Lotta per il potere e ingerenze esterne nell'inferno libico

Written by Fabio Atzeni Tuesday, 10 March 2015 18:19 Print

Tra milizie islamiste e antislamiste, tribù e ingerenze esterne, la lotta per il controllo della Libia coinvolge oggi un intricato puzzle di forze. In questo contesto un intervento da parte occidentale con forze convenzionali non è fattibile nel breve periodo. Ciò tuttavia non esonera l’Occidente dal dovere di sostenere il popolo libico, purché sotto l’egida delle Nazioni Unite.


L’attentato dello scorso 27 gennaio all’Hotel Corinthia a Tripoli, condotto, secondo alcune fonti, da estremisti vicini all’ISIS, ha ingigantito i timori dell’Occidente, già fortemente condizionati dai fatti di sangue di Parigi e più recentemente da quelli di Copenaghen. Tuttavia i due attentati avvenuti in Europa sono da ricondursi all’azione di alcuni “lupi solitari” che hanno preso in prestito il brand dell’ISIS per attrarre l’attenzione dei media, mentre l’attacco di Tripoli avrebbe avuto un intento politico, ossia l’assassinio del capo del governo islamista autoproclamatosi a Tripoli, sostenuto dalla Fratellanza Musulmana. Pertanto, benché l’ISIS abbia rivendicato questo attentato, esso potrebbe aver avuto origine dai gruppi estremisti già presenti nel paese, verosimilmente, con il tacito assenso dell’intelligence egiziana e saudita. Questi paesi, infatti, si sono schierati più o meno apertamente contro il governo separatista di Tripoli.

Di recente, il video dell’uccisione di ventuno prigionieri egiziani copti per mano dell’ISIS ha provocato la risposta del Cairo, che ha bombardato con la propria aeronautica alcuni siti libici, presumibilmente controllati dall’ISIS, a Derna e Sirte. Il video, estremamente cruento, sarebbe addirittura stato rielaborato con l’aggiunta di effetti speciali e con la sovrapposizione sullo sfondo della baia di Tripoli, in modo da far credere che il gruppo terroristico fosse ormai giunto nei pressi della capitale.

Al di là del forte impatto emotivo generato dalla propaganda dell’ISIS – secondo alcuni, una delle più grandi operazioni di “marketing” della storia militare –, le attività reali di questo gruppo terroristico in Libia, molto probabilmente sovrastimate, rappresentano la punta dell’iceberg rispetto ai problemi di questo paese.

La situazione politica libica appare estremamente compromessa. Dal giugno 2014, in seguito alle elezioni politiche che hanno condotto Abdullah Al-Thani, facente parte della coalizione antislamista, a capo dell’esecutivo, si è creata una divisione tra il governo ufficialmente eletto e riconosciuto dalla comunità internazionale, rifugiatosi a Tobruk, e quello islamista moderato di Omar Al-Hasi insediatosi a Tripoli.

Il braccio armato degli islamisti separatisti di Tripoli sono le milizie di Fajr Libya (Alba libica), alleate alle milizie islamiste di Misurata e in alcuni casi, per convenienza sul campo, anche con gli estremisti di Ansar Al-Sharia di Bengasi. Inoltre, essi godono del sostegno esterno di Turchia e Qatar e si oppongono a ciò che rimane delle Forze armate governative rimaste fedeli a Tobruk e all’“esercito” antislamista del generale Khalifa Haftar, alleato con le milizie di Zintan.[1] Il gruppo antislamista guidato da Haftar e chiamato Operazione dignità è sostenuto dall’Egitto, dagli Emirati Arabi Uniti e dai Sauditi e, anche se non dichiaratamente e con qualche dubbio circa la sua efficacia e affidabilità, è tenuto in considerazione anche da Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti.

