Netanyahu, i sauditi e il ritorno dell’Iran

Written by Maria Grazia Enardu Monday, 27 July 2015 09:40 Print

L’accordo di Vienna sul dossier nucleare iraniano avrà ripercussioni inevitabili sugli equilibri mediorientali. L’Iran si candida infatti a diventare un protagonista della scena regionale e internazionale, costringendo gli Stati vicini – soprattutto Israele e Arabia Saudita, ma non solo – ad adattarsi ai nuovi equilibri.

L’accordo sul nucleare iraniano, al di là dei suoi contenuti tecnici e dei criteri di controllo o di interpretazione, apre una fase nuova in Medio Oriente perché rimette in gioco un soggetto forte in una regione che, da oltre trent’anni, sta mutando l’assetto e le mappe disegnate dalle due guerre mondiali. Conflitti, primavere, restaurazioni, spaccature, tutto sta cambiando in gran parte del mondo arabo e sunnita.

La Repubblica Islamica, dopo l’esilio dello Scià nel 1979 e una lunga guerra, era relegata in un ruolo non conforme a quello di un grande paese. Anche la Turchia e l’Egitto, per popolazione, e l’Arabia Saudita, per ricchezze, sono degli attori importanti, ma l’Iran ha caratteristiche particolari. Ha quasi 80 milioni di abitanti, un grado di istruzione relativamente elevato ed esteso anche alle donne, una capacità scientifica e tecnica notevole – come dimostrato dal tentativo di dotarsi di un nucleare proprio, a scopi pacifici o meno. Ha una storia lunghissima, e l’avvento dell’Islam ha modificato e rafforzato l’identità precedente, quella dei grandi imperi, senza cancellarla in quanto pagana. Ed è il più grande paese dell’Islam sciita, che comprende circa il 20% dell’intero mondo islamico.

Le ragioni della scelta iraniana sono semplici: una grande popolazione, molto giovane come in tutto il Medio Oriente, che ha bisogno di sviluppo e speranze; un regime troppo rigido che rischiava di implodere, inducendo e i riformatori a spingere per un cambiamento, mentre i conservatori promettono massima vigilanza, il che va bene a tutti. C’è solo da sperare che questo equilibrio evolva positivamente.

Ma l’Iran è anche in grande nemico ufficiale di Stati chiave della regione: Arabia Saudita e Israele. Anzi è nemico di Netanyahu, che da molti anni agita lo spauracchio del nucleare iraniano diretto a distruggere Israele, nonostante sia stato smentito dagli alti vertici militari, che non considerano l’Iran pericolo grave ed esistenziale.

Diversa e più complessa l’ostilità dei sauditi, diretta non solo allo Stato dall’altro lato del Golfo Persico, ma sostenuta dalla tradizionale spaccatura tra sciiti e sunniti, in questo caso della componente più retrograda e fondamentalista, quella wahabita. Questa teme un soggetto forte ma anche l’esempio di una società abbastanza aperta come è quella iraniana, aspetto paradossale e da non sottovalutare. I sauditi inoltre hanno una segreta paura. Sono i custodi dei luoghi santi di La Mecca e Medina e, per un punto di orgoglio anche dinastico, si vantano di consentire il libero accesso a tutti i musulmani, anche ai detestati sciiti. Ibn Saud, quando fondò il suo regno nel 1924 pensò bene di non proclamarsi califfo, sapendo che avrebbe rischiato di alienarsi il vastissimo mondo sunnita.

