Primavere arabe due anni dopo

Written by Lapo Pistelli Thursday, 25 October 2012 09:50 Print

Il nuovo sogno arabo – Dopo le rivoluzioni” di Lapo Pistelli fornisce un affresco sulle cause delle primavere, sulle analogie e le differenze fra i singoli paesi, e una vasta analisi sulle reazioni degli attori internazionali e sui mutamenti degli equilibri geopolitici. L’ebook, pubblicato da Feltrinelli, è disponibile da giovedì 25 ottobre sulle principali piattaforme digitali.


Tra gli studiosi delle relazioni internazionali, l’opinione di coloro che appartengono alla cosiddetta scuola realista è spesso tenuta in eccessiva considerazione. Essi sanno bene che il dottore che promette la guarigione e perde il paziente è considerato un assassino, mentre quello che scuote la testa, anche davanti a un raffreddore, e poi riesce a curare la malattia, è trattato come un eroe. Così, essi tendono a scommettere sullo scenario peggiore. Se si realizza, si dirà che si era pronosticato. Se le cose volgono al bello, nessuno se ne ricorderà.

Le primavere hanno toccato solo parte del mondo arabo e, in pochi casi finora, la loro transizione ha già raggiunto traguardi consolidati. Molti sono i problemi sul tappeto, grande è ancora il disordine. Sarebbe facile scommettere sullo scenario peggiore.

È un po’ la lettura che sta tornando in auge sui media occidentali, concentrati sulla tragedia siriana, sugli attentati che qua e là incendiano il Medio Oriente, in Libia o in Libano, ma più restii a cogliere la trama di fondo che ha costituito la grande novità delle primavere di due anni fa.

Si badi bene: nessuno può sottovalutare i rischi del meltdown di Damasco, i vuoti che si aprirebbero in Mashreq così come sarebbe sciocco ritenere che le buone elezioni libiche del luglio scorso hanno risolto i problemi di sicurezza del territorio e di smilitarizzazione delle milizie. Quello che si intende sottolineare è che rischia di perdersi gradualmente quella consapevolezza, che era emersa poco tempo fa, dei cambiamenti profondi del mondo arabo, dei mutamenti strategici capaci di superare ogni incertezza tattica, ogni arretramento temporaneo.

C’è una generazione nuova che vive per la prima volta il fenomeno dell’empowerment, che ha metabolizzato che il cambiamento è possibile, che il futuro non appartiene ad altri. Così facendo, essa ha rotto un’abitudine inerziale alla tradizione e agli assetti gerarchici del vecchio mondo arabo. Prima l’Europa mediterranea ingaggia questa generazione a vari livelli – partiti, sindacati, media, ordini professionali, piccola e media imprenditoria, università – e più duraturi saranno i nostri vantaggi reciproci.

C’è un Islam politico – un mondo che non ha mai conosciuto la separazione fra Stato e Chiesa inaugurata in Europa con la pace di Westfalia – che affronta dinamiche e tensioni inedite fra minoranze armate e irrispettose della regola democratica e maggioranze che si sono assunte responsabilità politiche e civili senza nascondersi nelle moschee o farsi schiacciare dal potere militare. L’Europa che ha conosciuto decenni di aspre lotte politiche fra borghesi e rivoluzionari, conservatori e riformisti, stia vicina a questo importantissimo travaglio intellettuale e politico che sta avvenendo a tappe forzate e con tempi estremamente più rapidi di quelli del nostro XIX secolo.

C’è insomma la necessità di uscire dall’urgenza della cronaca, di fornire chiavi di lettura diversificate per le primavere mancate del Golfo, quelle quasi riuscite del Maghreb, quelle naufragate del Mashreq, per recuperare una visione nazionale del nostro ruolo nel Mediterraneo e una missione europea, paragonabile per sforzo a quella che fu operata all’indomani della caduta del Muro. Samuel Huntington, a tutti noto per alcune semplificate sintesi sullo “scontro di civiltà” aveva con anticipo indicato che all’ondata di democratizzazioni in America Latina degli anni Ottanta, a quella nell’Europa Orientale degli anni Novanta, non poteva che seguire un fenomeno similare nell’ultima parte di mondo rimasta apparentemente impermeabile: il mondo arabo.

Quel tempo è arrivato. Tocca a noi coglierne le enormi potenzialità, aiutare le transizioni, offrire un discorso pubblico che elimini una volta per sempre stereotipi e luoghi comuni buoni soli a ritardare la nostra analisi e la consapevolezza della nostra opinione pubblica.

 

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