L’Iraq, l’IS e la Siria: un’altra guerra del Golfo?

Written by Fabio Atzeni Thursday, 11 September 2014 16:25 Print
L’Iraq, l’IS e la Siria: un’altra guerra del Golfo? foto di: mjbs

L’ascesa dello Stato islamico, già ISIS, in Iraq e l’efferatezza con cui esso agisce fanno temere a molti commentatori che si tratti delle premesse di un nuovo e ampio conflitto regionale. Di certo l’IS ha delle caratteristiche nuove: è ben organizzato sia politicamente che militarmente, ha degli obiettivi di state-building e usufruisce di importanti risorse finanziarie. Di fronte alla sua minaccia l’Unione europea non può ancora una volta crogiolarsi nel suo consueto immobilismo.

La recente espansione delle milizie dell’ISIS, ora chiamato IS (Islamic State) – per il consolidamento nelle province sunnite dell’Iraq – ha consentito agli jihadisti di conquistare l’area di Mosul fino a minacciare direttamente i territori curdi a nord. L’incapacità dell’ex premier Al Maliki e delle forze armate di Baghdad di frenarne l’offensiva ha spinto gli Stati Uniti a intervenire, effettuando il primo bombardamento aereo d’interdizione l’8 agosto scorso. Su pressione di Washington, ma anche degli alleati iraniani, Al Maliki si è finalmente dimesso il 14 agosto, lasciando il posto a un altro sciita, Haider Al Abadi, più moderato e aperto a una mediazione politica che includa nel prossimo governo la maggior parte delle tribù sunnite moderate, perseguitate e isolate politicamente da Al Maliki, dopo il ritiro americano nel 2011.

Nelle ultime settimane, i bombardamenti, unitamente all’assistenza militare fornita ai peshmerga dalle forze speciali statunitensi, introdotte con cautela in territorio iracheno, che hanno consentito alle truppe curde di Erbil di reagire frenando l’IS e di riconquistare il 17 agosto la diga di Mosul e le aree adiacenti. Il 19 è iniziata la battaglia per il controllo di Tikrit assieme alle Iraqi National Forces e, nei giorni successivi, le forze curde unitamente alle milizie sciite delle Peace Brigades (ex Esercito del Mahdi) hanno riconquistato l’area di Amerli, sempre con il supporto aereo americano. Lo stesso giorno l’IS ha giustiziato il giornalista americano James Foley, diffondendone il video su internet, mentre qualche giorno fa sono state diffuse le immagini dell’altrettanto atroce assassinio di un secondo reporter americano, Steven Sotloff, per dissuadere gli Stati Uniti e gli alleati dal proseguire nelle operazioni militari in Iraq.

Mentre l’Europa appare ancora una volta divisa sul da farsi e discute sul se e come intervenire – inviando forze speciali, come vorrebbe la Gran Bretagna, o fornendo solamente armi ed equipaggiamenti, come ipotizzato da Francia e Italia, o ancora solo assistenza e aiuti umanitari, come vorrebbe Berlino – l’unico segnale d’interessamento è stata la visita di Matteo Renzi a Baghdad ed Erbil lo scorso 20 agosto, che sembra però non aver prodotto alcuna decisione in sede comunitaria.

Negli stessi giorni, la Siria di Assad ha dichiarato di essere disposta a collaborare con Washington per condurre operazioni militari contro l’IS sul proprio territorio, nell’ambito della risoluzione 2170 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Tale disponibilità non è stata ricambiata dagli USA che hanno dichiarato che avrebbero comunque agito contro il califfato, con o senza il consenso di Assad. In realtà, nonostante la situazione sul campo, l’evoluzione di Assad da nemico ad alleato sarebbe troppo repentina per poter essere accettata dall’opinione pubblica, soprattutto alla luce delle difficoltà che la crisi siriana ha creato alla diplomazia di Washington nel corso dell’ultimo anno.

A sottolineare l’immobilismo europeo – che una volta di più rivela la scarsa credibilità dell’Unione sul piano della politica internazionale e le dannose fratture fra gli Stati membri – è stato il primo incontro diplomatico tra rappresentati degli Esteri di Arabia Saudita e Iran per discutere un’azione comune contro l’IS e per sostenere il nuovo governo di Al Abadi a Baghdad. Contemporaneamente in Siria, Assad ha intensificato le operazioni militari contro gli jihadisti, conducendo dozzine di sortite e bombardamenti nella provincia di Deir Az Zor, confinante con l’Iraq, e a Raqqa, roccaforte del califfato in Siria.