Una delle ragioni per cui i sauditi si oppongono allo Stato Islamico, dopo averla anche indirettamente manovrata, è l’ardire che ha avuto il suo capo al-Baghdadi nel proclamare il califfato, un vero affronto. In passato altre personalità, soprattutto Nasser sia pure in chiave laica, avevano sognato la leadership del mondo arabo e il presidente Erdoğan ha puntato, con scarso successo, a proporre la Turchia come guida del mondo sunnita mediorientale. Nessuno ha mai ipotizzato che un paese sciita, anzi proprio quel paese, l’unico peraltro ad avere i requisiti di grandezza e potenziale, pensasse a divenire un punto di riferimento per tutti i musulmani. Ma pochi giorni prima della firma dell’accordo di Vienna, un diplomatico iraniano ha rivelato quello che è l’obiettivo di fondo dell’Iran tornato in scena: diventare il paese leader musulmano, a testa alta.

Pare, e oggi ancora lo è, un’utopia ma, se si pensa alla grandezza e articolazione dei musulmani – presenti in tutti i continenti e maggioranza in molti grandi e piccoli paesi dal Marocco all’Africa, all’Indonesia – si può capire che una politica di lungo termine, non araba, non sunnita (aggiungerei: non saudita), che punti sui caratteri comuni di questa enorme fetta di umanità, che offra cooperazione e iniziative accorte, può essere iniziata. Fra qualche decennio potremo forse vedere a cosa avrà portato. Si tratta inoltre di un concetto di leadership centrato sull’essere minoranza, meno incombente quindi ma anche ovvia azione di disturbo verso altri soggetti con uguale aspirazioni. In ogni caso l’Iran vuole un ruolo politico, non di seconda fila. Nelle questioni del Medio Oriente in cui è coinvolto – Iraq, Siria (e Libano), Yemen –, ma nulla rimane escluso dal raggio d’azione di Teheran in ambito regionale e non solo.

Il ritorno sulla scena dell’Iran, nell’immediato e nel lungo termine, cambierà o rovescerà la politica di tutti gli Stati della regione, degli occidentali e dei paesi che coltivano interessi globali, come Cina e Russia. Mutamenti che saranno determinati prima dalle reazioni dei singoli Stati e che subiranno poi gradualmente aggiustamenti in base alle posizioni dei diversi attori, in una continua ricerca di allineamenti e rotture, come in un poliedrico cubo di Rubik. Il rientro dell’Iran, come il sasso gettato in uno stagno, creerà mulinelli e onde non prevedibili.

La prima immediata conseguenza sarà l’inconfondibile odore di grandi affari. I repubblicani americani, dichiaratamente ostili all’accordo voluto da Obama, prima o poi capiranno che rischierebbero di rimanere esclusi dal big business. Crescerà anche, a dismisura, il mercato delle armi di tutta la regione: si tratta di una pessima notizia dal punto di vista politico, ma sarà meno cattiva per gli Stati produttori, americani in primis.

I sauditi, sprofondati in una guerra di Yemen da cui non sanno come tirarsi fuori, dovranno decidere che fare nel Golfo e nell’intera regione. Potrebbero, per riguadagnare quota su altri fronti, lanciarsi in iniziative degne di nota sulla questione palestinese. O rivedere la politica di tacco e punta che hanno verso tutti i movimenti estremistici sunniti, Stato Islamico in testa. L’Iraq e la Siria potrebbero entrare in una fase nuova, di spartizione più o meno ufficiale, anche perché la Russia dovrà rivedere le sue linee nei confronti del regime di Assad e non solo.

Israele, inteso come governo Netanyahu – in totale opposizione all’accordo e a Obama –, rischia una seria sconfitta che influenzerà tutta la sua politica, verso i palestinesi e gli europei in particolare. Molti in Israele, soprattutto i militari, valutano positivamente l’accordo, ma Netanyahu ne ha fatto una bandiera e non può pubblicamente perdere la faccia, soprattutto nei rapporti con la destra.

 

Tutti gli altri paesi della regione prenderanno tempo per vedere come agiscono gli attori principali e poi si muoveranno – o rimarranno fermi. L’Iran agisce come un campo gravitazionale, che influenza tutto, anche l’immobilità di chi aspetta. Come capita sempre quando un grande Stato rientra in gioco.

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