A complicare ulteriormente il quadro vi sono altri gruppi appartenenti alla galassia delle milizie islamiche come la Libyan Shield, milizia islamista vicina alla Fratellanza Musulmana e la Brigata dei martiri del 17 febbraio, appartenente all’universo salafita e in possesso di numerose ex caserme e di mezzi e materiali dell’esercito di Gheddafi in Cirenaica. Tutte queste fazioni sono in competizione tra loro e al contempo si scontrano con gli estremisti di Ansar Al-Sharia presenti a Bengasi e Derna e con gli elementi appartenenti o simpatizzanti per l’ISIS, che si sarebbero insediati a Sirte a partire da aprile 2014.

Secondo l’ex generale statunitense John R. Allen, ex comandante della missione ISAF in Afghanistan, la presenza dell’ISIS in Libia è con ogni probabilità il risultato di un rebranding di un gruppo libico estremista già esistente, il Consiglio della Shura della gioventù islamica di Derna, che per valorizzare il proprio ruolo avrebbe giurato fedeltà al Califfo nero. Pertanto la reale capacità operativa di questo gruppo abbastanza esiguo, fedele allo Stato Islamico è assai limitata ed è contrastata dai gruppi di Ansar Al-Sharia di Bengasi, Sirte e Ajdabiya, che rimane tutt’ora la milizia islamista più forte, responsabile anche dell’attacco al consolato statunitense dell’11 settembre 2012 e della morte dell’ambasciatore Chris Stevens.

Un altro gruppo estremista ostile al Consiglio della Shura dei giovani e ai potenziali alleati dello Stato Islamico è la Brigata dei martiri di Abu Salim, che ha attirato a sé il Consiglio dei mujaheddin della Shura di Derna. In questa prospettiva il problema della presenza e di una possibile estensione dello Stato Islamico in Libia oltre i suoi confini, risulta quanto meno poco credibile.

Oltre a queste milizie in lotta fra loro, vi sono circa 140 tribù che costituiscono l’ossatura etno-religiosa del paese e che hanno da sempre ostacolato il tentativo di unificazione politica della Cirenaica, della Tripolitania e del Fezzan. Alcune tribù berbere hanno deciso di sostenere le forze di Fajr Libya a Tripoli, in modo da opporsi agli ex gheddafiani rimasti nel campo opposto degli antislamisti di Haftar o a quelli vicini al governo di Tobruk.

A tutto ciò bisogna infine aggiungere le pressioni dei paesi più o meno vicini che cercano di estendere la propria influenza sostenendo più o meno apertamente le varie fazioni in lotta. Prima di tutto Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti da un lato, Turchia e Qatar dall’altro.

Nonostante questa sia una semplificazione della realtà, si può percepire quali siano le poste in gioco: vi sono almeno due guerre con due obiettivi diversi. La prima è tra le forze di Fajr Libya (islamisti separatisti di Tripoli) e il governo di Tobruk, alleato con gli antislamisti di Operazione dignità, per il controllo della capitale, delle risorse e delle infrastrutture petrolifere. La seconda guerra invece si svolge nell’Est del paese, in Cirenaica, ed è il tentativo del governo di Tobruk e dei suoi alleati di rispondere alle insurgencies locali, guidate dalle milizie islamiste estremiste di Bengasi, Sirte, Derna e Ajdabiya.

In questa situazione così complessa, appare chiaro come la mediazione delle Nazioni Unite, intavolata dall’inviato speciale spagnolo Bernardino Léon, sia stata per ora fin troppo anemica e senza obiettivi ben determinati. L’inefficacia dell’azione dell’ONU e della comunità internazionale sono tra le cause dell’interventismo di Egitto ed Emirati Arabi Uniti, dai risultati controproducenti, e che ha suscitato grandi preoccupazioni nelle cancellerie occidentali.


Intervento sì o intervento no?

