Una nuova vittoria per Erdogan in un paese sempre più diviso

Written by Ekrem Eddy Güzeldere Thursday, 03 April 2014 15:14 Print

I risultati delle elezioni in Turchia sono stati appena scalfiti dalle proteste di Gezi Park della scorsa estate, dalle recenti accuse di corruzione a carico della leadership dell’AKP e dal conflitto aperto con il Movimetnto Gülen. Ciò è dovuto principalmente alla situazione economica del paese e al fatto che l’AKP controlla adesso la maggior parte dei media del paese.


Sono quasi le 22 di domenica 30 marzo, quando il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan appare al centro della scena, di fronte al quartier generale dell’AKP ad Ankara. Proprio come nel 2007 e nel 2011, dopo le vittorie del suo partito alle politiche, deve tenere quello che è ormai noto come il “discorso del balcone”. In passato ha posto l’accento sull’intenzione di colmare le fratture che si erano aperte nel corso della campagna elettorale; nel 2011 concluse il suo appello con le parole «Abbraccio 74 milioni di persone».

Il 30 marzo, chiuse le urne di quello che è stato sostanzialmente un referendum sulle politiche di governo, il tono del primo ministro è stato un bel po’ diverso: «L’ho ripetuto per mesi. Entreremo nei loro covi. Non consegneremo la nazione alla Pennsylvania o alle sue pericolose frange». Con Pennsylvania intendeva il Movimento Gülen, in quanto il suo leader, Fetullah Gülen, vive lì dal 1999. Si è trattato di una dichiarazione di guerra. E costituisce un infausto presagio per le settimane e i mesi a venire.

Formalmente erano solo elezioni municipali. La scorsa domenica 53 milioni di elettori hanno scelto quasi 1400 sindaci. Con un consenso di circa il 44% e una vittoria in oltre 600 collegi, l’AKP si è assicurato un risultato migliore di quello ottenuto nelle elezioni locali del 2009 (38,5%), ma un risultato inferiore rispetto alle elezioni parlamentari del 2011 (49,5%). Il partito di opposizione in Parlamento, il Partito Popolare Repubblicano (CHP), ha conquistato la seconda posizione con poco meno del 29%, l’MHP (16%) e il BDP (5%) rispettivamente la terza e la quarta.

Due fattori sono responsabili di queste lievi fluttuazioni. In primo luogo dal punto di vista economico, il cittadino medio continua a cavarsela piuttosto bene. Qualcuno può aver contratto dei debiti, ma questo non costituisce una grossa preoccupazione. Sebbene gli analisti abbiano predetto un periodo burrascoso per l’economia turca, in quanto gli investimenti diretti hanno subito un calo significativo come risultato delle interferenze del governo nel sistema giudiziario, la gran parte della popolazione non avverte ancora la morsa della crisi.

In secondo luogo, dopo dodici anni al potere, l’AKP controlla la maggior parte dei media nazionali, o direttamente (come ne caso nell’emittente televisiva statale, TRT) o indirettamente grazie alle proprietà di imprenditori alleati (Sabah, Yeni Safak, Star, ATV, NTV), o ancora come effetto delle intimidazioni contro le aziende, ottenute attraverso l’imposizione di penali, come è accaduto al gruppo Dogan.

Per questa ragione, la popolazione turca – in particolare coloro i quali non vivono nei grandi centri urbani – non ha appreso nulla dei recenti scandali e delle intercettazioni disponibili su Internet oppure percepisce questi fatti come delle millanterie elettorali dell’opposizione. Ma soprattutto, questo dimostra che la strategia di comunicazione dell’AKP ha avuto successo, a partire dalle proteste di Gezi Park fino ad arrivare a oggi, nel ritrarre l’opposizione a Erdogan come immorale e come una minaccia per la società.

Queste etichette sono state applicate ai dimostranti urbani, laici e progressisti di Gezi, i quali sono stati accusati di bere alcol nelle moschee e di molestare le donne che indossano il velo. Sebbene si trattasse di menzogne, sono state largamente credute. Questa oggi sembra essere la stessa tattica usata contro il Movimento Gülen, che Erdogan ritiene responsabile dell’esplosione degli scandali sulla corruzione e delle intercettazioni telefoniche.

Erdogan ha espresso la sua rabbia contro queste pubblicazioni quasi in ogni comizio elettorale, accusando i “gulenisti” di aver messo su un pericoloso Stato parallelo o definendoli bruscamente perversi. Nel suo discorso del balcone ad Ankara ha detto «La politica immorale oggi ha perso. La politica delle registrazioni, dei montaggi, della calunnia e della denigrazione ha perso».

Erdogan ha cercato il confronto prima delle elezioni per mostrare che era in grado di vincere anche senza il sostegno del campo Gülen, e ha avuto ragione. Queste elezioni hanno mostrato che il network di Fetullah Gülen, dipinto come segreto ed estremamente potente, non costituisce in alcun modo un fattore cruciale negli equilibri elettorali. È forse responsabile appena per quel 3% che è passato dall’AKP al Partito del Movimento Nazionalista (MHP).

Il risultato uscito dalle urne concede a Erdogan carta bianca per continuare con la linea dura. Un’ondata di arresti contro i sostenitori di Gülen nei media e nella società civile è adesso prevedibile. Così come lo è il fatto che saranno prese precauzioni contro gli interessi organizzati nella confederazione degli imprenditori TUSKON. Le prime ispezioni fiscali alla Kaynak Holding, descritta come la cassa del movimento, sono in corso dalla scorsa settimana.

L’opposizione in Parlamento rimane allo stesso livello degli ultimi dieci anni. I kemalisti del CHP hanno difeso le loro roccaforti a Smirne, in Tracia e in gran parte delle province costiere, ma continuano a essere praticamente inesistenti nelle aree curde (dove hanno conquistato meno dell’1% a Diyarbakir e Van!).

Anche il curdo BDP (Partito della Pace e della Democrazia) è riuscito a difendere le proprie cittadelle a Diyarbakir e Hakkari, ha anche aggiunto Mardin alla lista dei propri trionfi, ma ha fallito miseramente a Sanliurfa, nonostante la candidatura del popolare Osman Baydemir. Se c’è un partito che può in qualche modo considerarsi vittorioso è il partito della destra radicale MHP, che ha conquistato nuovi consensi su tutto il territorio nazionale e ha vinto in città come Manisa, Adana e Mersin. Nessuno dei partiti è però riuscito ad attingere a nuove fasce di elettorato.

I risultati di queste elezioni non sono una buona notizia per lo sviluppo democratico del paese. Il timore è che il clima politico diventi più autoritario, più polarizzato e più freddo. La divisione fra la Turkia pro-AKP e quella contro-AKP continuerà ad ampliarsi, sebbene nessuna delle due parti si batta per avere più democrazia.

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