Federalismo e sanità: speranze e paure

Written by Lorenzo Sommella Wednesday, 03 November 2010 18:14 Print
Federalismo e sanità: speranze e paure Foto: Paolo Margari

Prendendo spunto dalle riflessioni sulla Sanità pubblicate da Italianieuropei la scorsa settimana, Lorenzo Sommella propone alcune considerazioni sul tema “Federalismo e sanità”.

 

La sanità italiana muove ulteriori passi sul terreno minato del federalismo fiscale. Elemento fondamentale e controverso della riforma sono i fatidici e temuti costi standard, per i quali è stato disegnato l’identikit con il decreto ministeriale d’inizio ottobre, decreto che prevede, tra l’altro, che il benchmark sarà rappresentato da un campione di tre Regioni che hanno i conti in ordine. Ma le criticità e i dubbi sono molti.
I costi standard sono fondati su un principio sano, quello che i medesimi fattori di produzione di una medesima prestazione sanitaria devono avere il medesimo costo in tutta Italia. Essi probabilmente sono un punto di arrivo e non un punto di partenza, e non possono prescindere dalla perequazione regionale delle risorse.
Oggi i trasferimenti statali alle Regioni per finanziare le funzioni essenziali avvengono sulla base della spesa storica e con criteri incrementali. Con il federalismo fiscale i trasferimenti statali saranno invece cancellati. In sostituzione le Regioni godranno di un mix di tributi propri e di compartecipazioni con cui dovranno finanziare al 100% i livelli essenziali delle prestazioni a costi standard, intesi cioè come i costi efficienti a cui presta i servizi la Regione più virtuosa. Per tutte le altre, a compensare le differenze, interverrà il fondo perequativo. Il patto di convergenza si occuperà di accompagnare i territori verso il passaggio ai costi standard.
La sfida maggiore consiste nell’evitare che questo sistema, nato per aumentare efficacia ed efficienza, rappresenti un ulteriore pericolo di divaricazione. In un paese dove le Regioni si caratterizzano per le diversità che le distinguono l’una dall’altra, attribuire loro piena autonomia fiscale e sanitaria, quindi sia nelle modalità di acquisizione del gettito economico (che come è noto va per il 70-80% alla sanità) che nella definizione dei bisogni sanitari, appare difficoltoso.
Abbiamo varcato la soglia dei 60 milioni di abitanti, ma tra la Lombardia e il Molise c’è una differenza di 9 milioni di abitanti. La spesa sanitaria pubblica incide mediamente per il 6,7% del PIL, ma per raggiungere una “massa critica” di finanza sanitaria la Lombardia deve impegnare poco più del 5% del proprio PIL, mentre il Molise, la Campania e la Calabria dovrebbero utilizzare quasi il 10%. Senza contare le differenze di PIL pro capite: quello della Lombardia, ad esempio, è pari al 190% di quello della Campania.
Le differenze regionali non si limitano però solo a dimensioni e caratteristiche socio-economiche: altrettanto rilevanti sembrano essere quelle legate ai bisogni della popolazione, per diversità di età media e di aspettativa di vita alla nascita. Per le Regioni del Sud non basta pesare la popolazione per classi d’età, ma bisogna considerare anche tutta una serie di “indicatori territoriali” legati a elementi socio-economici ed epidemiologici (dagli indici di povertà ai livelli di scolarizzazione). Prendendo ancora ad esempio la Campania, bisogna considerare che questa Regione ha il record europeo di obesità infantile, un fattore di rischio che ha radici socio-culturali profonde ed è alla base di malattie cardiovascolari e metaboliche in età adulta.
Va dunque trovato un giusto equilibrio tra perequazione delle risorse fiscali (conseguibile per legge) e dei bisogni sanitari (conseguibile come?).
Una volta messo a punto il meccanismo per la loro definizione, i costi standard garantiranno la correlazione tra costi e responsabilità e consentiranno di verificare chi governa bene e chi non ne è capace. Essi rappresentano inoltre un richiamo ad una dimensione etica della pubblica amministrazione, che va recuperata e difesa strenuamente, applicando sanzioni dove essa è minata da clientele e corruzione. I costi standard devono in sostanza rappresentare uno strumento di crescita economica e culturale, premiando l’efficienza gestionale in base al principio “ti pago per quello che fai e non per quello che spendi”.
Un’ultima notazione riguarda proprio la qualità delle prestazioni, perché avere i conti in equilibrio non vuol dire automaticamente erogare assistenza tempestiva e di qualità. È tempo ormai di attivare un sistema nazionale di valutazione degli esiti delle cure che sia indipendente e continuativo, in grado di supportare una logica di finanziamento delle aziende sanitarie basata sul principio del pay for performance. Solo così potremo dire di aver compiuto un passo decisivo verso una sanità ancora migliore di quella che, nonostante tutto, viene ritenuta ai primi posti nel mondo.

 

Foto di Paolo Margari

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