Allo stato attuale, vista la complessità della situazione libica, la possibilità di un intervento militare occidentale con grandi contingenti di tipo convenzionale sembra difficile da realizzarsi in tempi brevi e oltretutto non sarebbe conveniente. Nelle sale dei bottoni europee vi è una scarsa volontà di impegnarsi direttamente in una guerra dai costi umani ed economici elevatissimi, dai tempi e dagli obiettivi poco chiari. Inoltre, un intervento inteso come un’estensione del concetto di “Homeland Security europea”, in funzione antiterrorismo, non ci metterebbe al riparo da possibili attentati in patria, come ci insegnano i recenti episodi di Parigi e Copenaghen ma anche quelli di Madrid del 2004 e Londra del 2005. Obiettivi sensibili come le capitali europee o in particolare EXPO 2015, che si terrà a Milano a partire dal prossimo maggio, rimangono luoghi ad alto rischio attentati e come tali vanno protetti a prescindere da qualsiasi intervento militare all’estero.

Anche la Francia, secondo molti principale responsabile degli attacchi del 2011 e quindi della situazione attuale, verso la fine del 2014 avrebbe pianificato lo spostamento di un contingente di oltre 3000 uomini dal Mali al Niger e al Chad, creando degli avamposti sul confine libico nell’ambito dell’operazione Barkhane. Ora, invece, sembrerebbe propendere per una risoluzione politica del caso. Ciononostante, il governo francese è di fatto diviso tra un’anima interventista guidata dal ministro della Difesa Jean-Yves Le Drian, fautore della recentissima vendita di cacciabombardieri Rafale all’Egitto e tra i sostenitori dell’invio della flotta nel Golfo Persico (il giorno precedente agli attentati a Charlie Hebdo) e il ministro degli Esteri Laurent Fabius, assertore di una linea più cauta. Le Drian nel corso di alcuni incontri politici nei paesi del Sahel, ha cercato di convincere i capi di governo di Chad e Niger a intervenire nel Sud della Libia, ricco di risorse ma occupato da tribù berbere e tuareg alleate di Fajr Libya, per frenare una presunta “avanzata jihadista”. Benché il ministro della Difesa abbia fatto intendere un possibile intervento unilaterale, una tale possibilità sembrerebbe remota. La Francia è impegnata su troppi fronti per poter condurre da sola una campagna così complessa e forse anche per poter operare come lead nation in un’eventuale coalizione multinazionale che intervenga in Libia. Un’azione unilaterale francese non farebbe altro che polarizzare ulteriormente le fazioni in lotta, impedendo qualsiasi tipo di riconciliazione e dialogo politico.

Un intervento militare in Libia, se non attentamente pianificato e convalidato preventivamente in sede ONU, nel quadro della legalità internazionale, rischierebbe di farci piombare in un pantano dal quale difficilmente si riuscirebbe a uscire. La conseguenza più probabile sarebbe quella di creare un altro Iraq a due ore di navigazione dalle nostre coste. Tuttavia, gli eventi dell’ultimo anno hanno dimostrato che lasciar sola la Libia e permettere a Egitto ed Emirati Arabi di intervenire a loro piacimento non ha portato ad alcun miglioramento della situazione. Anzi, le fazioni in lotta hanno abbandonato del tutto la via del dialogo e l’adesione di alcune milizie al franchising dell’ISIS è un segnale che eventuali vuoti di potere potrebbero essere colmati dagli estremismi. È necessario pertanto pensare a una strategia realistica e adoperarsi per evitare lo sfaldamento totale di questo paese.


Quali i passi fondamentali?

Occorre innanzitutto un quadro di legalità internazionale, possibilmente garantito da un’eventuale risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU, per la quale la Russia e la Cina potrebbero esprimersi favorevolmente, essendo preoccupate per un possibile contagio nei propri territori dell’estremismo islamico e più pragmaticamente perché da sempre interessate ad accrescere la propria presenza nel Mediterraneo.

