Elezioni in Turchia: poche certezze, molti punti interrogativi

Written by Ekrem Eddy Güzeldere Tuesday, 09 June 2015 14:52 Print
Elezioni in Turchia: poche certezze, molti punti interrogativi Foto: Leticia Barr

Per la prima volta dal 2002, le elezioni in Turchia non hanno prodotto una maggioranza assoluta per l’AKP. Quattro partiti saranno rappresentati nel nuovo Parlamento. Costruire una coalizione sarà difficili, così come un governo di minoranza. Anche elezioni anticipate costituiscono uno scenario possibile.


I risultati: l’AKP (Partito Giustizia e Sviluppo) conquista il 40,86% dei voti e 256 seggi; il CHP (Partito Popolare Repubblicano) si aggiudica il 25,06% dei consensi e 132 seggi; l’MHP (Partito del Movimento Nazionalista) il 16,37% e 80 seggi e l’HDP (Partito Democratico del Popolo) il 13,07 e 82 seggi.

Prima di arrivare alle questioni aperte, sarà opportuno soffermarsi su alcuni fatti.

Per la prima volta, l’AKP ha perso consenso in una tornata elettorale nazionale. Finora il partito aveva sempre incrementato i propri voti, conquistando il 34% delle preferenze nel 2002, il 47% nel 2007 e il 49,9% nel 2011. 40,7% non è certo un risultato negativo per gli standard internazionali, ma indica chiaramente un’emorragia di voti, tanto in termini assoluti (3 milioni) quanto relativi (9%).

Questo significa anche che per la prima volta, per venti seggi, l’AKP manca l’obiettivo della maggioranza assoluta.

Le elezioni hanno confermato che esistono tre partiti regionali di opposizione e un partito nazionale. Se l’AKP ha conquistato seggi in 76 delle 81 province, il CHP non è riuscito a ottenere alcun mandato in ben 37 province, quasi metà del paese.

Infine, per la prima volta, il movimento politico curdo entra in Parlamento come partito e non indirettamente con candidati indipendenti.

A leggere i titoli della stampa e dei media internazionali dopo le elezioni, sembra che una persona in particolare abbia perso le elezioni. Una che non ha ufficialmente partecipato alle elezioni: Erdoğan. Il presidente, eletto nel 2014, sin dallo scorso febbraio ha condotto una campagna parallela in favore del suo (ex) partito AKP per raggiungere almeno la maggioranza dei tre quinti (330 seggi) necessaria a cambiare la Costituzione in suo favore e trasformare la Turchia in una democrazia presidenziale. Poiché secondo la Costituzione il presidente dovrebbe mantenere un ruolo imparziale e politicamente neutrale, Erdoğan ha partecipato a numerosi “inaugurazioni” e “meeting” in giro per il paese. Alcune delle inaugurazioni erano per dei luoghi aperti già da tempo. Il presidente ha tenuto un atteggiamento aggressivo, insultante, diffamatorio, usando impropriamente il Corano nei suoi discorsi e attaccando la stampa nazionale e internazionale. Voleva un referendum sulla forma di governo. Lo ha avuto e lo ha perso. Una solida maggioranza di quasi il 60% non vuole presidenzialismo, autoritarismo, polarizzazione e pressioni su media, società civile e opposizione.

Al di là di questo, però, molto rimane incerto. Matematicamente l’AKP potrebbe formare una coalizione con tutti e tre gli altri partiti e raggiungere una maggioranza dei tre quinti. Tutti e tre, tuttavia, si sono più volte espressi negativamente sull’opportunità di formare una coalizione con l’AKP. Il CHP ha persino affermato di non volere accordarsi nemmeno su incontri con il partito di maggioranza relativa. Per l’HDP sarebbe un suicidio politico. E l’ultranazionalista presidente dell’MHP Devlet Bahçeli ha dichiarato, prima e dopo le elezioni, che il suo partito non avrebbe accettato una coalizione.

L’altra possibilità, da un punto di vista matematico, è una coalizione senza l’AKP, ma dal punto di vista politico il pro-curdo HDP e l’anti-curdo MHP hanno ben poco in comune. Il terzo scenario è un governo di minoranza dell’AKP. Sarebbe il primo nella storia della Turchia e avrebbe ben poche prospettive di sopravvivenza a lungo termine.

E qui, forse, rientrerebbe in gioco Erdoğan. Nel caso in cui non si riesca a formare un governo entro quarantacinque giorni, il presidente potrebbe indire elezioni anticipate. Erdoğan e i media vicini all’AKP addosserebbero la responsabilità per la situazione di stallo e incertezza al sistema parlamentare e comincerebbero a fare pressioni di nuovo per passare a un sistema di tipo presidenziale. Si tratterebbe però di una strategia rischiosa. Molti elettori sono stanchi di elezioni (ne hanno avute tre in poco più di un anno) e di relative campagne elettorali. Un altro rischio per l’AKP potrebbe essere, senza un governo, che il confronto interno al partito possa aumentare di giorno in giorno.

Per mesi si sono susseguite voci che elementi liberali dell’AKP, come Abdullah Gül o Bülent Arınç, potrebbero fondare un nuovo partito, sulla scia dell’AKP delle origini. Gül, che fino all’agosto dello scorso anno ha ricoperto la carica di presidente, è stato finora tenuto ai margini, ma potrebbe riguadagnare influenza. Nel caso in cui un tale nuovo partito venisse costituito, potrebbe attrarre simpatizzanti di Fethullah Gülen, come l‘ex deputato dell’AKP Hakan Şükür, che in quest‘ultima tornata elettorale ha corso come indipendente, senza vincere, o membri conservatori del CHP o ancora politici di centrodestra.

Come mostrano i risultati raggiunti dai due principali partiti di opposizione (il CHP intorno al 25%, e l’MHP che, con il 16,5%, ha leggermente migliorato la sua performance), questi non costituiscono una reale alternativa per il cambiamento politico. Mentre l’HDP non è abbastanza grande. Forse un nuovo attore potrebbe essere veramente d’aiuto.

 

 


Foto: Leticia Barr

 

ie Online

by Fabio Atzeni e Sally Stoppa Libia, tra desideri e rischi per l’Italia
Malgrado gli sforzi per riconciliare le tante anime delle fazioni in gioco in Libia la strada per la formazione di…
by Giovanni Bastianelli Le sfide del digitale in ambito turistico
Quello turistico è stato tra i primi settori a recepire positivamente l’influenza e l’utilità della rete. Quali tendenze, applicazioni e…
by Romeo Orlandi Cina e Taiwan a Singapore. L’unità nella diaspora
La stretta di mano tra il presidente cinese Xi Jin Ping e quello di Taiwan Ma Ying-jeou segna una svolta…