Nucleare iraniano: negoziato logorante per un accordo storico

Written by Claudia Castiglioni Thursday, 16 July 2015 17:07 Print
Nucleare iraniano: negoziato logorante per un accordo storico Foto di: European External Action Service

Dopo un lunghissimo e logorante negoziato, i P5+1 e l’Iran hanno concluso un accordo che, se accettato dal Congresso statunitense e dal Parlamento di Teheran, porrà fine all’annosa controversia sul nucleare iraniano. Ma soprattutto l’accordo di Vienna, accolto con entusiasmo dal popolo iraniano, potrebbe permettere a Teheran di uscire da un isolamento politico ed economico durato quasi quaranta anni.

 

La maratona diplomatica di queste ultime settimane (e venti mesi) si è finalmente chiusa. Dopo diciotto giorni di intensi negoziati lo scorso 14 luglio il governo della Repubblica Islamica d’Iran e i rappresentanti delle potenze designate, i cosiddetti P5+1 (Stati Uniti, Russia, Francia, Regno Unito, Cina e Germania), hanno raggiunto un accordo che sancisce la graduale revoca delle sanzioni all’Iran imponendo al tempo stesso dei limiti al programma nucleare di Teheran che ne garantiscano lo scopo pacifico nel quadro di un costante monitoraggio da parte dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA).

 

L’accordo segna una svolta nelle relazioni tra Teheran e la comunità internazionale e pone fine a oltre dodici anni di controversia sul programma nucleare iraniano. Secondo quanto concordato a Vienna l’Iran dovrà limitare la sua capacità di arricchimento di due terzi, sospendere l’impiego della sua centrale di Fordow e ridurre le proprie riserve di uranio arricchito del 98%, un obiettivo che sarà raggiunto diluendo buona parte delle scorte in suo possesso o trasferendole in un altro paese. Il reattore ad acqua pesante di Arak sarà in parte smantellato e il suo funzionamento rivisto in modo da impedire alla centrale di produrre quantità rilevanti di plutonio.

 

Quanto ai controlli da parte dell’AIEA, lo strumento cardine per la garanzia del rispetto dell’accordo da parte di Teheran, l’intesa prevede che ispettori delle Nazioni Unite provenienti da paesi con cui l’Iran ha relazioni diplomatiche possano avere accesso ai siti nucleari iraniani, compresi quelli militari, ogni qualvolta vi sia il fondato sospetto che il paese stia portando avanti delle attività non dichiarate. In caso di opposizione da parte del governo iraniano, l’accordo prevede la creazione di una commissione internazionale che potrà decidere, con un voto a maggioranza, di aggirare il rifiuto iraniano e procedere comunque con le ispezioni.

 

Una volta che l’AIEA accerterà il rispetto da parte di Teheran delle misure sancite con l’accordo di Vienna, le sanzioni, sia quelle imposte dal Consiglio di sicurezza dell’ONU sia buona parte di quelle unilaterali americane ed europee, saranno revocate. Riguardo all’embargo sulle vendite militari all’Iran, uno dei punti più delicati del negoziato, l’accordo stabilisce che le restrizioni riguardanti le armi convenzionali rimangano in vigore per altri cinque anni, otto nel caso della tecnologia missilistica. Qualora vi sia il sospetto che l’Iran stia violando le condizioni stabilite dall’intesa, la disputa sarà presa in esame in prima battuta da una commissione ad hoc; in caso di fallimento nella risoluzione della controversia, la questione sarà demandata al Consiglio di sicurezza, che avrà il potere di reintrodurre le sanzioni in caso fosse accertato il mancato rispetto dell’accordo da parte di Teheran.

 

Una risoluzione dell’ONU incorporerà il testo finale dell’accordo, anche se per la sua entrata in vigore si dovranno attendere novanta giorni, un intervallo che consentirà al Congresso americano e al Parlamento iraniano di analizzarne nel dettaglio i termini. «Si tratta di un’intesa costruita non sulla fiducia – ha dichiarato il presidente americano Barack Obama – ma su un meccanismo di controllo continuo». «La conclusione di un accordo con Teheran non significa la soluzione di tutte le nostre controversie con l’Iran – ha continuato Obama – ma questo tipo di intese non si firmano mai con i propri amici e quanto deciso a Vienna offre la migliore occasione di promuovere l’interesse nazionale americano contribuendo, al tempo stesso, a ridurre i rischi di proliferazione nucleare in Medio Oriente».

 

Sulla stessa linea si è pronunciato il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif, il quale ha parlato del compromesso raggiunto con i P5+1 come di un accordo non perfetto, in grado però di segnare un momento storico nelle relazioni tra l’Iran e la comunità internazionale, ponendo le basi per un progressivo abbattimento di quel “muro di sfiducia” che per quasi quaranta anni ha separato Teheran e le potenze occidentali.

