La guerra di Siria e Ginevra II. Una diplomazia difficile ma imprescindibile

Written by Massimiliano Trentin Friday, 07 February 2014 16:34 Print
La guerra di Siria e Ginevra II. Una diplomazia difficile ma imprescindibile Foto: frederic.jacobs

Lo scorso 22 gennaio, i colloqui di Ginevra si sono aperti su questioni “minori” (come il cessate-il-fuoco e gli aiuti umanitari), che avrebbero potuto servire a individuare un valido punto di partenza per le trattative fra i belligeranti, per poi spostarsi sul tema cruciale del governo transitorio. Il regime di Damasco, per il quale guadagnare tempo è vitale, è riuscito frattanto a riconquistare un certo credito internazionale, grazie all’impegno a smantellare il suo arsenale chimico-batteriologico e alle sempre più evidenti infiltrazioni di formazioni integraliste fra le file degli oppositori.


La genesi, i preliminari, lo svolgimento e le conclusioni della prima tornata di colloqui di Ginevra II non hanno mai lasciato grande spazio a speranze circa la possibilità che i negoziati potessero giungere a una rapida soluzione del conflitto siriano. Le recriminazioni reciproche del ministro degli Esteri di Damasco, Walid al-Muallem, per cui l’opposizione «non è matura», e del rappresentante delle opposizioni, Louay Safi, secondo il quale il regime «non ha alcuna intenzione di fermare il bagno di sangue», confermano la distanza tra le due parti in causa: una distanza su prodotta da tre anni di conflitto fratricida e radicalizzazione degli schieramenti. Eppure, è chiaro a tutti che, oggi come oggi, non vi può essere una soluzione militare al conflitto a meno che non si accetti l’idea che il paese arabo, o quel che ne resta, debba sopportare almeno altri tre anni o più di guerra civile. In questo caso, il tempo può giocare a favore di al-Assad. Anche per questo motivo, l’inviato speciale delle Nazioni Unite, Lakhdar Brahimi, ritiene che vi siano dei common grounds sui quali continuare a lavorare nella prossima tornata di colloqui, prevista per il 10 febbraio. Intanto la popolazione continua ad aspettare e a patire le sofferenze della guerra.

 

I preliminari

La riluttanza delle forze siriane di opposizione a prendere parte all'incontro è stata superata solo grazie agli ultimatum dei paesi occidentali che hanno dimostrato sia quanto tali formazioni dipendano dai loro sponsor internazionali sia quanto paesi come Qatar e perfino Arabia Saudita non riescano comunque a smarcarsi dalle scelte strategiche dei loro partner occidentali, con buona pace delle aspirazioni e proclami di indipendenza o perfino di leadership o egemonia sul mondo arabo.

Infatti, sebbene posseggano capitali da investire e mezzi di comunicazione in abbondanza, dipendono – per fare solo un esempio – ancora dai paesi della NATO per quanto riguarda l’addestramento effettivo dei ribelli. La stessa Turchia, passata dalla dottrina politica di “zero problems with the neighbourhood” a una situazione di “problemi con tutti” e crisi interna, sembra aver moderato i toni e lo zelo anti-Assad che l’aveva finora caratterizzata. I rischi di destabilizzazione ai propri confini meridionali sono più reali di quanto appaia. Dunque, obtorto collo, anche il cartello delle opposizioni raggruppate nella National Coalition of Syrian Revolutionary and Opposition Forces, presieduta da Ahmad al-Jarba, vicino ai sauditi, è giunto a Ginevra.

La querelle circa la partecipazione o meno dell’Iran ai colloqui si è risolta in una figuraccia per il segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon e in una girandola di recriminazioni, accuse e sospetti tra le opposizioni siriane, i paesi arabi del Golfo e le diplomazie statunitensi ed europee. È ormai chiaro che non vi possa essere soluzione al conflitto in Siria senza il consenso della Repubblica Islamica dell’Iran: quello che disse l’allora segretario di Stato Henry Kissinger della Siria di Assad, «non si può aver pace in Medio Oriente senza la Siria» vale oggi, mutatis mutandis, per l’Iran. Anzi, gli occidentali e i loro alleati locali non riescono neanche a vincere la guerra in Siria, figuriamoci ottenere la pace. L’Iran e gli Stati Uniti sono impegnati in un cauto quanto difficile riavvicinamento politico la cui importanza trascende il conflitto in Siria e supera perfino l’opposizione formale di Tel Aviv e quella più sostanziale di Riyad. Nessuna delle due parti sembra intenzionata a legare mani e piedi le sorti di un nuovo possibile modus vivendi ai travagli della politica araba: in particolare, Washington non intende sacrificare il riavvicinamento con Teheran per sostenere i ribelli siriani.