 

Valore e impatto dell’IS

Qualche giornalista e alcuni commentatori parlano già di terza guerra mondiale al terrore. Altri analisti citano con preoccupazione il piano ventennale di Al Qaeda, diffuso nel 2005 dal giordano Fouad Hussein, che illustra la strategia del gruppo terrorista per la creazione del califfato universale nel periodo compreso tra il 2000 e il 2020. Benché le previsioni riguardanti la quinta fase, quella compresa tra il 2013 e il 2016 sulla caduta dei regimi autoritari e filoccidentali in tutto il Medio Oriente e in Nord Africa, assomiglino molto agli eventi legati alle primavere arabe, la sesta fase, quella che dovrebbe coprire il periodo che va dal 2016 al 2020 e che vorrebbe un attacco globale degli jihadisti contro l’Occidente, è qualcosa di molto lontano dalla realtà attuale. Nonostante sia innegabile l’aumento della presenza di gruppi jihadisti nella regione (si pensi ad Anshar Al Sharia in Libia), la loro agenda è sostanzialmente legata a obiettivi locali, di conquista territoriale e di instaurazione di entità parastatali in grado di autosostenersi finanziariamente. Per tale ragione, l’Arabia Saudita e il Qatar, sospettati di essere, con la Turchia, i principali sponsor dell’IS, sembrano aver perso il controllo di quest’organizzazione, che non dipenderebbe più dai finanziamenti dei propri donatori stranieri, ma riuscirebbe a sostenersi autonomamente e avrebbe aumentato il proprio patrimonio grazie al contrabbando di petrolio sia in Iraq che in Siria e grazie anche al racket del commercio e dell’appropriazione dei depositi bancari nelle aree controllate.

Nonostante la retorica del califfato universale, ribadita nella dichiarazione di Al Baghdadi dello scorso 30 giugno, l’IS si identifica come un gruppo nazionalista che intende instaurare uno Stato islamico fondato sulla shari’a. In realtà, il tentativo di Al Baghdadi è quello di ricercare il consenso sociale tra i sunniti iracheni più estremisti e frustrati dalla politica di Al Maliki, reinsediandosi nelle aree più favorevoli, già occupate da questo gruppo tra il 2006 e il 2008. L’IS può attecchire profondamente solo in Iraq, nelle aree centrali, come i talebani in Afghanistan. In Siria, nonostante le apparenze, il gruppo non ha la stessa capacità di attrazione. Appare valido il parallelo con Al Qaeda in Afghanistan, ossia un gruppo straniero che ha dovuto necessariamente aggregarsi ai talebani con tutte le dinamiche conseguenti. Allo stesso modo, l’IS non gode dello stesso appeal in tutto il Medio Oriente e non ha una base sociale che ne garantisca il sostegno, soprattutto in Libano, dove lo Stato, pur con molta fatica, sta riuscendo a salvaguardare il suo carattere multiconfessionale.

Il successo dell’IS in Siria è quindi dovuto più alla debolezza degli altri gruppi ribelli – i moderati del Free Syrian Army, gli estremisti qaedisti del Jabhat Al Nusra – e all’incapacità di Assad di ripristinare il controllo sul territorio, che alle sue reali forze e capacità. Per ricercare consenso sociale Al Baghdadi si sta adoperando, sia in Siria che in Iraq, per fornire alla popolazione beni di prima necessità, dimostrando delle pur minime capacità di state-building. Eppure, qualora il gruppo di Al Baghdadi riuscisse a sopravvivere alle offensive coordinate dei vari attori regionali e degli Stati Uniti, sfruttando le crepe politiche e gli ostacoli interni al governo iracheno nella riconciliazione con i sunniti, potrebbe riuscire nella costituzione di uno Stato monco, landlocked, ossia racchiuso e confinante con territori ostili e dipendente da risorse esterne. Non è un caso che gli obiettivi militari e strategici dell’IS – dichiarati nel suo Annual Report – siano ben più ampi e riguardino la conquista della provincia irachena di Ninive, i pozzi petroliferi del Kurdistan iracheno e della Siria, l’area ricca di giacimenti di Deir Az Zor, Aleppo, la provincia di Idlib e i campi di gas a est di Homs.