 

Se a Washington e a Vienna l’accordo ha generato un clima di diffuso, seppur cauto, ottimismo, lo stesso non si può dire di Teheran, dove l’intesa è stata accolta da un’esplosione di gioia da trionfo calcistico. A suscitare l’entusiasmo di molti iraniani è soprattutto l’attesa revoca delle sanzioni che da anni penalizzano l’economia nazionale. Molte sono in particolare le speranze per la ripresa delle relazioni commerciali tra l’Iran e i paesi occidentali, soprattutto nell’ambito del settore petrolifero. Da mesi alcune tra le più grandi compagnie europee e americane come PSA Peugeot Citroën, Apple o Boeing preparano il loro ritorno sul mercato iraniano con una battaglia a colpi di contratti che lascia presagire un periodo di grande dinamismo per i rapporti tra l’Iran e i mercati internazionali.

 

Non tutti però condividono l’entusiasmo dei giovani iraniani o delle compagnie automobilistiche francesi: come facilmente prevedibile, l’accordo ha attirato feroci critiche da parte di esponenti di spicco del Partito repubblicano statunitense, che dall’autunno scorso detiene la maggioranza al Congresso. «Se l’accordo è così cattivo come credo, faremo di tutto per bloccarlo», ha dichiarato lo speaker della Camera dei Rappresentanti John Boehner, alludendo al dibattito che si aprirà a breve al Congresso riguardo ai termini dell’intesa, dibattito rispetto al quale molti deputati democratici non si sono ancora espressi con chiarezza. Alle parole di Boehner hanno fatto eco quelle ancora più dure del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu il quale ha definito l’accordo un “errore di portata storica”, compiuto nell’intento di raggiungere un’intesa “ad ogni costo”, anche in assenza delle necessarie garanzie da parte di Teheran.

 

Mentre per Obama si profila dunque una dura battaglia, a Washington così come in Medio Oriente, per difendere l’accordo raggiunto, in molti si interrogano sulle implicazioni politiche e strategiche dell’intesa. L’accordo potrà davvero modificare in maniera sostanziale e irreversibile il futuro corso delle relazioni tra Iran e Stati Uniti? Teheran e Washington saranno in grado di avviare una collaborazione strategica, ancorché limitata, per fronteggiare il comune nemico, il fondamentalismo sunnita? In che modo il dibattito interno, negli Stati Uniti e Iran, condizionerà l’implementazione dell’accordo?

 

Il logorante negoziato ha inconfutabilmente confermato le profonde difficoltà che permangono nel dialogo con Teheran, soprattutto in tema di monitoraggio e di sanzioni. D’altro canto, però, la determinazione dimostrata sia dall’Iran sia dai suoi interlocutori internazionali durante le trattative (il più lungo negoziato senza interruzioni condotto da un segretario di Stato americano negli ultimi quarant’anni) e l’instancabile ricerca di un compromesso accettabile dalla controparte ma anche dai propri avversari politici e dalla propria opinione pubblica rivelano la ferma intenzione delle parti a raggiungere un accordo in grado di vincere il diffuso scetticismo e di segnare un passo avanti nella lotta contro la proliferazione nucleare in Medio Oriente.

 

Sebbene sia difficile prevedere lo scenario che si andrà a delineare nei prossimi mesi, rimane possibile provare a proporre qualche considerazione sulle ricadute dell’intesa sugli equilibri regionali e internazionali. L’accordo con i P5+1 non impedirà all’Iran di sfruttare l’allentamento delle pressioni internazionali e il successo diplomatico per rafforzare il legame con i propri alleati e incrementare il proprio potere nella regione, né assicurerà un atteggiamento più cooperativo da parte di Teheran su una serie di questioni, dai diritti umani alla Siria.

 

Ciononostante l’avvio di una cauta normalizzazione potrebbe consentire a Washington di trarre vantaggio dall’aumento dell’influenza iraniana in Medio Oriente per gettare le basi di una limitata collaborazione con Teheran, come accaduto nel 2001-02 in occasione dell’intervento militare in Afghanistan. «Le relazioni internazionali non sono più un gioco a somma-zero – ha dichiarato il presidente iraniano Rouhani – quanto piuttosto uno spazio multi-dimensionale in cui la competizione e la collaborazione possono coesistere».

 

Se l’accordo raggiunto martedì sarà in grado di sopravvivere alla battaglia in Congresso e ai possibili attacchi dei conservatori iraniani, esso potrà costituire il punto di partenza per la costruzione di una relazione interstatuale tra Washington e Teheran capace di fornire gli strumenti per una più efficace collaborazione nella lotta contro nemici comuni, il quadro per un più serrato dibattito sulle questioni contese e regole più chiare per la competizione riguardo agli obiettivi non conciliabili.


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