L’Europa, le regole e la politica

Written by Stefano Palmieri e Federico Tomassi Wednesday, 05 January 2011 15:15 Print

La riforma della governance economica dell’UE proposta dal Presidente del Consiglio europeo e dalla Commissione prevede irrigidimento delle regole e automatismi nell’applicazione delle sanzioni. Queste misure rischiano però di essere poco efficaci se non saranno accompagnate da progetti di sviluppo economico e sociale, come sostengono Stefano Palmieri e Federico Tomassi.

 

Dal 1° gennaio 2011 l’UE è entrata nel primo Semestre europeo di coordinamento delle politiche economiche. Un nuovo “contenitore” che nasce senza che ne siano state prima stabiliti in via definitiva regole e contenuti, con un processo decisionale che dovrebbe concludersi con l’approvazione del Parlamento, se tutto va bene, solamente entro giugno.

L’istituzione del Semestre europeo – che riguarda anche le riforme strutturali e di sostegno alla crescita previste dalla strategia Europa 2020 – va di pari passo, nelle intenzioni del “pacchetto legislativo” presentato a settembre 2010 dalla Commissione, con la riforma complessiva della governance economica dell’Unione. La riforma ha l’obiettivo sia di rafforzare il coordinamento e la sorveglianza delle politiche economiche, sia di predisporre un sistema di correttivi preventivi e di sanzioni applicabili in caso di violazioni da parte degli Stati membri.

Perché proprio ora? La crisi economica e finanziaria ha mostrato i profondi effetti negativi derivanti dall’assenza di cooperazione tra le politiche economiche nazionali e l’uscita dalla crisi richiede, secondo la Commissione, regole più stringenti e sanzioni più certe, con una minore discrezionalità politica e maggiori automatismi.

Ma nessun insieme di regole – afferma Nicola Verola – può affrontare efficacemente le situazioni di grave crisi, poiché queste sono causate quasi sempre da eventi straordinari e imprevedibili che sfuggono sia alle capacità predittive dei tecnici sia alle capacità di reazione di norme precostituite. L’utopia di un “governo delle regole”, capace di sollevare la politica dall’onere di compiere delle scelte, è difficilmente realizzabile e rischia di donare un illusorio senso di sicurezza, di sembrare al riparo da qualsiasi fonte di incertezza.

Anzi, regole e automatismi rischiano non solo di essere poco efficaci ai fini della prevenzione delle crisi, ma anche di peggiorare la situazione. Da un lato possono ridurre la fiducia verso le istituzioni dell’UE, che agli occhi dei cittadini europei si ritraggono dalla politica per affidarsi ai tecnocrati di Bruxelles. E dall’altro lato cristallizzano un approccio tradizionale alla soluzione dei problemi, fondato sul primato del rigore finanziario rispetto ai temi della crescita, dell’equità sociale e del degrado ambientale, nonostante queste siano ormai diffuse e convincenti argomentazioni innovative.

Il venire meno della fiducia, non tanto nei confronti delle istituzioni comunitarie in sé, quanto in merito all’utilità di far parte dell’Unione europea, è mostrato dai sondaggi dell’Eurobarometro. Tra la primavera 2007 e 2010, il numero di cittadini che ritengono positiva l’appartenenza del loro paese all’UE è scesa dal 57 al 49%, a vantaggio di chi la valuta negativamente (oggi 18%) e di chi ha un giudizio più incerto (29%). In parallelo, la percentuale di cittadini che pensano che il loro paese abbia nel complesso beneficiato dall'essere membro dell’UE si è ridotta dal 59 al 53%, mentre coloro che rispondono che non ci sono stati benefici sono saliti al 35%.

Inoltre, seguendo un approccio tradizionale alla soluzione dei problemi, si tralascia la complessità delle relazioni tra spesa pubblica, performance economiche e obiettivi sociali e ambientali, tanto più nella fase di crisi che le economie europee stanno attraversando. Ciò nonostante gli ambiziosi obiettivi di Europa 2020: una crescita intelligente perché basata su conoscenza e innovazione; sostenibile perché più efficace, verde e competitiva; inclusiva perché di stimolo alla coesione sociale e territoriale tramite l’occupazione.

Ha scritto efficacemente Mario Monti che la stessa ottica di breve periodo che condiziona le attività finanziarie e che sembrava essere stata individuata come fattore latente della crisi, si sta ora affacciando come linea guida della politica europea, con interventi “spot” in risposta a situazioni critiche che richiedono di mostrare una rapida capacità decisionale, o in parallelo alle evoluzioni dell’opinione pubblica degli Stati membri più forti (soprattutto la Germania), seguite con apprensione dai politici soprattutto in occasione delle continue scadenze elettorali.

Manca invece una strategia che non si limiti ad enunciare regole e procedure formali, ma che entri nel dettaglio delle politiche concrete per rafforzare la fiducia e le aspettative dei cittadini europei. Servono azioni di medio-lungo periodo che permettano di conciliare il necessario rigore sui conti pubblici con l’altrettanto importante capacità di pensare e attuare progetti di sviluppo economico e sociale: migliorare la qualità della vita dei cittadini europei, innalzare il tasso di occupazione, rafforzare le opportunità competitive del sistema produttivo europeo. In particolare, la focalizzazione sugli squilibri competitivi comporta una crescente attenzione alla contrattazione tra le parti sociali, soprattutto nell’Eurozona, dove gli stati membri non dispongono più dello strumento della svalutazione.

Le relazioni tra governi, sindacati e associazioni imprenditoriali dovrebbero quindi essere parte integrante della strategia delineata dalla Commissione, ad esempio tramite un uso più intenso e funzionale del Dialogo macroeconomico, come suggerito da Andrew Watt. Con un salto di qualità, esso diverrebbe uno strumento per valutare in maniera condivisa tra governi e parti sociali la situazione economica a livello di UE e gli interventi da attivare, in stretto collegamento con i processi di dialogo sociale e di concertazione a livello nazionale, in modo da rendere coerenti le dinamiche comunitarie con quelle nazionali.

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