Con l’IS il terrorismo ha cambiato forma. Per la prima volta esso non ha una struttura a rete e “fantasma”, ma è militarmente e politicamente organizzato, con finanziamenti strutturati e ha una strategia chiara e ben definita. Paradossalmente, nel 2002 la risposta ad Al Qaeda fu l’impiego di forze convenzionali e di contingenti militari per fronteggiare ed eliminare una struttura difficilmente individuabile, attraverso il controllo di vasti territori. Oggi, invece, benché le caratteristiche dell’IS siano più simili a quelle di un movimento insurrezionale di ampie proporzioni, che acquisisce progressivamente territori, la Casa Bianca non intende andare oltre l’attuale coinvolgimento (circa ottocento operatori di forze speciali e l’impiego dell’aeronautica per bombardamenti a sostegno dei peshmerga curdi e delle truppe irachene). Nonostante vi sia la disponibilità a cooperare contro l’IS sia da parte dell’Iran sia dell’Arabia Saudita, il rischio per gli Stati Uniti è quello di ritrovarsi impantanati in una cruenta guerra civile tra sciiti e sunniti senza prospettive, o come ha affermato il generale Petraeus, si rischia che il ruolo di Washington sia frainteso e considerato come «aeronautica delle milizie sciite».

Ciò detto, le stragi di civili innocenti non permettono assolutamente all’Occidente di disinteressarsi e di chiamarsi “fuori dai giochi”, accettando passivamente l’irreparabile.


Come colpire al cuore l’IS

L’IS è attualmente il gruppo terroristico più organizzato e più ricco. Secondo alcune stime esso è in grado di guadagnare un milione di dollari al giorno ed entro la fine dell’anno dovrebbe riuscire a generare un surplus di oltre 100 milioni di dollari che probabilmente reinvestirà in equipaggiamenti, forniture militari e attività basiche di state-building.

Per colpire in modo determinante questa organizzazione occorre una risposta coordinata e di lungo periodo, che preveda una coalizione che includa anche i paesi musulmani e i principali attori regionali e un approccio che ponga al centro gli aspetti politico-diplomatici oltre a quelli militari. Sarebbe auspicabile il coinvolgimento del Consiglio di Cooperazione del Golfo e un comportamento più trasparente da parte di quei paesi sospettati di doppio gioco: è questo il caso del Kuwait e del Qatar, dai quali sembra provengano la maggior parte dei finanziamenti agli jihadisti, ma anche della Turchia che, da un lato ha sostenuto le attività dell’IS, consentendo il transito di personale e armamenti attraverso i propri confini, dall’altro ha facilitato le esportazioni di petrolio dal Kurdistan iracheno, senza l’autorizzazione di Baghdad. Ciò è paradossale perché, mentre sul fronte domestico Ankara conduce una politica persecutoria nei confronti dei curdi, sembrerebbe sostenerne lo sviluppo autonomista dei curdi iracheni. È quindi fondamentale che questi paesi e che il mondo islamico in generale condannino – senza riserve – il jihadismo, come fatto di recente dal gran muftì dell’Arabia Saudita, che ha dichiarato l’IS e Al Qaeda nemici numero uno dell’Islam.

Dal punto di vista operativo, le forze che dovranno operare sul campo saranno prevalentemente le milizie curde e l’esercito iracheno, con il supporto dei consiglieri militari e delle forze aeree americane. L’Unione europea, a patto di superare il consueto immobilismo, sembrerebbe finalmente decisa a fornire supporto logistico in termini di rifornimenti ed equipaggiamenti militari, posizione particolarmente sostenuta da Gran Bretagna, Francia e Italia. Sembrerebbe confermato dal ministero della Difesa, già da metà settembre, l’arrivo in Iraq delle prime armi dall’Italia.

Un altro aspetto su cui si dovrebbe agire, e in cui gli USA sarebbero fondamentali, è il taglio dei finanziamenti dell’IS, attraverso la finance intelligence e operazioni militari mirate. Tuttavia, ciò non avrebbe un impatto decisivo sull’organizzazione jihadista poiché, a differenza di Al Qaeda, avendo un’agenda prevalentemente nazionale, l’IS otterrebbe i propri finanziamenti dall’interno, dal sistema esattoriale parastatale che ha instaurato nei territori sotto il suo controllo in Iraq e in Siria, in cambio di servizi di base che facilitano il commercio e consentono il controllo della popolazione locale.

