Diritto della proprietà intellettuale e Rule of Law in Cina

Written by Federico Roberto Antonelli Friday, 11 February 2011 12:10 Print
Diritto della proprietà intellettuale e Rule of Law in Cina Foto: Sheri Groen-Roberts

La tutela della proprietà intellettuale rimane uno dei motivi di frizione fra Cina e paesi occidentali. Ma la questione della proprietà intellettuale ha anche altri risvolti sul piano interno: essa rappresenta infatti un elemento per valutare quanto la Cina stia effettivamente passando dalla fase del rule by law a quella della rule of law.

 

Il tema della tutela della proprietà intellettuale rappresenta da sempre una cartina di tornasole per analizzare la costruzione di uno Stato di diritto e il processo di modernizzazione in atto in Cina. Agli inizi degli anni Ottanta, in Cina, gli Intellectual Property Rights (IPR) semplicemente non esistevano; né veniva riconosciuta alcuna funzione al diritto positivo, avendo rifiutato, durante gli anni della Rivoluzione culturale, il principio di legalità (anche quello socialista), né veniva tutelata in alcun modo la proprietà privata (dell’ingegno). A partire dagli anni Ottanta, al fine di attrarre know-how dall’estero e modernizzare il paese sul fronte della scienza e tecnologia, la tutela della proprietà intellettuale ha trovato una sua prima disciplina normativa. Tale tutela, per la verità, risultava ancora piuttosto elementare e non certo in linea con quella dei paesi economicamente più sviluppati; notevoli erano, poi, le barriere o le vere e proprie discriminazioni nei confronti dei soggetti stranieri che avessero voluto accedere al sistema di tutele. Per tutti gli anni Novanta, il tema diviene, non a caso, il più importante dossier (assieme a quello sulla liberalizzazione degli investimenti esteri nel settore dei servizi) del negoziato per l’accesso all’Organizzazione mondiale del commercio. L’adeguamento del quadro normativo agli standard previsti dai TRIPS rimane, dunque, uno dei più importanti risultati raggiunti con l’adesione alla WTO (2001).

Nell’ultimo decennio, la questione si è spostata piuttosto sul fronte dell’enforcement, perché questi diritti non rimanessero confinati nella cosiddetta law in the book, ma fosse assicurata una effettiva tutela da parte degli organi giurisdizionali e amministrativi. L’obiettivo era, e rimane, quello di rendere più certe, prevedibili, e imparziali le procedure e le decisioni, sanzionare in modo proporzionato i comportamenti illeciti anche con il ricorso alla legge penale, assicurare l’esecuzione delle decisioni prese evitando discriminazioni di tipo localistico o a danno di soggetti stranieri.

In un primo momento, lo sforzo di rendere maggiormente efficiente il sistema di tutele è passato per la riforma del sistema giudiziario e amministrativo nel suo complesso, in particolare, con il miglioramento della preparazione tecnica dei magistrati e dei funzionari pubblici (dopo che negli anni della Rivoluzione culturale il diritto non era stato più insegnato nelle università e i tribunali popolari smantellati). I risultati raggiunti sono stati anche in questo caso significativi, sebbene limitati alle aree urbane più sviluppate. Ma è proprio da questo punto in poi che comincia la sfida più impegnativa per il governo e il Partito.

Considerando che il livello di protezione della proprietà intellettuale è ancora largamente deficitario (come testimonia, tra l’altro, un recentissimo report della United States International Trade Commission), c’è da chiedersi se gli ulteriori traguardi che si richiedono al governo cinese saranno obiettivi che la Cina potrà realisticamente conseguire, senza mettere a rischio l’attuale assetto politico istituzionale del paese («socialista di mercato dalle caratteristiche cinesi»).

Gli aspetti ancora critici in materia di IPR (ma il discorso può certamente essere esteso ad altri ambiti) sono almeno due, e entrambi chiamano in gioco questioni di ordine politico. Da una parte, si pensi alla permanenza di norme di diritto sostanziale (la cui ragion d’essere è certamente più politica che economica), quali quella di non accordare protezione alle opere editoriali o cinematografiche che non abbiano passato il controllo della censura (a questo riguardo, la Cina ha subito una “condanna” da parte del Dispute Settlement Board del WTO nel marzo 2009) o quella che limita le possibilità di investimenti stranieri nel settore media-entertainment. Dall’altra, soprattutto, si pensi alla congenita dipendenza del sistema giudiziario (per non parlare dei funzionari pubblici) dal potere esecutivo e/o del Partito; questione pure affrontata dai trattati di adesione della Cina alla WTO ma che non ha ancora potuto trovare una vera realizzazione.

Si tratta in sostanza di domandarsi se la Cina, mantenendo invariato il suo quadro politico- istituzionale attuale, possa mai conoscere un passaggio dalla cosiddetta fase della rule by law (costruita con successo negli ultimi trent’anni) ad una vera e propria rule of law (ancora tutta da realizzare) o, secondo un’altra prospettiva, se i “trapianti giuridici” (di provenienza occidentale, con i quali si è proceduto a costruire l’attuale sistema giuridico cinese) debbano considerarsi solo un abbellimento di un’ossatura confuciano-socialista dello Stato o, davvero, possano riuscire a scalfirne i paradigmi più profondi, facilitando così (almeno così si presuppone) un maggiore dialogo nel mondo globalizzato.

A giudicare soprattutto dai segnali che provengono dal mondo degli affari e quelli della tutela degli IPR in particolare, i fatti, al momento, ci fanno essere non troppo ottimisti in proposito.

Non è peraltro certamente il diritto l’unico terreno dove i problemi, connessi alla crescita dell’economia nel permanere di un quadro politico autoritario, cominciano a manifestarsi con una certa evidenza, ma è forse il funzionamento del sistema giuridico il luogo dove alcune criticità potranno mostrarsi prima e con più chiarezza, con il rischio (anche per le dirette ripercussioni di tipo economico che generano) di rendere più fragile il quadro politico interno e il rapporto tra Cina e resto del mondo.

 


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Foto di Foto di Sheri Groen-Roberts

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