale progressista, e in questo si trova il punto di incontro tra l’idea di Pettit e l’idea di sostenibilità. Si tratta di rendere sostenibile un mondo di relazioni internazionali improntate ai valori e alla pratica progressisti; si tratta, pertanto, di creare un mondo di relazioni internazionali sostenibili basate sull’idea dell’assenza della dominazione.

Allo stesso tempo, l’idea di non-dominazione nella sfera internazionale è complementare a quella di sostenibilità; difatti, quanto più sostenibili siano le relazioni internazionali basate sulla non-dominazione, tanto più efficace e più completa sarà la libertà di cui godranno nazioni e popoli. Entrambe le idee si completano a vicenda: l’idea di non-dominazione propone nell’ambito delle relazioni internazionali un ideale di prim’ordine, nella sostanza e nei valori, di cui è carente, presa da sola, l’idea di sostenibilità; dal canto suo, l’idea di sostenibilità completa efficacemente in ambito internazionale quella di non-dominazione, posto che quanto più durevoli siano i meccanismi che impediscano la dominazione di alcuni paesi su altri, tanto più completa sarà la sfera di libertà.

Come si concretizza, più nello specifico, il concetto di relazioni internazionali sostenibili che difendiamo? Attraverso, quantomeno, le seguenti dieci idee:

1)     Stati cooperativi: l’ideale internazionale di indipendenza come non-dominazione può essere dispiegato solamente da Stati che abbiano la volontà di impostare le proprie relazioni con gli altri paesi in termini di uguaglianza. A questi Stati si richiede, come primo passo per raggiungere questo ideale, di adottare un effettivo ruolo nel mantenimento della pace e di limitare gli Stati che rifiutino questa costrizione.

2)     Stati efficaci: andando più nello specifico, tale ideale può essere praticato solo da quei paesi che sanno garantire pace e prosperità ai propri cittadini. Come secondo passo, si dovrebbe richiedere che questi paesi stabiliscano un sistema di aiuti allo sviluppo. Tali aiuti dovrebbero essere destinati, in particolare, a far sì che i beneficiari diventino a loro volta paesi efficaci, nel senso in cui abbiamo qui descritto questo concetto.

3)     Stati rappresentativi: in terzo luogo, l’obiettivo di raggiungere un ideale di non-dominazione dovrebbe essere assunto solo da quegli Stati che rappresentino tutti i propri membri: come minimo, Stati che non violino  i diritti umani dei loro cittadini. Da questi paesi si dovrebbe esigere inoltre, come terzo passo, che adottino misure ragionevoli affinché gli Stati che non rispettano tali condizioni modifichino le proprie pratiche irrispettose dei diritti umani.

4)     Questi Stati cooperativi, efficaci e rappresentativi dovrebbero adottare misure che permettano loro di sfruttare al meglio l’indipendenza intesa come non-dominazione nelle loro relazioni reciproche e con altri attori internazionali, come per esempio con le imprese multinazionali, le banche, le confessioni religiose ecc. Questa indipendenza permetterebbe loro di far leva su un potere di resistenza contro la dominazione militare, economica, finanziaria o culturale che potrebbe essere esercitata dall’esterno.

5)     Nel concreto, dovrebbero adottare misure che favoriscano la formazione di un ordine internazionale composto da Stati non dominati e che a loro volta non dominino. Detto ordine dovrebbe essere sostenibile nell’arco di più generazioni. E questo ordine internazionale, basato sulla non-dominazione, sarebbe tanto più perfetto quanto più fosse improntato all’idea della sostenibilità.

6)     In questo ordine internazionale ogni Stato dovrebbe sviluppare misure di autodifesa; nel concreto, misure per le quali gli Stati più deboli possano fare causa comune di fronte a quelli più forti.

7)     Per la creazione di un ordine internazionale sostenibile, basato sull’indipendenza intesa come non-dominazione, sono necessari anche la promozione e lo sviluppo di istituzioni internazionali che possano stabilire e rendere esecutivi accordi in aree come il controllo degli armamenti, il commercio, le finanze, ossia aree nelle quali l’indipendenza degli Stati è sempre a rischio.

8)     La necessità delle suddette istituzioni è rafforzata dal fatto che esistono vari “beni pubblici comuni” che non possono essere difesi dagli Stati in maniera individuale; ci riferiamo alla lotta contro il cambiamento climatico, alla trasformazione del nostro modello economico, alla salute pubblica, al crimine internazionale ecc.

9)     Il problema è che proprio queste agenzie internazionali potrebbero essere, a loro volta, fonte di dominazione, poiché spesso il loro abbandono da parte dei propri membri non costituisce un’alternativa realistica. Perciò, un’altra misura da adottare consiste nella democratizzazione di tali istituzioni internazionali e nel loro controllo politico.

10)  Infine, dovrebbe essere possibile valutare fino a che punto il mondo nel suo insieme, e gli Stati che lo compongono, si avviano verso l’ideale di indipendenza sostenibile che abbiamo qui tracciato. In questo senso proponiamo la creazione di un Indice delle Relazioni internazionali sostenibili, da pubblicare annualmente e nel quale si dia conto dei progressi realizzati.

In conclusione, noi progressisti abbiamo bisogno di riflettere su quel che c’è da fare e su come farlo in materia di relazioni internazionali nei prossimi dieci anni. Il concetto di RIS introduce nuovi ideali, idee e strumenti che senza dubbio alimentano questo dibattito transnazionale.

 

 


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