Ma Obama è ancora alla fase 1...

Written by Mario Del Pero Tuesday, 19 October 2010 15:59 Print

Lo scorso 1° ottobre Robert Kagan, editorialista del “Washington Post” e senior fellow presso la Brookings Institution, ha scritto nella sua rubrica mensile che la politica estera dell’Amministrazione Obama sta passando dalla fase 1 di ricostruzione dell’immagine degli USA a una fase 2 più assertiva. Italianieuropei ha chiesto a Mario Del Pero una sua opinione in proposito.

 

Siamo davvero passati alla fase 2 della politica estera obamiana, come asserisce con la consueta perentorietà Robert Kagan? La fase, questa, della rinnovata assertività globale degli Stati Uniti, permessa dal pieno compimento della fase 1, durante la quale Obama avrebbe abilmente ripristinato l’immagine degli Stati Uniti e posto così le condizioni per il rilancio della loro leadership?

Almeno quattro motivi inducono a dare una risposta negativa a un’analisi, quella di Kagan, al solito tanto categorica quanto semplicistica.

Il prestigio e l’immagine degli Stati Uniti, innanzitutto. Obama ha fatto molto per ricostruirli, dopo che questi erano stati pesantemente danneggiati dal ciclone Bush. Lo ha fatto con abilità e successo indubbi, tornando a parlare il linguaggio di un internazionalismo liberale dotato di una capacità egemonica decisamente superiore al rozzo unilateralismo di Bush e dei neocons. E lo ha fatto riattivando alcuni elementi basilari di un mito americano che pochi, come Obama, possono incarnare e proiettare. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Eppure sono ancora parziali e incomplete. Abbisognano cioè di risultati tangibili sui tanti fronti di politica estera nei quali gli USA sono oggi impegnati, a partire da quello – impervio – rappresentato dal conflitto israelo-palestinese. Un Obama che oggi divenisse una sorta di versione light di Bush, come suggerisce (e auspica) Kagan è un Obama destinato a sperperare in men che non si dica il capitale faticosamente maturato in questo biennio.

Anche perché, e questo è il secondo punto, la capacità statunitense di condizionare le vicende internazionali si è notevolmente ridotta nell’ultimo decennio: per ragioni strutturali, legate al modello assai contraddittorio e parziale di egemonia costruita (e ripensata) dagli USA dopo le difficoltà degli anni Settanta; e, di nuovo, a causa dei colossali errori di Bush, che quelle contraddizioni e vulnerabilità hanno finito per esasperare. I risultati, parziali e da sostanziare, ottenuti finora da Obama sono figli di una diplomazia assai prudente e realista; alzare i toni oggi, contro la Cina e la Russia, interromperebbe questo processo e farebbe perdere rapidamente ciò che si è finora ottenuto.

Terzo: le parole sono importanti – su questo Kagan ha certamente ragione – ma è difficile scorgere una radicale discontinuità retorica tra i presunti Obama 1 e Obama 2. Kagan cita il discorso di Obama all’ONU e quello, recente, di Hillary Clinton al Council on Foreign Relations. Nei quali Obama e il suo segretario di Stato hanno però detto cose non così dissimili da quelle espresse in svariate altre occasioni già nel corso del 2009, dai famosi discorsi del Cairo e di Accra ad altri meno noti. Discorsi nei quali l’enfasi sulla democrazia, i diritti umani e anche la grandezza e unicità degli Stati Uniti, non sono mancati come è inevitabile che sia quando a parlare è un presidente degli Stati Uniti.

Perché un presidente americano, quando parla, lo fa sempre sia al mondo sia alla propria opinione pubblica interna e al proprio elettorato. Determinati codici, e determinate formule, sono ormai state assorbite nel discorso pubblico statunitense; nemmeno un redivivo Richard Nixon potrebbe evitare di pronunciarle. Menzionare l’opinione pubblica interna, in un complicato momento elettorale come quello attuale, ci offre una quarta e ultima spiegazione dei limiti dell’analisi di Kagan. L’America di oggi non è disposta in alcun modo a sostenere una nuova, assertiva azione globale degli USA. Il mondo resta sullo sfondo nel dibattito che lacera un’America impaurita e preoccupata oltre che, in talune sue aree, devastata dalla pesante recessione post 2007 più di quanto non si possa immaginare. La crisi non solo ha spazzato via posti di lavoro, risparmi e case, ma ha anche colpito duramente la credibilità della politica, alimentando una sorta d’insorgenza populista con la quale sia i repubblicani sia i democratici si trovano oggi a fare i conti. Un’insorgenza, questa, che parla un linguaggio nativista e finanche razzista e che certo non crede né a grandi leghe delle democrazie, in particolare con la corrotta e imbelle Europa, né a nuove missioni globali quali quelle invocate da Kagan.

No: non vi sono, né vi potrebbero essere, una fase 1 e una fase 2 nella politica estera di Obama. Vi è, quello sì, il tentativo, graduale e terribilmente complesso, di ripensare la leadership internazionale degli Stati Uniti in un contesto nel quale le risorse per farlo sono diminuite, il consenso interno si è grandemente ridotto e le resistenze esterne sono cresciute. Quella di Obama è ancora una fase 1 e tale rimarrà a lungo.

 

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Foto da The White House

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