Mobilitazione sul web, interventi delle principali associazioni di categoria e ambientaliste, petizioni con tanto di codice fiscale per certificare le firme, appelli al presidente della Repubblica, convocazione di incontri-manifestazioni nei teatri: il “popolo verde”, lavoratori, professionisti, imprese che operano nel mondo delle rinnovabili, pare essersi destato all’improvviso pronto a far valere i propri interessi e il proprio ruolo nell’economia italiana. Forse è la dimostrazione che qualcosa di buono può nascere anche dal caos.
La confusione e l’incertezza generate durante la discussione e, per assurdo, anche dopo l’approvazione del decreto sulle rinnovabili del governo hanno smosso l’istinto di sopravvivenza di un intero settore produttivo, e hanno portato i suoi appartenenti a proporsi con forza e in molteplici forme all’opinione pubblica e alle autorità politiche come interlocutore per le decisioni che lo riguardano.
In realtà si tratterebbe di una processo fisiologico considerando che l’energia verde costituisce un comparto che impiega direttamente tra i 25 e i 30.000 lavoratori, tra cui un numero elevato di ingegneri, professionisti e tecnici specializzati, ovvero occupazione qualificata in buona parte localizzata al Sud, che raggiunge con il lavoro indiretto dell’indotto le 100.000 unità e che presenta tassi di crescita dell’occupazione superiori a tutti gli altri settori dell’economia italiana, elemento non da poco in una fase di aspettative decrescenti come quella attuale.
Ma finora di questa prova di esistenza in vita non c’era stato particolare bisogno. Da un lato, infatti, il settore delle rinnovabili ha goduto, per un ristretto lasso di tempo, di un periodo di favore nell’opinione pubblica e di una particolare attenzione delle autorità politiche, complici anche la forte spinta dell’Unione europea, le preoccupazioni globali per l’andamento del clima e l’idea che l’industria e i mercati dell’energia verde potessero costituire un volano per uscire dalla crisi.
In Italia a tutto questo si è aggiunto un sistema di incentivi disorganico e instabile, ma sicuramente molto generoso, in particolare per alcune rinnovabili come il solare fotovoltaico. Nel corso del tempo il legislatore ha costruito i meccanismi di sostegno all’energia verde a fasi alterne, con sovrapposizioni, inefficienze e stop and go che hanno più volte spiazzato gli operatori, i loro piano di investimento e i loro finanziatori.
La recente vicenda dei sostegni al fotovoltaico è emblematica.
Prima, in maniera pressoché estemporanea, tra un decreto di metà estate 2010 (il cosiddetto Salva Alcoa) e la sua conversione in legge agostana, veniva di fatto esteso il periodo di tempo per poter ottenere i generosi incentivi in scadenza del II Conto energia, generando così una forte spinta all’installazione di nuovi impianti entro la fine del 2010, per non rientrare nel nuovo Conto Energia con tariffe di sostegno meno ricche.
E poi, a distanza di meno di otto mesi, la tipica corsa italiana dell’ultimo minuto non solo all’emanazione, ma anche alla redazione dei decreti di recepimento delle direttive europee, nel caso specifico la 2009/28/CE sulle rinnovabili: sull’onda della diffusione di dati allarmanti sulla crescita del fotovoltaico e sui costi del sistema si è pensato bene di bloccare all’improvviso, al 31 maggio di quest’anno, la possibilità di accedere agli incentivi del nuovo Conto energia, quello più recente e meno generoso, rimandando la revisione del meccanismo di sostegno ad un successivo decreto ministeriale da adottare, si spera, entro il 30 aprile di quest’anno.
Il tutto condito da annunci ancor più drastici di un blocco totale degli incentivi e da interpretazioni fantasiose degli obblighi italiani nei confronti dell’Unione europea da parte delle autorità competenti, dalla solita confusione e incertezza sulle grandezze oggetto di analisi e discussione e, per non farsi mancare nulla, da un intervento di riduzione retroattiva anche del sostegno all’energia eolica.
Risultato ovvio: panico tra gli operatori e settore praticamente bloccato, con i 10.000 lavoratori “del sole e del vento” piombati nell’incertezza; come se con alcuni tratti di penna si fosse messo in discussione il futuro non di una, ma di due Mirafiori.
Si può discutere sulla generosità degli incentivi che pesano sulle bollette dei cittadini che li finanziano: questo non costituisce un male o un bene di per sé, ma dovrebbe essere considerato alla luce degli obiettivi di diffusione delle rinnovabili e di sviluppo di una filiera industriale tecnologicamente avanzata all’interno del paese.
Le speculazioni e il malaffare, sottolineate da campagne di stampa particolarmente aggressive, dovrebbero essere evitate attraverso una attenta regolazione delle procedure amministrative e combattute con il necessario intervento della magistratura, non con interventi shock.
Riflettere sui meccanismi più efficaci per il sostengo all’industria delle rinnovabili è del tutto legittimo per un paese che ha assunto nei confronti dell’Unione europea e delle future generazioni l’impegno di produrre energia in modo indipendente dal petrolio e non inquinante. Andrebbe però fatto con razionalità, nei modi e nei tempi opportuni, con la consapevolezza delle scelte fatte e dei risultati ottenuti, magari sulla base di dati chiari e condivisi.
Le rinnovabili hanno bisogno di una politica di lungo periodo, che sfugga alla logica dell’emergenza e sia sviluppata all’interno di una visione strategica complessiva dell’evoluzione del sistema energetico e ambientale nazionale, in modo da coinvolgere tutti i portatori di interessi legittimi e ridurre il più possibile forme indebite di pressione.
In una prospettiva simile il “popolo verde”, oltre a lavorare, è pronto a far sentire la propria voce.