Va quindi perseguita una mediazione politica più vincolante delle due fazioni in lotta, secondo una road map dettagliata anche nei tempi, in modo da coinvolgere i moderati degli islamisti di Fajr Libya di Tripoli e i moderati degli antislamisti di Tobruk e di Operazione dignità. I falchi di entrambe le fazioni potrebbero convincersi ad abbandonare lo scontro e assumere un atteggiamento più favorevole a una riconciliazione. In tal modo si dovrebbe poter giungere alla costituzione di un governo di unità nazionale, la vera chiave per riprendere il controllo del paese[2]. A questo punto potrebbe essere necessaria una forza militare internazionale per proteggere e dare supporto al neonato governo libico e conferire maggiore credibilità ai negoziati. Questo contingente militare dovrebbe essere legittimato a livello internazionale agendo sotto l’egida dell’ONU. Oltre a ciò, si potrebbe prevedere un’operazione, sempre in ambito ONU o parallela, a guida NATO o UE, per l’addestramento e il supporto delle Forze armate libiche ricostituite (che dovranno essere costituite da militari appartenenti equamente a tutte le etnie) per conferire a esse le capacità e gli strumenti per eliminare quei gruppi estremisti irriducibili che minano alla stabilità del paese, tra cui quelli simpatizzanti per l’ISIS.

È nostro dovere aiutare i libici a risolvere questi problemi, sostenendone le capacità e aiutandoli a pianificare e condurre operazioni di counter-terrorism. Non dobbiamo risolverli noi per loro.

Occorre poi proteggere le infrastrutture e gli impianti di produzione petrolifera di Ras Lanuf e Al Sidr, attualmente controllati dalle milizie di Haftar e dai federalisti della Cirenaica, in modo da garantire l’afflusso finanziario necessario ai fini della ricostruzione del paese e per sostenere le spese per la difesa del nuovo governo libico. In seguito agli attacchi del 13 dicembre 2014, da parte delle milizie di Misurata, la produzione è un quinto di quella del 2011.

Se la comunità internazionale dovesse sostenere il piano dell’Egitto, che intende dare appoggio unicamente al governo di Tobruk e alle forze antislamiste, considerando Fajr Libya e le milizie di Tripoli come dei terroristi, correrà il rischio di fallire e di non pervenire ad alcuna soluzione. Anche il ministro degli Esteri del governo di Tobruk, al contrario del premier Al-Thani, ha ammesso che non si può risolvere la situazione riconquistando militarmente Tripoli, ma occorre un’opera di riconciliazione fra le fazioni in lotta e una mediazione politica più efficace da parte della United Nations Support Mission in Libya (UNSMIL).

Una presenza massiccia dell’ONU in Libia potrà anche alleviare, seppur parzialmente, la catastrofe umanitaria della guerra, che ha già provocato migliaia di vittime e centinaia di migliaia di rifugiati e sfollati, che, tra l’altro, finiscono spesso ad alimentare il flusso dei migranti, gestito dalla malavita o dalle stesse milizie, che fanno del traffico di esseri umani una propria fonte di reddito.

La speranza ora è che i media occidentali, piuttosto che creare un infondato allarmismo sulle presunte capacità dell’ISIS in Libia, diano il giusto spazio al dibattito politico su come pianificare un intervento onnicomprensivo che abbia reali possibilità di successo. Tutte le difficili esperienze di state building fatte negli ultimi dodici anni in Iraq e in Afghanistan dovrebbero facilitare i lavori.




[1] Le milizie di Zintan (dal nome della località presso le montagne a sud di Tripoli) hanno avuto un ruolo determinante nella guerra contro Gheddafi, ma al contrario delle milizie di Misurata, con cui sono in competizione, non hanno abbracciato l’Islam politico e si trovano oggi sullo stesso fronte delle forze antislamiste di Tobruk e delle milizie di Haftar, di cui costituiscono una sorta di “prima linea”.

[2] K. Mezran, A. Varvelli, “La Libia, fine o rinascita di una nazione?”, Donzelli Editore, Roma 2012.

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