Le prospettive in Libia e nel Mediterraneo dopo la caduta di Tripoli

Written by Giuliano Francesco Friday, 16 September 2011 12:07 Print
Le prospettive in Libia e nel Mediterraneo dopo la caduta di Tripoli Foto: Jerome Starkey

Il destino della Libia rimane quanto mai incerto. La tenuta del Consiglio nazionale transitorio non è un affare scontato e non si può nemmeno escludere che il Rais riesca a giocare un ruolo destabilizzante anche in futuro. Ma ciò che più conta è che gli equilibri nel Mediterraneo sono in una fase di profondo cambiamento.


La battaglia di Tripoli è stata sicuramente una svolta nella guerra civile scoppiata in Libia lo scorso 17 febbraio. Ma non ha concluso il conflitto né, per il momento, dischiuso prospettive certe sul futuro del paese.

Anche se ha perduto la capitale, Muammar Gheddafi non è stato ancora catturato e la sua figura continua a sollecitare la lealtà di un numero significativo di miliziani, che si stanno battendo in suo nome, peraltro senza grandi speranze, tanto a Bani Walid quanto a Sirte e in alcune sperdute località del Fezzan.

La latitanza del deposto Rais rappresenta una prima incognita sull’avvenire libico, non tanto perché vi sia ragione di ipotizzare un suo ritorno al potere, quanto piuttosto perché l’eventuale decomporsi dello schieramento raccoltosi intorno al Consiglio nazionale transitorio di Bengasi potrebbe con il tempo restituirgli dei margini d’azione e magari riproporlo nelle vesti di un pericoloso warlord, in competizione con altri interlocutori locali per ritagliarsi un proprio spazio. I lealisti non hanno ancora gettato la spugna e forse pensano anche di imbastire una specie di guerra economica, come lascia intuire il raid condotto contro le infrastrutture petrolifere di Ras Lanuf, che ha provocato la morte di quindici uomini fedeli al nuovo potere libico.

Proprio la tenuta del CNT è il secondo fattore fondamentale da prendere in considerazione. Il gruppo dirigente sorto a Bengasi, infatti, è stato efficace nell’interfacciarsi con l’esterno e in particolare nello stabilire stretti rapporti con le maggiori potenze occidentali e alcuni Stati arabi – come Egitto, Giordania e Qatar – al punto che vi è chi apertamente ritiene oggi che si tratti di un organismo sostanzialmente eterodiretto, forse nato con l’attivo supporto dei servizi di alcuni paesi occidentali. Senza voler sposare alcuna teoria cospiratoria, è un fatto che sull’effettiva rappresentatività del CNT gravino attualmente dubbi rilevanti, che alcuni settori della rivolta vittoriosa stanno tra l’altro contribuendo ad alimentare, invocandone la sostituzione o quanto meno un suo profondo rimaneggiamento. Lo sceicco Ahmed al-Salabi, ad esempio, ha già formulato precise richieste in questa direzione.

Si rimprovera ai vertici del CNT soprattutto la supremazia conquistata al suo interno dagli elementi fuoriusciti dal vecchio regime, oltre che lo scarso peso riconosciuto alle emanazioni dell’Islam politico che hanno contribuito ai successi riportati contro i lealisti.

A minare ulteriormente in questa fase l’autorevolezza di Mustafa Abd al-Jalil e Mamoud Jibril è anche la deludente performance ottenuta sul campo dalle truppe di Bengasi, che non hanno concorso in alcun modo alla liberazione di Tripoli, in effetti perfezionatasi attraverso un blitz condotto congiuntamente dalle forze speciali di un certo numero di paesi alleati, in collaborazione con i ribelli berberi del Jebel Nafusa, i resistenti di Misurata e i miliziani islamisti di Abdel Hakim Belhadj, che attualmente controllano il Comitato militare costituitosi nella capitale. Neanche sui fronti di Bani Walid e Sirte il CNT sta veramente riuscendo ad imporsi.

Non è sicuramente un buon segno per chi ha scommesso molto sullo stabilimento di legami privilegiati con Bengasi, perché alle fine delle guerre civili il potere tende a migrare verso chi possiede la forza reale. E non sono, in questo momento, Jalil e Jibril a disporne in misura decisiva, malgrado siano sostenuti dal potere aereo della NATO. Si comprende meglio, adesso, la magnitudine del colpo assestato ai vertici del CNT con l’assassinio di Abdel Fatah Younis, che era il leader militare più autorevole che avesse Bengasi.

Le cose possono quindi prendere una piega imprevista. Autorevoli conoscitori della vicenda libica invitano a non enfatizzare il rischio della deriva islamista, che tanto preoccupa alcuni ambienti europei e occidentali, anche per non precipitarne una radicalizzazione ostile ai nostri interessi. È un punto di vista condivisibile, tanto più che politiche poco accorte potrebbero, in questa fase, essere efficacemente sfruttate da altri attori geopolitici che si stanno muovendo con gran decisione, come la Turchia del premier Erdogan e la stessa Cina, forse persino l’Iran.

Da un punto di vista italiano, sarebbe quindi sbagliato considerare la partita libica semplicemente come un derby perso con i nostri cugini d’oltralpe. Non lo è, anche se lo status della Francia esce ingigantito da questo conflitto, nel quale ha saputo brillantemente proporsi come proxy di Washington, modificando a proprio favore anche gli equilibri esistenti all’interno dell’Unione europea. È invece un momento critico di un delicato processo di transizione, caratterizzato da un evidente ripiegamento americano dal Mediterraneo e dalla conseguente emersione di un vuoto di potenza nel bacino, che sta creando grandi opportunità per molte nazioni ambiziose. Nulla sarà davvero come prima.

 

 


Foto di  Jerome Starkey

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