Non da ultimo, la delegazione siriana è giunta a Ginevra forte di una posizione più forte dal punto di vista militare e del recupero di un certo credito internazionale grazie sia al processo di smantellamento del suo arsenale chimico-batteriologico sia alla deriva integralista, settaria e fratricida di alcune importanti fazioni armate degli insorti. Da qui il tentativo di indebolire Damasco tramite la pubblicazione, just in time, del dossier sugli abusi e crimini contro l’umanità compiuti nelle carceri siriane: dossier credibile per chi conosce l’apparato carcerario e repressivo del regime, la cui tempistica è però tutta politica, poiché il lavoro di verifica, sicuramente autorevole, è pur sempre finanziato dal Qatar. Allo stesso modo, l’atterraggio forzato in Grecia dell’aereo su cui viaggiava la delegazione siriana contribuisce simbolicamente a indebolire la posizione negoziale di Damasco: per quanto forte sul campo e coperto diplomaticamente, il regime di Bashar al-Assad deve rimanere un “reietto” della comunità internazionale.


I colloqui

Nonostante gli ostacoli frapposti, i colloqui sono iniziati e avevano come oggetto di discussione la fine delle violenze e il regime di governo transitorio. Il mediatore ONU, l’algerino Lakhdar Brahimi, ha individuato nel cessate-il-fuoco, nello scambio dei detenuti e nell’accesso dei soccorsi umanitari alle popolazioni intrappolate nelle zone di guerra tre punti sui quali iniziare le trattative: considerati “minori”, la loro discussione e soluzione permette comunque di testare le possibilità di mediazione e compromesso tra le due parti e rispondere effettivamente agli appelli al soccorso per una popolazione che sopravvive in condizioni durissime. Purtroppo, non si è ancora giunti a un accordo in merito, soprattutto per lo stallo riguardo alla città di Homs: questa costituisce un obiettivo strategico per i due schieramenti.

I negoziati si sono dunque bloccati e spostati presto sulla hot issue del governo transitorio previsto dalla precedente tornata di colloqui, la cosiddetta Ginevra I del 2012. La scelta di cambiare l’oggetto delle discussioni può rispondere a due diverse logiche. Da un lato, far collassare i colloqui, viste le posizioni formalmente distanti: se Damasco cerca di guadagnare tempo nei negoziati per rafforzarsi sul campo, i paesi arabi del Golfo cercano di ricostruire un fronte degli insorti, sempre più frammentato e difficile da governare. Questa sembra l’ipotesi più realistica. Tuttavia, dall’altro lato, affrontare subito la questione del regime del governo transitorio (ossia il ruolo di Bashar al-Assad) può significare una disponibilità al compromesso più reale di quanto si possa esprimere in pubblico: per quanto deboli per legittimità, le elezioni presidenziali del 2014 costituiscono una scadenza attorno alla quale verificare possibili soluzioni. Le aperture della consigliera del presidente siriano, Bouthaina Sha’aban, secondo la quale sarebbe possibile trovare una formula per cui il governo transitorio soddisfi anche Damasco, sembrano suggerire una soluzione del genere. Del resto, Mosca e Teheran, così come anche sostenitori del regime di Damasco, hanno ribadito a più riprese che il problema non è tanto la figura di Assad in sé, quanto la sopravvivenza dello Stato, dell’unità nazionale e dell’esercito.

A questo proposito, se Damasco accetterà la costituzione di un governo transitorio, è prevedibile che cerchi di replicare in qualche modo l’attuale formula in cui il potere “reale” dei servizi di sicurezza e della ristretta cerchia presidenziale è coperto da istituzioni statali tanto “formali” quanto limitate nei loro poteri effettivi: il governo, anzitutto. Le opposizioni desiderano, invece, lo smantellamento dell’apparato di sicurezza perché sinonimo di regime e principale ostacolo a una riforma reale delle istituzioni statali.[1] In gioco, vi è la continuità dello Stato e delle sue istituzioni, avendo in mente i due casi estremi dell’Iraq post Saddam Hussein e della Tunisia della nuova Costituzione: a metà strada, troviamo l’Egitto del feldmaresciallo al-Sisi. Chi invece sostiene l’opzione “emirato” islamico si pone su un livello inconciliabile con qualsivoglia mediazione.


Sul campo
 

Mentre a Ginevra si discute e si tenta giustamente di costruire percorsi più o meno fondati di compromesso e confindence building, sul campo il conflitto in Siria ha conosciuto due sviluppi principali in questi ultimi mesi: sviluppi che è bene ricordare perché condizioneranno l’evoluzione dei negoziati e le forme della Siria a venire.