Inoltre, il gruppo di Al Baghdadi non usufruisce del sistema formale delle banche, ma ha sempre reinvestito i guadagni nella propria organizzazione per incrementarne la capacità operativa e il supporto al personale. Il centro di gravità economico dell’IS non risiede quindi nel sistema finanziario ma nell’economia reale irachena e siriana.

Per colpire al cuore quest’organizzazione è quindi necessaria un’azione politica che consenta di istituire un governo iracheno di unità nazionale, che includa tutte quelle tribù e fazioni sunnite riconciliabili e perseguitate dalla politica di Al Maliki, avviando anche un graduale ma effettivo decentramento del potere da Baghdad alle autonomie regionali. In tal modo, si ridurrebbe il consenso sociale, la base di reclutamento dell’IS in Iraq, colpendo al contempo i finanziamenti derivanti dall’estorsione e dal racket. Da un punto di vista militare invece, le forze di terra curde e irachene dovranno riconquistare i giacimenti petroliferi e di gas perduti e tutti i centri di raffinazione, che costituiscono la fonte primaria di finanziamento. Colpiti gli approvvigionamenti principali, si proseguirebbe più facilmente nell’attacco delle roccaforti del gruppo sia in Iraq sia in Siria.

 

Pericolosi effetti collaterali

La conseguenza più diretta, e che preoccupa maggiormente Baghdad, ma anche l’Iran e gli altri attori regionali, è l’incremento del peso politico della regione autonoma del Kurdistan iracheno. In seguito alla risposta militare all’avanzata dell’IS e grazie al sostegno multilaterale della comunità internazionale, i curdi di Erbil si sono ritrovati investiti del compito di difendere se stessi e l’Iraq, grazie anche al supporto degli Stati Uniti. E vi stanno riuscendo meglio di quanto non vi sia riuscito il governo centrale di Baghdad. Ciò, unitamente alle precedenti diatribe e scontri politici con Al Maliki, in merito al controllo dei pozzi petroliferi di Kirkuk e alla possibilità di esportare direttamente il petrolio tramite la Turchia e il porto di Ceyhan, ha portato il presidente curdo Massoud Barzani, lo scorso luglio, a chiedere al Parlamento di indire un referendum per l’indipendenza. Tale eventualità, che porterebbe alla partizione dell’Iraq in almeno due Stati (a meno che anche le aree sunnite non chiedano la secessione), sarebbe vista con favore da Israele e forse anche dall’ambigua Turchia, ma comporterebbe una reazione di Iran e Siria, che vedrebbero indebolito il fronte sciita, determinando una maggiore instabilità.

In relazione a ciò, il governo di Washington ha chiesto a Barzani di desistere dal proposito di indire un referendum e sta cercando di trovare una posizione di mediazione con Baghdad, che porti piuttosto alla costituzione di un Iraq confederale, che preveda maggiori autonomie per il Kurdistan e una migliore rappresentanza delle altre minoranze etnico-religiose.

La crisi dello jihadismo in Medio Oriente è quindi molto più complessa e articolata di quanto appaia a un’osservazione superficiale e se l’IS rappresenta il problema principale, non si tratta però dell’unico. Anzi, queste guerre civili, s’innestano nel più ampio quadro dello scontro politico per l’egemonia regionale, mascherato dalle dinamiche conflittuali religiose tra paesi sunniti e sciiti.

Ciò detto, la vera minaccia per l’Occidente non è tanto la possibilità di un attacco diretto da parte delle milizie del “califfato nero” o di eventuali jihadisti reclutati nelle metropoli dell’Occidente, ma l’inazione: in particolare se l’Unione europea rimarrà inerte a guardare, senza prendere una posizione netta, ne scaturirà un’ulteriore grave crisi di credibilità. Il conseguente vuoto politico sarebbe presto riempito da attori regionali più intenti a difendere i propri interessi, piuttosto che a ricercare la pace e la stabilità di una vasta area, ove etnia e religione di appartenenza continuerebbero a essere pretesto di scontro.

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