Il binario morto del federalismo

Written by Stefano Fassina Monday, 06 December 2010 14:27 Print
Il binario morto del federalismo Foto: Mirko Santoro

Nella storia recente del nostro paese federalismo e berlusconismo si sono sovrapposti, a tratti avvicendati, nel tentativo di dare una risposta corporativa ai problemi dell’Italia. Che ne sarà del federalismo dopo Berlusconi? Continuiamo con Stefano Fassina la riflessione sul federalismo avviata dall’articolo di Vasco Errani.

La parabola del federalismo è la parabola del berlusconismo. La spinta propulsiva del berlusconismo si esaurisce per le ragioni che portano il federalismo sul binario morto dove ora è fermo: l’interpretazione e la risposta corporativa ai problemi dell’Italia. Corporativismo sociale nella revisione delle regole del lavoro e nella gestione della finanza pubblica e corporativismo territoriale nella riorganizzazione della Repubblica. La parabola federalista descrive l’incapacità delle destre italiane, in particolare della destra di gran lunga più forte sul piano ideologico e politico, la Lega, di ridefinire un discorso nazionale: declinare l’inevitabile riorganizzazione “nordista” della Repubblica, delle sue istituzioni e del modo effettivo di stare insieme degli italiani, intorno ad una proposta attenta all’interesse generale del paese.
Il federalismo istituzionale e finanziario, sin dai primi anni Novanta, è stato indicato, dal centrodestra e da larghe fasce del centrosinistra, come il passaggio distintivo della cosiddetta seconda Repubblica: è del centrosinistra, a colpi di maggioranza, la modifica del Titolo V della Costituzione, in un maldestro tentativo pre-elettorale nel 2001; è del centrodestra, ancora a colpi di maggioranza, la revisione della seconda parte della Costituzione, poi clamorosamente bocciata nel referendum di giugno 2006. Il federalismo è presentato come la madre di tutte le riforme, l’abbrivio per la riforma fiscale, per la riorganizzazione delle pubbliche amministrazioni, per la riqualificazione della politica, disciplinata al bene comune dalla coincidenza tra responsabilità della spesa e responsabilità del relativo finanziamento. Anche nella legislatura in corso, con enfasi ancora maggiore data la forza del Nord nel centrodestra e la volontà di rivincita della Lega, il federalismo è il principale obiettivo. Anzi, è il senso politico della legislatura.
Oggi, il federalismo è su un binario morto. Soltanto 2 dei 23 decreti attuativi sono stati approvati. Ma il punto non è aritmetico, è politico: i decreti contenenti i pilastri del federalismo, ossia l’autonomia finanziaria delle Regioni, delle Province e dei Comuni e la definizione dei costi e dei fabbisogni standard, sono stati bocciati, prima ancora che dalle opposizioni, dalle associazioni delle istituzioni territoriali direttamente interessate.
Eppure si era partiti con il piede giusto. La legge 42/09, la legge delega per l’attuazione del federalismo, è stata approvata a maggio 2009 da una larghissima maggioranza politica (il PD si è astenuto nel voto, sia alla Camera che al Senato, ma può riconoscersi in larga misura nell’impianto di una legge che, a partire da una propagandistica e incostituzionale versione leghista, ha ampiamente riscritto grazie ad una convinta e intelligente battaglia parlamentare). Un indiscutibile successo della Lega. Tuttavia, dopo la primavera scorsa, quando si è incominciato ad entrare nel merito, sono esplose le contraddizioni.
Innanzitutto, la politica di bilancio del governo. Da un lato, si cerca consenso bipartisan in Parlamento e tra i rappresentanti dei governi territoriali per un federalismo astrattamente ecumenico. Dall’altro, si pratica un centralismo feroce e vigliacco, blindato sia nei confronti del Parlamento, sia verso i rappresentanti di Regioni, Province e Comuni sui quali si scaricano i costi delle promesse elettorali (dalla completa eliminazione dell’ICI ai contribuenti a reddito e patrimonio più elevato, alla “cedolare secca”), i pochi interventi anticrisi messi in campo (l’estensione degli ammortizzatori in deroga finanziata con i fondi regionali) e, soprattutto, i pesantissimi oneri sociali del risanamento (si veda su questo tema l’intervento di Vasco Errani).
Per una prima fase le politiche centraliste vengono presentate come emergenziali, destinate ad essere completamente riorientate dalla svolta contenuta nei decreti attuativi della legge 42: conquista di autonomia finanziaria e compensazione dei tagli ciechi e indifferenziati dei trasferimenti, oltre che della strozzatura degli investimenti imposta dal Patto di stabilità interno. Tuttavia, la promessa federalista rimane, ancora una volta, sulla carta. È utile al governo per prender tempo.
L’insuperabile scoglio politico sul quale sbattono la demagogica zattera federalista e il precario equilibrio politico della maggioranza è la realtà italiana: non stanno insieme, nella misura promessa dalla Lega, i desideri di riappropriazione territoriale delle risorse della Padania e la garanzia di diritti fondamentali all’intero territorio nazionale. L’Italia, come ricorda Ruffolo, è “un Paese troppo lungo” e troppo diseguale in termini sociali ed economici per poter resistere alla torsione cercata dall’interpretazione leghista delle ragioni del Nord.
Il federalismo responsabile è necessario alla ricostruzione morale, civile ed economica dell’Italia. Ma, è possibile soltanto come pilastro di un patto di natura costituzionale, sia per coinvolgimento effettivo di forze politiche, economiche e sociali, sia per attenzione all’interesse nazionale. Dovrebbe essere al centro dell’agenda del governo di transizione del dopo Berlusconi.

Vedi anche:
Federalismo: una partita persa?
di Vasco Errani


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Foto di Mirko Santoro

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