In primo luogo, dopo l’escalation di fine agosto e inizio settembre 2013, in cui si era passati dallo scontro militare tra Damasco e i paesi NATO alla soluzione diplomatica attraverso lo smantellamento dell’arsenale chimico-batteriologico siriano, il regime ha continuato a riconquistare alcune posizioni strategiche sull’asse che collega la capitale con la costa mediterranea. La soluzione negoziata del dossier delle “armi di distruzione di massa” ha nei fatti salvato le capacità belliche convenzionali dell’Esercito siriano e, di conseguenza, ha permesso il loro dispiegamento contro gli insorti. I ritardi nell’esecuzione dello smantellamento sono riconducibili sia alle oggettive difficoltà e ai pericoli del trasporto del materiale in zone di guerra sia alla volontà di Damasco di guadagnare tempo prezioso. Il dossier rimane dunque aperto come strumento di pressione sia per il regime sia per i paesi NATO.

Fino a oggi, la strategia militare siriana sembra ben definita: come già sperimentato da Mosca nel Caucaso, i bombardamenti aerei preludono all’attacco delle forze regolari contro le posizioni dei ribelli cui segue l’intervento delle milizie lealiste per “ripulire” intere aree dalle ultime sacche di resistenza, e forzare la migrazione di quelle comunità di civili considerate non affidabili se non filo-ribelli. La geografia demografica, urbanistica e confessionale della Siria non sarà più la stessa di quella precedente la guerra, come dimostra un recente dossier sulla demolizione di interi quartieri urbani nelle zone riconquistate dall’Esercito siriano. Le analisi più recenti sulle trasformazioni della geografia del conflitto mettono in risalto come non sia tanto il carattere settario a dettare le strategie del regime, quanto piuttosto il criterio di “fedeltà” dimostrato dalle singole comunità (confessionali, etniche, di villaggio, come di quartiere) nel corso degli ultimi anni: la fedeltà può corrispondere all’affiliazione confessionale ma può anche superarla in nome del riconoscimento politico e di ricompense materiali. In questo senso, l’immagine della contrapposizione, semplicistica e perciò foriera di tragedie, tra sunniti, sciiti, curdi ecc. perde la sua centralità come chiave di lettura primaria una volta che si verificano sul campo le pratiche degli attori. Lo stesso vale per i vecchi e nuovi, e comunque sciagurati, progetti di spartizione territoriale su base etnico-confessionale che riguardano la fascia nord del mondo arabo, dal Libano all’Iraq passando oggi per la Siria.

Nonostante i successi finora riscontrati, rimane la difficoltà per Damasco di dispiegare un numero sufficiente di truppe ben addestrate. Da qui la necessità dell’intervento sul campo delle milizie irachene, iraniane e, fatto più importante, di Hezbollah, che conferma così la sua efficacia militare. Nel frattempo, oltre alla presenza di ufficiali e consiglieri degli eserciti russi e iraniani, numerose sono le conferme dell’invio di soldati e miliziani siriani nei campi di addestramento in Russia e Iran. Questo accade in risposta al sostegno finanziario, logistico e di addestramento fornito agli insorti siriani da Turchia, Giordania, paesi arabi del Golfo così come da Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti. I paesi Nato, tuttavia, affermano di aver rallentato il loro coinvolgimento alla fine del 2013 poiché il loro sostegno finiva per aiutare nei fatti anche i gruppi jihadisti. La veridicità di tali affermazioni resta da confermare.

Il secondo sviluppo riguarda il fronte degli insorti, in cui le formazioni integraliste e jihadiste sembrano aver preso il sopravvento su quelle laiche, nazionaliste o “moderate” che si riconoscono su piattaforme “civiche” o, di fatto, riformiste. La militarizzazione del conflitto politico a opera del regime di Damasco e dei suoi rivali del Golfo non poteva che favorire tale sviluppo. Formazioni quali Jabhat al-Nusra, o Stato Islamico in Iraq e nel Levante (ISIL), sono solo alcuni dei gruppi armati che hanno conquistato notorietà per la loro efficienza militare e radicalismo jihadista. Ma oltre a questi vi sono molte altre formazioni radicali la cui forza viene stimata dall’intelligence statunitense a 25.000 unità sui 75.000/110.000 dei ribelli armati. Composte anche da volontari stranieri, si sono scontrate violentemente per l’egemonia sul fronte dei ribelli nell’autunno-inverno 2013-14, sia tra di loro sia con altre formazioni islamiste o laiche, ma comunque siriane. Divisa al suo interno, la galassia islamista condivide in larga maggioranza l’opposizione a qualsivoglia trattativa con il regime e ha denunciato le forze che, invece, hanno deciso di partecipare a Ginevra II.

Inutile dire come le pratiche vessatorie e settarie dei jihadisti siriani e stranieri diano sostanza ai proclami del regime, per cui Damasco costituisce il baluardo della lotta al terrorismo islamista: l’esperienza algerina della guerra civile si riproduce su scala diversa in Siria come anche nell’Egitto di al-Sisi. Tuttavia, la complementarietà de facto delle pratiche dei due schieramenti non comporta necessariamente il loro coordinamento o una loro sistematica collusione: regime e insorti mantengono una propria autonomia politica e organizzativa che motiva il proseguimento di questa guerra. Certamente, gli scontri tra milizie ribelli nel Nord e Centro-Ovest del paese hanno indebolito la legittimità interna e internazionale degli insorti: i servizi di sicurezza statunitensi ed europei dichiarano ormai ufficialmente di considerare le frazioni jihadiste in Siria un “pericolo” per la propria sicurezza nazionale dato che molti volontari provengono proprio dal vecchio e nuovo continente. Del resto, la stessa Arabia Saudita ha sempre messo in guardia i propri jihadisti dal rientrare in patria, pena la repressione senza indugi. La Turchia, principale retrovia delle forze ribelli armate del Nord, ha visto di recente il proprio esercito intervenire contro le basi dei jihadisti situate all’interno e a ridosso dei propri confini. Se a preoccupare lo Stato maggiore turco erano l’esercito siriano e i ribelli curdi, ora si aggiungono i ribelli integralisti. La situazione è ancora più complicata in Iraq, la cui regione occidentale di al-Anbar, a maggioranza sunnita, vede la presenza dei jihadisti dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante. La preoccupazione di Washington, così come di Teheran o Amman, per l’implosione definitiva del paese arabo a undici anni dall’invasione è reale.


I tempi della guerra e le ragioni della diplomazia

A tre anni dal suo inizio, il conflitto in Siria continua a caratterizzarsi per l’incapacità dei diversi schieramenti di giungere a una vittoria militare totale. Constatata l’indisponibilità degli Stati Uniti e della maggior parte dei loro alleati europei a intervenire direttamente con le armi, i nemici di Assad hanno puntato sulla strategia del logoramento. Tuttavia, ciò richiede tempo ed è proprio quest’ultimo a giocare a favore di Damasco: al regime è servito tempo per “serrare i ranghi” dei propri alleati dopo le prime sconfitte; è servito tempo per “esternalizzare” i guai del conflitto, destabilizzando i vicini arabi e turchi; serve ancora tempo perché gli assedi alle zone controllate dai ribelli forzino la popolazione locale, stremata dalla guerra, ad accettare il cessate-il-fuoco alle sue condizioni; serve ancora tempo perché i paesi occidentali diventino sufficientemente preoccupati della “minaccia” jihadista per imporre il blocco degli aiuti agli insorti e accettare, nei fatti, la riconquista del territorio da parte del regime.

Del resto, oggi come ieri, nelle stanze del potere a Damasco prevale la visione strategica di medio e lungo termine per cui, se non si giunge a un compromesso accettabile nei negoziati di Ginevra, rimane sempre valida l’opzione della riconquista militare dell’intera Siria: il ritorno a Damasco dei “vecchi centurioni” di Hafiz al-Assad (ormai ultrasettantenni) all’indomani dello scoppio delle manifestazioni nel 2011, e più recentemente di alcuni ufficiali dei servizi di sicurezza, già di formazione sovietica, non può che favorire la pianificazione “quinquennale” delle operazioni da parte del regime. Con discrete possibilità di successo che, però, implicano costi sociali e umani incalcolabili. Le forze di opposizione e i loro sponsor non godono di questo lusso perché i tempi della politica internazionale e le forze centrifughe al loro interno sono molto più veloci e forti di quanto potessero immaginare.

Fino a quando il conflitto in Siria, nato come squisitamente politico e sociale, sarà gestito essenzialmente in chiave militare e manterrà caratteri “esistenziali” sia per il regime sia per le opposizioni, non ci sarà spazio per compromessi né tantomeno per il ritorno in campo delle forze democratiche. Con tutti i limiti del caso, il proseguimento dei negoziati può permettere di smussare gli angoli e di avvicinare le posizioni su qualche formula di compromesso che garantisca gli interessi fondamentali dei due schieramenti: il riconoscimento reciproco ufficiale può, nei fatti, essere sia preliminare che consequenziale ai negoziati. Per questo vale la pena di proseguire in modo tenace sulla via diplomatica, con le dovute pressioni e i corrispondenti incentivi per tutte le parti coinvolte. Ne va delle sorti di milioni di persone che richiedono assistenza umanitaria immediata: nove milioni, secondo le Nazioni Unite, ossia oltre un terzo della popolazione in Siria.



[1] Cfr. L. Trombetta, Siria. Dagli ottomani agli Asad. E Oltre, Mondadori, Milano 2013; S. Aita, Nuovi e vecchi conflitti nella Siria della rivoluzione, in “Afriche e Orienti”, 1-2/2013.

 

 


Foto: frederic.jacobs

 

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